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Nyt, l’appello dell’editore Sulzberger ai media Usa: “Non capitolate a Trump”

L’editore del New York Times Arthur Gregg Sulzberger accusa Trump di attaccare la stampa Usa e avverte i media: cedere alle pressioni rafforza la Casa Bianca

Nyt, l’appello dell’editore Sulzberger ai media Usa: “Non capitolate a Trump”

La tensione tra Donald Trump e i media statunitensi resta altissima e attraversa ormai tutto il sistema dell’informazione, dalla carta stampata alla televisione. A rilanciare l’allarme è Arthur Gregg Sulzberger, editore del New York Times, che durante un evento della Yale Law School a New York ha accusato il presidente degli Stati Uniti di aver intensificato gli attacchi contro la stampa con strumenti sempre più ampi e aggressivi.

Il caso più simbolico, nelle ultime ore, è diventato quello di Stephen Colbert. Il conduttore ha chiuso il suo Late Show su Cbs il 21 maggio 2026, dopo che la rete aveva annunciato con un anno di anticipo la fine del programma, motivandola come una scelta “puramente finanziaria” e non legata ai contenuti o ai risultati editoriali dello show. Ma l’uscita di scena di uno dei volti più riconoscibili della satira anti-Trump è stata accolta dalla Casa Bianca con toni di scherno: l’account ufficiale ha diffuso un video generato con l’intelligenza artificiale in cui il presidente scaraventa Colbert in un cassonetto, accompagnato dal messaggio “bye-bye”.

È anche dentro questo clima che si inserisce l’intervento di Sulzberger. Il suo non è stato soltanto un atto d’accusa contro la Casa Bianca, ma un messaggio diretto al mondo dell’informazione americana: resistere alle pressioni politiche, legali ed economiche dell’amministrazione Trump. Secondo l’editore del Nyt, infatti, il problema non riguarda solo le iniziative del presidente, ma anche la disponibilità di alcune testate a ridimensionare il proprio ruolo pur di evitare conflitti o proteggere interessi commerciali. “Non serve a nessuno ignorare la realtà che il presidente Trump ha usato una gamma sempre più ampia di strumenti e poteri per colpire la stampa in modo molto più aggressivo rispetto ai suoi predecessori moderni”, ha detto Sulzberger, descrivendo un rapporto sempre più duro tra potere politico e giornalismo indipendente.

Dal Pentagono alle cause miliardarie: il braccio di ferro con i media

Sulzberger ha indicato una serie di episodi che, a suo giudizio, mostrano la pressione crescente dell’amministrazione sui media. Tra questi ci sono le restrizioni imposte dal Pentagono ai giornalisti, comprese policy legate agli accrediti e alle modalità di accesso alle informazioni, finite poi al centro di pronunce giudiziarie. Un giudice federale ha dichiarato incostituzionale la linea che subordinava l’attività dei reporter a regole considerate incompatibili con il pieno esercizio della libertà di stampa.

Il confronto si è spostato anche nelle aule giudiziarie. Trump ha promosso azioni legali contro diverse testate, tra cui Des Moines Register, Wall Street Journal, Bbc e lo stesso New York Times. Nel caso del quotidiano newyorkese, il presidente aveva chiesto 15 miliardi di dollari, accusando il giornale di essere “un megafono sfacciato del Partito democratico”. La causa, presentata in Florida, è stata però respinta dopo pochi giorni.

Il Nyt si trova coinvolto anche in un’altra controversia con l’amministrazione, questa volta sulle pratiche di assunzione. La contestazione riguarda l’accusa di discriminazione nei confronti di un dipendente maschio bianco che non avrebbe ottenuto un incarico editoriale di rilievo. Sul fronte opposto, il quotidiano ha avviato una nuova causa contro le regole del dipartimento della Difesa che impongono ai reporter di essere accompagnati all’interno dell’edificio, una misura che secondo il Times limita la possibilità di raccogliere informazioni sulla macchina militare americana.

Il monito ai giornali: piegarsi oggi significa indebolirsi domani

La parte più politica dell’intervento di Sulzberger è stata rivolta non alla Casa Bianca, ma agli stessi media. L’editore ha criticato quelle testate che, secondo lui, hanno accettato accordi in “cause che potevano vincere”, hanno attenuato le critiche alla Casa Bianca nelle pagine editoriali o hanno adottato nei propri articoli il linguaggio preferito da Trump. L’esempio citato è quello del “Golfo del Messico” sostituito con “Golfo d’America”, scelta letta da Sulzberger come un segnale di adattamento al lessico politico del presidente. Dietro queste decisioni, secondo l’editore del Nyt, ci sarebbe il tentativo di “placare l’amministrazione o favorire i propri interessi economici”.

Il punto centrale del suo appello è che ogni cedimento, anche quando sembra marginale, finisce per produrre un effetto politico più ampio. “Questa capitolazione, anche nei casi apparentemente minori, serve soltanto a incoraggiare l’amministrazione a continuare ad attaccare la stampa“, ha affermato Sulzberger. Il messaggio, in altre parole, è che la difesa della libertà di stampa non si gioca solo nelle grandi battaglie giudiziarie, ma anche nelle scelte quotidiane delle redazioni: il linguaggio usato, le cause accettate o combattute, le critiche mantenute o cancellate, l’autonomia editoriale difesa o sacrificata.

Il caso Cbs e il clima nelle redazioni americane

Nel suo discorso Sulzberger ha fatto riferimento anche ai cambiamenti avvenuti nel mondo televisivo, in particolare alla Cbs. Secondo l’editore del New York Times, le modifiche alla programmazione, al personale e alla linea editoriale introdotte sotto la nuova proprietà di David Ellison si inseriscono in un contesto più ampio, segnato dalla crescente attenzione dei media ai rapporti con la Casa Bianca. L’uscita di Colbert dal Late Show è diventata uno dei simboli di questo clima. Il conduttore, alla guida del programma dal 2015 dopo l’era Letterman, è stato per anni uno dei bersagli preferiti di Trump e uno dei volti più riconoscibili della satira politica americana. La fine del suo show, pur spiegata da Cbs con ragioni economiche, è stata letta da molti osservatori dentro una cornice più ampia: quella di un’industria mediatica sempre più esposta alle pressioni del potere politico e agli equilibri societari.

Per Sulzberger, episodi di questo tipo contribuiscono a delineare un contesto in cui la pressione non passa soltanto attraverso gli attacchi pubblici o le cause legali, ma può incidere sulle scelte industriali, editoriali e aziendali. È qui che si colloca il rischio maggiore: l’autocensura. Non solo quella esplicita e visibile, ma anche quella preventiva, fatta di prudenza lessicale, riduzione delle critiche, accordi legali scelti per convenienza e non per reale debolezza giuridica.

La resistenza delle testate contro Trump

Sulzberger non ha però descritto un sistema mediatico interamente in ritirata. Al contrario, ha citato alcune organizzazioni giornalistiche che, a suo giudizio, hanno scelto di opporsi agli sforzi dell’amministrazione Trump di colpire il giornalismo indipendente. Tra queste ha indicato Wall Street Journal, Associated Press e Npr.

“Alcune testate si sono dimostrate all’altezza della situazione opponendosi agli sforzi dell’amministrazione Trump di punire il giornalismo indipendente”, ha dichiarato. E ha aggiunto un passaggio che suona come una chiamata alla responsabilità collettiva dell’industria dell’informazione: “Questo è importante perché, senza clienti coraggiosi, anche i migliori avvocati non possono né affermare né difendere i diritti di una stampa libera e indipendente”.

L’appello dell’editore del New York Times arriva così in un momento di forte tensione istituzionale e mediatica. Cedere oggi, anche su dettagli apparentemente secondari, può diventare domani il precedente che rende più fragile tutta la stampa americana.

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