Kate Middleton torna in Italia. E il countdown è già iniziato. La principessa del Galles sarà infatti a Reggio Emilia il 13 e 14 maggio. Due giorni. Un mini tour senza il consorte William – il primo viaggio internazionale dopo la malattia scoperta nel 2024 – dedicato all’approfondimento della filosofia educativa che ha reso celebre (e studiata) all over the world la città emiliana. Una scelta anche simbolica per Kate, madrina nel Regno Unito di una campagna per la promozione dell’educazione dei bambini fin dalla primissima infanzia.
Sui dettagli del programma, le informazioni sono ancora top secret ma, dopo l’annuncio ufficiale di Kensington Palace, la città è in fermento. Solo da alcune indiscrezioni si apprende che tra le tappe ci saranno almeno un paio di scuole e la sede di Reggio Children, il centro internazionale che ha raccolto l’eredità del pedagogista reggiano Loris Malaguzzi, padre del Reggio Emilia Approach. Un approccio, appunto, che parte da lontano: dall’Ottocento, con il primo nido d’infanzia per i bambini del popolo, per arrivare al Dopoguerra, alle esperienze delle donne (in particolare dell’Udi) che ispirarono proprio Malaguzzi. E così, da una scuola nata vendendo un carro armato e sei cavalli lasciati dai tedeschi in fuga, si posero le fondamenta di un sistema educativo che oggi è dentro a un network di 145 tra Paesi e territori.
In questa intervista a FIRSTonline, Francesco Profumo, già ministro dell’Istruzione, docente universitario, una carriera costellata di incarichi in importanti società e – dal 2024 – presidente della Fondazione Reggio Children, ci racconta i dettagli di questa visita: per la principessa Kate, infatti, sarà un modo per confrontarsi in vista dell’espansione globale del Centro per la Prima Infanzia della Royal Foundation (The Royal Foundation Centre for Early Childhood). Ecco perché incontrerà amministratori locali, rappresentanti del pianeta imprenditoriale, ma soprattutto i protagonisti dell’approccio che ha fatto scuola: bambine e bambini, educatori e genitori.

Professor Profumo, come è nata questa visita?
“La visita nasce da un interesse autentico e profondo della principessa verso il valore dell’educazione nei primi anni di vita. La principessa, attraverso un impegno pubblico nel Regno Unito, ha più volte sottolineato come i primi anni di vita dei bambini siano decisivi non soltanto per lo sviluppo cognitivo dei bambini stessi ma anche per la costruzione della loro identità emotiva e relazionale. E, nel corso di questa sua attività, la principessa ha individuato il Reggio Emilia Approach come di interesse perché rappresenta un’esperienza unica al mondo. È un approccio educativo che è nato dal basso, è nato dalle donne e dalle persone che avevano fatto esperienza nel mondo educativo nel primo Dopoguerra e, grazie alla visione straordinaria di Loris Malaguzzi e alla partecipazione della cittadinanza, Reggio sente proprio suo questo modello: l’intera comunità reggiana aveva preso parte”.
Ma chi ha contattato chi?
“Sono stati loro, dal Regno Unito, ad aver cercato Reggio. La principessa Kate, infatti, aveva già avuto modo di conoscere il Reggio Emilia Approach e lo aveva molto apprezzato. Oggi vuole visitare i luoghi, vuole visitare le scuole, vuole parlare con i bambini, vuole parlare con gli insegnanti e anche con i genitori proprio perché lo ritiene un modello di grande interesse”.
L’intera città è – comprensibilmente – in fermento. Voi della Fondazione Reggio Children come avete accolto questa notizia?
“Abbiamo accolto questa notizia con grande emozione ma anche con un grandissimo e profondo senso di responsabilità. Quando una figura internazionale come la principessa Kate, così amata e riconosciuta, decide di dedicare tempo ed energia al tema dell’educazione dei bambini, significa veramente che l’infanzia torna ad essere al centro del dibattito pubblico mondiale e di questo siamo pienamente coscienti. E allora ci stiamo preparando con grande cura ma anche con lo spirito che ha sempre caratterizzato Reggio Emilia: autenticità e ascolto. Non vogliamo mostrare un modello ma vogliamo condividere una cultura educativa che è stata costruita in decenni di lavoro quotidiano: nelle scuole, nei nidi, nelle relazioni con le famiglie e nella comunità”.
Al netto dei cerimoniali e delle ovvie formalità, lei a che tipo di incontro si sta preparando?
“Credo che sarà un incontro molto piacevole: sono convinto che una persona che ha come priorità il tema dell’educazione dei bambini è una persona con la quale è semplice interagire. Ho dedicato tutta la mia vita all’educazione, soprattutto a quella degli studenti universitari, ma negli ultimi anni ho dedicato molto tempo anche ai bambini quindi, sì, credo sarà facile interagire”.
Il Reggio Emilia Approach pone il bambino al centro come soggetto attivo, titolare di diritti e dotato di “cento linguaggi”: espressivi, comunicativi, cognitivi.
“Sì, perché attenzione: quello di Reggio Emilia non è un modello predefinito ma un approccio che si differenzia territorio per territorio”.
Ed è questo, secondo lei, che ha conquistato e sedotto Kate?
“Credo che abbia colpito l’idea di bambino che emerge dal Reggio Emilia Approach: un bambino che è competente, curioso, creativo, capace di costruire conoscenza insieme agli altri. Malaguzzi parlava spesso dei 100 linguaggi dei bambini, che sono 100 modi di pensare, di esprimersi, di immaginare e di esplorare il mondo. Questo è un messaggio estremamente moderno perché ci ricorda che educare non significa riempire dei contenitori ma significa creare contesti nei quali ogni bambino possa sviluppare la propria personalità e la propria unicità. Penso che la principessa abbia colto anche un altro aspetto molto importante: qui, a Reggio Emilia, l’educazione non è mai separata dalla relazione, dalla cura, dall’ascolto e dalla comunità. Le scuole di Reggio sono luoghi belli, accoglienti, aperti, dove anche gli spazi parlano ai bambini e dove gli adulti imparano insieme ai più piccoli. E ciò avviene in un’epoca purtroppo dominata dalla velocità e dalla tecnologia mentre questo approccio restituisce centralità all’umanità dell’educazione”.
C’è un valore anche simbolico in questa trasferta reale?
“Sì. Questa pedagogia non considera il bambino come un adulto incompleto. Molte volte noi abbiamo questo modo di identificare il bambino, ma come una persone piena di capacità, curiosità, creatività e diritti. Quindi sì, credo che questa visita abbia anche un valore simbolico molto forte, in un tempo segnato da guerre, paure e frammentazioni, il fatto di scegliere di dedicare attenzione ai bambini significa veramente scegliere il futuro. E ci auguriamo sia un futuro migliore”.
Concretamente, che tipo di dialogo vorreste aprire con la principessa?
“Vorremmo aprire con la principessa un dialogo sul valore universale dell’educazione come infrastruttura democratica. Oggi più che mai investire nell’infanzia non è soltanto una scelta educativa ma è una scelta sociale, è una scelta civile ed è una scelta anche economica perché costruisce le basi per una economia migliore. Ormai è abbastanza chiaro che le società che investono nei bambini costruiscono comunità più coese, meno disuguali e più capaci di affrontare il cambiamento”.
Già nel 1991 la copertina di Newsweek inseriva un asilo reggiano – il “Diana” – tra le 10 migliori scuole al mondo. Fu un’incoronazione per la città. Quanta ulteriore strada è stata fatta da allora?
Quella copertina fu un momento molto importante perché fece conoscere al mondo ciò che a Reggio Emilia si stava costruendo da decenni. È stato un momento che da un punto di vista comunicativo ha avuto un effetto dirompente. Ma in realtà il percorso più significativo è quello che è avvenuto dopo. Da quel momento lì, 35 anni fa, è avvenuto molto. Oggi il Reggio Emilia Approach è studiato nelle università, scuole, centri di ricerca in tutti i continenti. Quindi è diventato talmente una buona pratica da far sì che soggetti esterni studiano questo tipo di approccio. Esistono quindi reti internazionali, scuole ispirate a questa esperienza e migliaia di insegnanti che vengono a Reggio per comprendere una visione dell’infanzia e della società, non solo l’approccio.
Lei prima ha citato la tecnologia: un tema che, soprattutto se messo in relazione ai minori, è ampiamente dibattuto, spesso anche divisivo. E allora, quanta ancora ce n’è da fare, di strada?
“Moltissima. Viviamo un tempo nel quale le diseguaglianze educative stanno crescendo, le fragilità delle famiglie aumentano e il rischio è che l’infanzia venga considerata un tema minore quando invece è il luogo nel quale si costruisce il futuro di una comunità. La vera sfida di oggi è portare la cultura educativa dell’ascolto, della partecipazione e della creatività dentro le grandi trasformazioni contemporanee, compresa l’IA perché la tecnologia da sola non renderà il mondo migliore. Serviranno bambini capaci di pensare, di immaginare, di collaborare e di emozionarsi”.
Emozioni, pensieri e immaginazione, dice lei. Vero è che tra chatbot e algoritmi è una sfida enorme.
“Bisognerà che li educhiamo in questa direzione ed è forse questo il messaggio più forte che Reggio Emilia continua ad offrire a tutto il mondo: educare un bambino significa avere fiducia nell’umanità di domani”.