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In Russia i conti migliorano, ma la crescita arriva nel 2017 (+0,8%)

La caduta del prezzo del petrolio, il deterioramento della posizione fiscale, i deflussi di capitale, la crisi del rublo sono gli scogli che Mosca si trova ad affrontare: con la stabilizzazione del quadro finanziario l’Fmi prevede quest’anno il Pil a -1,8%.

In Russia i conti migliorano, ma la crescita arriva nel 2017 (+0,8%)
Secondo un recente report del Centro Studi Intesa Sanpaolo, l’attività economica in Russia ha registrato un’ampia caduta (-3,7%) dovuta al crollo del prezzo delle materie prime esportate, dalla frenata della domanda interna, su cui hanno pesato inflazione e tassi d’interesse elevati, dagli effetti economici (sanzioni, deflussi di capitale, contrazione degli IDE) dei rapporti tesi con i Paesi occidentali a causa della crisi ucraina.

Dal lato della domanda, nel 2015 si è registrato un crollo sia di consumi privati (-9,5%) che degli investimenti (-7,8%), mentre il commercio estero ha dato un contributo positivo al PIL grazie alla crescita dei volumi esportati ( +3,7%) a fronte del crollo delle importazioni (-25,7%). Dal lato dell’offerta, si evidenzia una sostanziale contrazione di alcuni servizi come vendita (-8,9%), accoglienza (-5,7%), costruzioni (-7,3%) e produzione manifatturiera (-3,1%), mentre produzione agricola (+3%) e mineraria (+1,1%) hanno continuato a crescere.

Il settore agricolo ha beneficiato delle sanzioni contro i prodotti agricoli provenienti dai mercati occidentali, mentre la produzione mineraria ha beneficiato di una crescita dell’estrazione di petrolio e di alcuni metalli. Il deficit pubblico è salito al 2,6% del PIL nel 2015, dallo 0,5% dell’anno precedente. La quota delle entrate dipendente dalla vendita di idrocarburi è scesa al 43% dal 51% nel 2014. A fine maggio la Russia ha comunque raccolto 1,75 miliardi di dollari con un Eurobond decennale; l’emissione è stata sottoscritta per il 75% da investitori esteri ma con un rendimento del 4.75%, circa 100pb al di sopra di emissioni di Paesi di pari rating come Ungheria e Indonesia.

 
Nei primi tre mesi dell’anno il PIL è diminuito dell’1,2% in termini reali, rispetto al -3,8% registrato nel trimestre precedente. Da aprile, come conseguenza dei tagli agli investimenti pubblici si evidenzia la ripresa della produzione industriale (+0,8%) grazie soprattutto al manifatturiero (+0.4%), la persistente debolezza delle vendite al dettaglio (-5.5%), in particolare quelle delle auto (-11,4%), e, soprattutto, la caduta delle costruzioni (-7,5%).

Negli ultimi mesi l’economia ha beneficiato della progressiva stabilizzazione del quadro finanziario, della frenata dell’inflazione (a 7,5% dal 12,9% di fine 2015), delle migliori condizioni di liquidità e della flessibilità valutaria che ha permesso di contenere gli effetti sui conti pubblici del calo delle entrate da idrocarburi. Inoltre, il recupero del prezzo degli idrocarburi (oltre il 40% dai minimi dello scorso gennaio), oltre aver allentato la pressione sui conti pubblici, ha favorito il ri-apprezzamento del rublo con effetti positivi su inflazione, potere di acquisto e fiducia.

Tuttavia, nonostante questi segnali di recupero, diversi fattori negativi sia di natura congiunturale che strutturale continuano a esercitare un freno sull’attività economica e sulla domanda. Il crollo (-40%) del reddito pro capite in dollari visto negli ultimi due anni è destinato ad avere effetti depressivi sulla spesa per molto tempo ancora: le incerte prospettive dell’economia, dei mercati delle materie e i difficili rapporti con i Paesi occidentali hanno un impatto negativo sulla fiducia degli investitori e frenano gli investimenti sia domestici che diretti esteri. Particolarmente penalizzati risultano essere gli investimenti nello sfruttamento delle risorse naturali, nelle infrastrutture e nella modernizzazione del settore manifatturiero. Ecco allora che, come riportato dal FMI, il PIL russo è previsto registrare una nuova contrazione nel corso di quest’anno (-1,8%) e tornare su un sentiero di crescita seppur modesto solo nel 2017 (+0,8%).

Nel 2015, il surplus corrente della Bilancia dei Pagamenti si è allargato a 69,5 miliardi di dollari (5,3% del PIL), da 58,3 mld nel 2014. Questo miglioramento è stato principalmente determinato dalla riduzione del deficit del conto redditi, grazie ai minori pagamenti a non residenti per i capitali investiti nel Paese, dopo il consistente deflusso di fondi che si è registrato negli ultimi due anni, e alla diminuzione del deficit del conto servizi, in particolare quelli riguardanti il commercio estero.

Il surplus commerciale si è contratto da 189,7 mld a 148,5 mld. Allo stesso tempo, il calo dei prezzi delle materie prime esportate ha più che compensato il crollo delle importazioni (-37%), dovuto sia alla sostituzione di merci importate con merci domestiche sia alla diminuzione della domanda interna, soprattutto per beni di consumo durevole e di investimento. Nei primi cinque mesi del 2016 il surplus della Bilancia Corrente è passato da 43,9 mld a 17,8 mld a causa principalmente del recupero delle importazioni a fronte di una ulteriore contrazione dei valori esportati. Il rublo, che a metà gennaio aveva toccato un nuovo massimo verso il dollaro (oltre gli 80 RUB:1 USD) negli ultimi mesi ha messo a segno un significativo recupero, portandosi a 64 RUB:1 USD a fine giugno, sulla scia del rialzo del prezzo del petrolio.

La parte finanziaria della Bilancia dei Pagamenti ha nuovamente registrato un consistente disavanzo (72,8 mld), seppur in sostanziale calo rispetto all’anno prima (173,7 mld). Nel corso del 2015, il processo di drenaggio delle riserve valutarie, pur continuando, ha rallentato sensibilmente rispetto a quanto visto nel 2014. A dicembre 2015 le stesse ammontavano a 309 mld contro 328 mld di un anno prima. Nei primi mesi del 2016, la Russia è tornata ad accumulare riserve, arrivando a 320 mld lo scorso maggio. Di queste riserve, quasi 90 mld erano depositi in valuta dei due Fondi Sovrani, che a maggio 2016 avevano una capitalizzazione di 112 mld, in calo da 176 mld a fine 2013. Le riserve superano il fabbisogno finanziario esterno 2016 stimato pari a 62 mld, per una reserve cover ratio 5.1. Il debito estero è sceso da 729 mld a 516 mld a marzo 2016: oltre il 65% del debito faceva capo al settore non finanziario e oltre un quarto alle banche. A dicembre 2015, l’85% del debito era in valuta e meno del 10% scadeva nel 2016.

La caduta del prezzo del petrolio, il deterioramento della posizione fiscale, i consistenti deflussi di capitale con il drenaggio di riserve valutarie, la crisi del rublo e il peggioramento delle prospettive di crescita hanno rappresentato la ragione principale per tagliare il rating del debito sovrano russo. S&P e Moody’s hanno tolto al Paese l’investment grade, assegnando, rispettivamente, la valutazione BB+ e Ba1, in entrambi i casi con outlook negativo. Anche Fitch ha modificato il rating a BBB-/N, mantenendolo tuttavia ancora in investment grade.

La gestione della politica monetaria attenta a favorire il rientro delle pressioni inflazionistiche piuttosto che a sostenere la crescita, la flessibilità valutari che ha accresciuto il grado di libertà della politica economica e la ripresa del prezzo del petrolio hanno favorito la progressiva stabilizzazione del quadro finanziario domestico. Si è così assistito ad un recupero della valuta, alla ripresa di un processo di accumulo di riserve e ad un rallentamento nella fuoriuscita di capitali. Tanto che il CDS spread, dai 400pb di fine gennaio si è portato sotto i 250pb a fine giugno e il mercato azionario russo nella prima metà del 2016 è stato il top performer nell’Europa Orientale.

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