Siamo ben oltre le quattro, cinque settimane di durata del conflitto che Donald Trump aveva pronosticato all’inizio dell’operazione Epic Fury. Gli scenari cominciano, dunque, ad incorporare una deadline di fine ostilità ben oltre la metà dell’anno. Lo stretto di Hormuz continuerà a rimanere il punto nodale per l’economia globale e il mondo dei trasporti, dalla logistica via mare fino ai viaggi aerei, diventerà di conseguenza il terreno di semina degli effetti della guerra energetica in corso. Marc Levinson, storico ed economista di Washington, è uno più noti commentatori delle questioni connesse alla globalizzazione, è autore del best-seller “The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger”, che ha spiegato come i container marittimi abbiano rivoluzionato il commercio mondiale e del più recente Outside the Box: How Globalization Changed from Moving Stuff to Spreading Ideas. “L’aumento dei prezzi di petrolio e gas sta già comprimendo la spesa dei consumatori in giro per il mondo. I prezzi del trasporto merci si adegueranno molto rapidamente al mutare delle condizioni di mercato mentre l’interruzione delle spedizioni di fertilizzanti rischia, invece, di incidere davvero profondamente sulla produzione alimentare nei prossimi mesi”.
Il blocco navale attorno ad Hormuz potrebbe prolungarsi ben oltre la metà dell’anno.
“Gli aumenti dei prezzi dei fertilizzanti potrebbero rivelarsi i più duraturi, soprattutto in presenza di danni fisici agli impianti produttivi o alle infrastrutture del gas naturale collegate”.
In caso risoluzione del conflitto, in quanto tempo i trasporti e la logistica legata agli energetici tornerebbero ad una situazione di normalità?
“Dipenderà dall’entità della posa di mine nel Golfo Persico e dalla rapidità con cui le rotte potranno essere bonificate a un livello tale da rassicurare armatori e assicuratori. Il trasporto marittimo si adatta molto rapidamente ai mutamenti di scenario, ma le riparazioni a oleodotti e terminal danneggiati potrebbero richiedere molto più tempo”.
Uno shock energetico prolungato colpirebbe soprattutto i consumatori occidentali o, prima ancora, le economie emergenti con bilance dei pagamenti più fragili?
“Stiamo già osservando che alcuni Paesi risentono dell’aumento dei prezzi del petrolio più di altri. Alcune economie emergenti hanno investito massicciamente nella generazione elettrica da fonti rinnovabili e questo le proteggerà dal maggiore costo del petrolio. Al contrario, vi sono economie emergenti in cui benzina e gasolio sono fortemente sovvenzionati, i loro governi potrebbero non essere in grado di mantenere i prezzi a quei livelli se il prezzo di mercato del petrolio dovesse restare elevato”.
In uno scenario di competizione energetica globale aperta, la Cina fungerà ancora da stabilizzatore sistemico o rischia di diventare anch’essa un possibile moltiplicatore di shock?
“La Cina ha molte preoccupazioni interne, tra cui il rallentamento della crescita, l’elevata disoccupazione giovanile e la fragilità del sistema finanziario. In queste condizioni, non è nella posizione di agire da stabilizzatore sistemico. La cosa migliore che potrebbe fare per stabilizzare l’economia globale sarebbe limitare i sussidi locali e provinciali ai produttori manifatturieri, che hanno generato un’enorme sovraccapacità in molti comparti industriali. Questo contribuirebbe a ridurre il massiccio surplus commerciale cinese, così come la sua domanda di combustibili fossili, e attenuerebbe le pressioni a favore di misure protezionistiche in altri Paesi. Non mi aspetto però che il governo cinese intraprenda presto una simile iniziativa”.
Finora i mercati finanziari hanno reagito con relativa calma alla crisi nel Golfo. Le quotazioni borsistiche stanno incorporando tutti i rischi reali per l’economia globale?
“Credo che una delle ragioni per cui le borse hanno generalmente tenuto bene negli ultimi tempi sia legato al fatto che i timori per l’inflazione e gli elevati livelli di debito pubblico rendano le obbligazioni meno attraenti per gli investitori”.
Saranno gli approvvigionamenti energetici a ridisegnare la globalizzazione del commercio mondiale?
“Nel breve periodo, i vincoli sull’offerta energetica incideranno sulla globalizzazione in vari modi: riducendo il turismo internazionale per effetto del rincaro del carburante aereo, limitando il commercio alimentare, poiché l’aumento dei costi dei fertilizzanti frena la produzione, e comprimendo la domanda di beni di consumo, man mano che le famiglie destineranno una quota maggiore del reddito a benzina ed elettricità. Non mi aspetto che questi effetti durino a lungo né che incidano in misura significativa sul commercio di beni manifatturieri”.
Perché?
“Sembra che ingenti capitali stiano affluendo nel settore energetico e, se le esportazioni di energia dai Paesi del Golfo Persico dovessero restare depresse, potremmo aspettarci un aumento della produzione di petrolio e gas altrove, insieme a maggiori investimenti nelle fonti energetiche rinnovabili”.
