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Elezioni Usa di midterm e Opa ostile di Trump sul partito repubblicano

Trump rafforza il controllo sul Partito repubblicano colpendo i candidati non allineati nelle primarie per le midterm. Ma la “purga” MAGA rischia di indebolire il partito alle elezioni di novembre, soprattutto tra gli indipendenti

Elezioni Usa di midterm e Opa ostile di Trump sul partito repubblicano

Questa settimana e la precedente, due autorevoli membri repubblicani del Congresso, il senatore Bill Cassidy della Louisiana e il deputato Thomas Massie del Kentucky, sono usciti battuti dalle primarie del loro partito per la nomina dei candidati in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre.

A fare notizia non è tanto la loro sconfitta in se stessa, quanto la constatazione che il presidente Donald Trump ha fatto apertamente campagna contro di loro ed ha orgogliosamente contribuito alla loro débâcle alle urne.

Le dinamiche delle elezioni di midterm

Le elezioni di midterm sono consultazioni che si svolgono a metà del mandato del presidente (di qui la loro denominazione) e pongono in ballottaggio tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti di Washington e un terzo di quelli del Senato.

In generale, vedono l’arretramento del partito che controlla la Casa Bianca, anche se non necessariamente l’esito della diminuzione del consenso comporta la perdita della maggioranza nel Congresso.

In tutto il Novecento il partito del presidente accrebbe il numero dei propri deputati e senatori nelle elezioni di metà mandato soltanto in due occasioni: nel 1934, come espressione della fiducia nei programmi attuati dal democratico Franklin Delano Roosevelt per fare uscire gli Stati Uniti dalla grande depressione degli anni Trenta, e nel 1998, come forma di protesta contro la politica del partito repubblicano, promotore di una crociata moralistica contro il democratico Bill Clinton per gli scandali sessuali che lo avevano coinvolto, a fronte del contributo del suo governo alla più lunga crescita dell’economia americana dalla seconda guerra mondiale.

Nel XXI secolo il presidente in carica è riuscito a far vincere al proprio partito le elezioni di midterm solo nel 2002. In tale occasione, George W. Bush fece fruttare a favore dei repubblicani la tempestiva risposta agli attentati terroristici di al-Qaeda dell’11 settembre 2001, con il rovesciamento del regime talebano in Afghanistan, e l’essere riuscito a prevenire possibili ulteriori attacchi su suolo statunitense.

Si sono verificate anche delle mezze sconfitte del partito del presidente che – nel 1914, 1962, 1970, 2018 e 2022 – ha perduto la maggioranza alla Camera, pur incrementando i propri seggi al Senato.

Due sono i fattori che di solito penalizzano a metà del mandato presidenziale il partito che ha vinto la precedente corsa per la Casa Bianca. Da un lato, subentra quasi sempre un senso di delusione nei confronti del presidente che, dopo appena due anni nello Studio Ovale, quasi mai riesce a mantenere tutte le promesse fatte nella campagna elettorale che lo ha portato a guidare il Paese. Dall’altro, l’assenza del nome del presidente sulla scheda elettorale riduce lo stimolo dei suoi sostenitori a partecipare alle votazioni e, quindi, diminuiscono il numero di suffragi di cui dispone il suo partito.

Per esempio, la conquista della maggioranza alla Camera da parte dei repubblicani nelle elezioni di midterm del 2010 fu favorita dal calo dell’affluenza alle urne degli afroamericani. Costoro si erano recati in massa ai seggi nel 2008 e avevano votato per il partito democratico in modo da sostenere la candidatura di Barack Obama, il primo afrodiscendente con possibilità concrete di conquistare la Casa Bianca, ma non si mobilitarono in egual misura due anni più tardi perché la conferma del presidente non era in gioco.

Cosa è in gioco a novembre

Al momento, il partito di Trump dispone di 53 seggi nel Senato, contro 45 dei democratici e 2 di indipendenti (Angus King del Maine e Bernie Sanders del Vermont) che in genere si schierano contro il tycoon.

Nella Camera, invece, i repubblicani controllano 217 seggi, a cui possono aggiungere il voto di un indipendente (Kevin Kiley della California, che proviene dalle loro fila ed è comunque schierato su posizioni conservatrici), rispetto a 212 seggi in mano ai democratici e a 5 vacanti.

La maggioranza su cui può fare affidamento il presidente è esigua in entrambi i rami e la probabilità di perderla dopo le consultazioni di midterm è alta, non solo alla Camera, ma anche al Senato.

Dei 35 seggi in ballottaggio in quest’ultimo, solo 13 sono di democratici, mentre 22 sono di repubblicani e, pertanto, il partito di Trump rischia molto di più, alla luce soprattutto del crollo del consenso per The Donald.

L’indice di approvazione del tycoon, ormai in discesa da mesi, è calato al 33% (secondo un sondaggio della Quinnipiac University diffuso lo scorso 20 maggio) e sembra essere destinato a scendere ulteriormente nei prossimi mesi a causa dell’impopolarità della guerra contro l’Iran per il conseguente rialzo dei prezzi di combustibili e generi alimentari.

La strategia di Trump

In una situazione di questo genere sarebbe ragionevole aspettarsi che il presidente sostenesse i repubblicani in carica e attaccasse i democratici che ambiscono ai loro seggi a novembre. Tuttavia, la ragionevolezza non rientra nel novero delle caratteristiche di Trump.

La tattica a cui sta facendo ricorso il tycoon per contrastare il partito democratico è limitata al ricorso al gerrymandering. Nello specifico, The Donald sta inducendo le amministrazioni statali controllate dai repubblicani a ridefinire la configurazione delle circoscrizioni elettorali della Camera in maniera da penalizzare i candidati democratici e favorire quelli del proprio partito.

Di contro, la partecipazione diretta di Trump alla campagna elettorale per adesso è paradossalmente volta a colpire i repubblicani non allineati sulle sue posizioni affinché non ricevano la nomination per la conferma al Congresso e vengano sostituiti da politici disposti ad appiattirsi sull’orientamento della Casa Bianca.

Come ha recentemente osservato l’autorevole settimanale britannico “The Economist” (Donald Trump’s midterm strategy: purge the Republican Party, 13 marzo), Trump si sta impegnando in quello che gli riesce meglio: vendicarsi dei suoi nemici.

Le “colpe” di Cassidy e Massie

Cassidy e Massie sono due dei “nemici” di The Donald. Agli occhi del tycoon, la “colpa” principale di Cassidy è stata quella di votare a favore della condanna di Trump nella procedura di impeachment che aveva visto imputato The Donald per avere sobillato l’insurrezione del 6 gennaio 2021, con l’assalto alla sede del Congresso, allo scopo di impedire la certificazione ufficiale della vittoria di Joe Biden nelle elezioni presidenziali del 2020.

Dopo il ritorno del tycoon alla Casa Bianca, Cassidy ha cercato di riavvicinarsi a Trump. Per esempio, ha ratificato la nomina di Robert F. Kennedy Jr. alla carica di segretario del Department of Health and Human Services, nonostante le perplessità che – da medico quale era prima di darsi alla politica – nutriva per il candidato del tycoon al dicastero, a causa delle sue note critiche ai vaccini. Tuttavia, questo tentativo di riconciliazione con The Donald non è servito a cancellare quello che “The Economist” chiama il “peccato originale” di Cassidy. Così Trump ha sostenuto contro di lui la candidatura di Julia Letlow, una dei rappresentanti della Louisiana alla Camera, provocando la sconfitta del senatore uscente.

La Louisiana prevede il ballottaggio tra i due candidati più votati nelle primarie se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta dei voti. Ma Cassidy non sarà della partita. Oltre a lui e a Letlow, un terzo politico di rilievo, John Fleming, il tesoriere dell’amministrazione statale, era candidato nelle primarie repubblicane. Grazie all’essersi proclamato un fedele sostenitore di Trump, anche Fleming è stato in grado di sopravanzare Cassidy (con il 28,3% dei voti contro il 24,8%) e se la vedrà con Letlow, che ha ottenuto il 44,8%, nel ballottaggio del prossimo 27 giugno. Massie, invece, ha avuto il “torto” di unirsi ai suoi colleghi democratici per approvare il progetto di legge che ha imposto al dipartimento di Giustizia di pubblicare i file del defunto finanziere Jeffrey Epstein, che Trump non avrebbe voluto diffondere per celare il proprio coinvolgimento in questa torbida vicenda di pedofilia. Inoltre, Massie si è opposto allo One Big Beautiful Bill Act, la legge fiscale e di spesa federale voluta da Trump nel 2025, e ha più volte cercato di impedire al tycoon di attaccare l’Iran senza il consenso del Congresso, l’istituzione che costituzionalmente detiene i war powers (i poteri di guerra).

Così The Donald ha schierato Ed Gallrein, un ex Navy Seal, contro Massie nelle primarie repubblicane del Kentucky e ha indotto alcuni magnati di sua conoscenza a coprire i 18,6 milioni di dollari delle spese sostenute dallo sfidante del deputato uscente per la propaganda elettorale.

Oltre l’astio verso Cassidy

Emblematico del rancore che Trump nutre ancora per il “traditore” Cassidy è il commento che The Donald, con il suo abituale profluvio di maiuscole, ha voluto postare sui social media dopo l’esito delle primarie: “La sua slealtà verso la persona che lo aveva fatto eleggere [al Senato nel 2020] è ora leggendaria ed è bello vedere che la sua carriera politica è FINITA”.

Tuttavia, il livore personale non spiega da solo l’accanimento di Trump contro Cassidy. Nel celebrarne la perdita del seggio a Washington per una sorta di lesa maestà ai danni del tycoon, The Donald ha anche voluto inviare un messaggio ai suoi oppositori interni al partito repubblicano: chi non si trasformerà in uno yes-man (o una yes-woman nel caso di Letlow) farà la stessa fine di Cassidy.

L’invito implicito è quello a seguire l’esempio di Fleming, che è stato capace di mantenere in vita la propria candidatura, almeno fino al ballottaggio, grazie al fatto di essere saltato sul carro del trumpismo.

Le epurazioni trumpiane

Da quando si è candidato alla Casa Bianca nelle elezioni del 2016 Trump non ha mai perso l’occasione per cercare di trasformare il suo partito in una compagine politica fatta a propria immagine e somiglianza, liberandosi dei critici interni.

Ne sa qualcosa Liz Cheney, la figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney e la rappresentante repubblicana del Wyoming alla Camera dal 2017 al 2023. Votò per mettere in stato di accusa Trump per i fatti del 6 gennaio 2021 e svolse la funzione di vicepresidente della commissione d’inchiesta della Camera riguardo a questa vicenda.

Su pressioni di The Donald il partito repubblicano del Wyoming la espulse e il comitato nazionale dello stesso partito approvò una mozione di censura nei suoi confronti. Non ancora pago, nel 2022 il tycoon sostenne la candidatura di Harriet Hageman nelle elezioni primarie, mettendola in grado di strappare a Cheney la nomination repubblicana (nel Wyoming non è necessario essere formalmente membro di un partito per concorrere a una sua candidatura per una carica elettiva) con il 66,3% dei voti.

In passato, però, nel caso dei senatori sgraditi, Trump si era limitato a far terreno bruciato intorno a loro, allo scopo di spingerli a ritirarsi volontariamente dalla politica. Il caso più eclatante in proposito è stato quello del senatore Mitt Romney dello Utah.

Già governatore del Massachusetts dal 2003 al 2007 e candidato alla Casa Bianca nel 2012, quando fu sconfitto da Obama, Romney fu l’unico senatore repubblicano a votare per la condanna di The Donald nelle due procedure di impeachment a carico del tycoon: non solo quella per l’irruzione dei trumpiani a Capitol Hill nel 2021, ma anche quella precedente del 2020 riguardante il cosiddetto Ucrainagate, l’abuso di potere di Trump che nell’estate del 2019 aveva cercato di subordinare l’invio di aiuti militari a Kiev, già deliberati dal Congresso, all’apertura di un’indagine della magistratura ucraina su Hunter Biden, il figlio di Joe Biden, per screditare in qualche modo il suo più accreditato sfidante nelle elezioni presidenziali che si sarebbero svolte l’anno seguente.

Resosi conto del progressivo restringimento degli spazi di agibilità politica all’interno del partito repubblicano, Romney decise di non candidarsi per un nuovo mandato al Senato nel 2024.

L’esempio di Romney è stato seguito dal senatore Thom Tillis della Carolina del Nord. Tillis fu uno dei tre senatori repubblicani a votare contro lo One Big Beautiful Bill Act, suscitando l’ira del tycoon. Piuttosto che doversi confrontare con un avversario che The Donald prometteva di far scendere in campo contro di lui nelle primarie di quest’anno, Tillis ha preferito non ricandidarsi.

In precedenza, nel 2018, il senatore Jeff Flake dell’Arizona aveva rinunciato a correre per un altro mandato a Washington, ritenendo che, con The Donald alla Casa Bianca, non ci fosse più posto per lui nel partito repubblicano.

Del resto, perfino la ex pasionaria del trumpismo, la deputata della Georgia Marjorie Taylor Greene, dopo essere entrata in contrasto con The Donald sull’appoggio del governo di Washington a Israele nella crisi di Gaza e sulla gestione dei file di Epstein, ha scelto non solo di non ripresentarsi alle elezioni del 2026 ma addirittura di dimettersi dalla Camera prima della scadenza naturale del suo mandato.

Il tentativo di “purga” di Roosevelt

È irrituale che un presidente in carica si esponga in prima persona e svolga un ruolo attivo nelle elezioni primarie del proprio partito.

D’altra parte, esiste un precedente non particolarmente incoraggiante per Trump. Nel 1938 Franklin Delano Roosevelt si ingerì pesantemente nelle primarie democratiche in vista delle elezioni di midterm. Il suo obiettivo era quello di sostenere candidati progressisti che prendessero il posto di deputati e senatori conservatori che stavano intralciando l’attuazione dell’agenda legislativa del New Deal. Gli avversari di Roosevelt ribattezzarono “purga” la sua poco convenzionale ingerenza nelle dinamiche interne al partito, con l’evidente intento di screditare le manovre del presidente stabilendo un’analogia con le quasi contemporanee epurazioni cruente degli oppositori di Stalin in Unione Sovietica.

In ogni caso, gli sforzi di Roosevelt furono nel complesso infruttuosi. Riuscì a evitare solo la ricandidatura di John J. O’Connor, il presidente della Commissione per il Regolamento della Camera, e non poté, invece, impedire il conferimento della nomination democratica e la successiva rielezione nel caso di Millard Tydings, uno dei due senatori del Maryland, che in precedenza non aveva avuto remore a votare con i colleghi repubblicani contro alcuni progetti di legge promossi da Roosevelt.

La dimensione della vittoria dei candidati trumpiani

A differenza degli sforzi di Roosevelt nel 1938, la “purga” attuata da Trump quest’anno sta avendo successo. Oltre ai casi eclatanti di Cassidy e Massie, nelle primarie repubblicane dell’Indiana dello scorso 5 maggio, con un investimento di più di 9 milioni di dollari in propaganda, il tycoon è riuscito a provocare la sconfitta di ben cinque senatori statali – tra cui Jim Buck, in carica da diciotto anni – che si erano opposti al suo progetto di gerrymandering delle circoscrizioni dello Stato.

In quelle della Georgia, il candidato del tycoon per la carica di governatore, Burt Jones, ha conseguito la maggioranza relativa dei voti (38,4%) ed è andato al ballottaggio, dove se la vedrà con Rick Jackson (che ha conquistato il 32,5%).

Entrambi hanno sopravanzato e conseguentemente eliminato dalla competizione per il governatorato il segretario di Stato Brad Raffensperger, che ha ottenuto solo il 15%. Contro Raffensperger The Donald ha lanciato per settimane i suoi strali perché, in un ormai celebre alterco telefonico, nel 2020, si era rifiutato di “trovare 11.700 voti” per consentire a Trump di strappare a Biden la Georgia e ottenere la conferma alla Casa Bianca. Inoltre, le implicazioni della sconfitta di Massie sono più ampie della mera defenestrazione di un critico. Il deputato del Kentucky aveva l’appoggio di alcuni esponenti del movimento Make America Great Again (MAGA), come la già menzionata Taylor Greene e il conduttore televisivo Tucker Carlson, che hanno accusato il tycoon di avere rinnegato l’impegno sovranista dell’“America First” per lanciarsi in avventure militari all’estero e hanno preso le distanze da lui, in seguito al suo abbandono del neoisolazionismo con le azioni militari in Venezuela e Iran nonché per il suo eccessivo appiattimento sulle posizioni di Israele in Medio Oriente.

La vittoria di Gallrein su Massie permette a Trump di dimostrare di avere il pieno controllo del movimento MAGA e di poterne definire o rimodulare gli obiettivi a suo insindacabile giudizio, senza subire un ridimensionato del proprio ruolo a quello di mero portavoce di una base autonoma da The Donald nello stabilire la linea politica.

Il consolidamento dell’egemonia di Trump nel partito repubblicano e all’interno del movimento MAGA è attestato da un ulteriore dato.

Secondo un sondaggio di “Politico”, la metà degli elettori che hanno votato o voteranno nelle primarie repubblicane ha sostenuto o sosterrà i candidati appoggiati da Trump e appena il 9% si è pronunciato o si pronuncerà per quelli avversati dal tycoon (i restanti non si sono pronunciati o si sono dichiarati indifferenti alla posizione di The Donald).

Il caso di Mehmet Oz

In passato l’aver anteposto la lealtà personale dei candidati al Senato alle loro qualifiche politiche non ha sempre avvantaggiato Trump in quanto ha indotto il tycoon ad appoggiare figure poco spendibili agli occhi degli elettori.

Per esempio, nelle consultazioni di midterm del 2022 The Donald sostenne la corsa di Mehmet Oz per uno dei due seggi della Pennsylvania al ramo alto del Congresso. Oz era un chirurgo molto famoso perché conduceva un seguitissimo programma televisivo di divulgazione medica (The Dr. Oz Show), in cui dispensava consigli agli spettatori in studio e a quelli collegati da casa.

Nondimeno, era un assoluto neofita della politica e, dopo aver ottenuto di strettissima misura la nomination repubblicana (con il 31,2% dei voti contro il 31,1% del suo principale sfidante), venne sconfitto dal democratico John Fetterman, che raccolse il 51,2%.

Secondo alcuni osservatori, il divario relativamente contenuto tra Oz e Fetterman avrebbe potuto essere colmato se Trump avesse puntato su un personaggio con un minimo di comprovata esperienza politica, cioè su una figura in grado di ottenere il consenso degli indipendenti, quei votanti meno interessati alla lealtà di partito e più attenti alla competenza dei candidati.

Nel 2022 altri repubblicani trumpiani in corsa per il Senato furono sconfitti: Herschel Walker, un ex giocatore professionista di football, in Georgia e Blake Masters, un venture capitalist sostenitore dell’ipotesi strampalata il tycoon avesse vinto le elezioni del 2020, in Arizona. Quest’ultimo fu definito dal “Washington Post” “il peggior candidato del 2022”.

Tali scelte stravaganti di The Donald finirono per aiutare il partito democratico che, malgrado la sconfitta nelle elezioni per la Camera, quell’anno riuscì ad aumentare di un’unità il numero dei suoi seggi in Senato.

Ken Paxton

Quest’anno l’Oz di Trump si potrebbe chiamare Ken Paxton. È l’attuale procuratore generale dello Stato ed è in corsa nelle primarie repubblicane del Texas per il Senato che si svolgeranno martedì prossimo.

Nel 2023 fu messo in stato di accusa per frode e intralcio alla giustizia dall’assemblea legislativa statale, che pure era controllata dal suo stesso partito, anche se alla fine venne assolto. Ha poi raggiunto un accordo extragiudiziario per un caso di corruzione, riuscendo a evitare di dichiararsi colpevole. La moglie, che ha chiesto il divorzio, lo accusa di infedeltà coniugale.

Trump sostiene Paxton contro il senatore repubblicano in carica, John Cornyn, al quale vuol far perdere il seggio a Washington perché questo legislatore non lo avrebbe aiutato in maniera adeguata nella campagna per le presidenziali del 2024.

Cornyn, infatti, gli conferì il suo appoggiosolo nel mese di gennaio, cioè oltre un anno dopo l’annuncio ufficiale della candidatura del tycoon alla Casa Bianca.

Invece, Paxton ha il merito di aver manifestato la propria solidarietà a Trump al tempo della condanna per il caso di Stormy Daniels, la pornostar di cui The Donald aveva fatto comprare il silenzio su una presunta relazione tra loro con fondi che avrebbero dovuto essere destinati alla campagna elettorale del 2016.

Ma, qualora Paxton strappasse a Cornyn la nomination per il Senato, la fedeltà al tycoon non costituirà necessariamente un viatico per ottenere il consenso della maggioranza dei votanti texani in novembre, quando il vincitore delle primarie repubblicane dovrà affrontare il democratico James Talarico.

Dalle primarie repubblicane alle elezioni di midterm

Secondo l’editorialista del “New York Times” Thomas L. Friedman (Where are the republicans who put America first, 19 maggio 2026), dopo l’uscita di scena dei “Never Trump Republicans”, gli oppositori inveterati di The Donald tra i repubblicani, che dal 2016 a oggi sono morti (come nel caso del senatore John McCain dell’Arizona) oppure si sono ritirati dalla politica attiva (come ha scelto di fare Romney), la recente tornata di elezioni primarie avrebbe segnato il trionfo dei “Trump First Republicans” sugli “America First Republicans”.

I primi sono gli adulatori del tycoon, disposti a seguirlo in qualsiasi circostanza e pronti ad anteporre la promozione delle posizioni di The Donald agli interessi del partito repubblicano.

I secondi sono i fautori della difesa coerente di un’agenda sovranista e conservatrice da privilegiare rispetto al porsi in sintonia con i repentini ripensamenti e gli improvvisi colpi di testa del presidente.

Il precedente di Oz, però, dimostra che il conferimento delle candidature ai propri fedelissimi, cioè la vittoria nelle primarie, non comporta necessariamente il successo nelle elezioni di novembre e, pertanto, non garantisce neppure il mantenimento della maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato dopo le consultazioni di midterm.

I risultati delle primarie di questo maggio dimostrano il controllo di Trump sul partito repubblicano. Lo attesta anche un sondaggio del “New York Times”, secondo cui The Donald gode del consenso dell’82% degli elettori registrati come repubblicani.

Tuttavia, ad approvare l’operato del presidente è solo il 26% dei votanti indipendenti, la coorte che in genere decide l’esito delle elezioni.

Inoltre, se il 55% degli elettori repubblicani vorrebbe che il candidato del loro partito alla presidenza nel 2028 seguisse la stessa linea politica di Trump, un altro 37% desidererebbe che l’erede del tycoon si volgesse in una nuova direzione.

Anche sulla nascente disaffezione di questi votanti potrà forse già fare affidamento il partito democratico per conquistare la maggioranza al Congresso in novembre.

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