Silenzio o poco più su Gaza. Pacchetti a ripetizione sulle sanzioni contro la Russia, ma ben lontani da un vero tavolo di trattativa tra Kiev e Mosca. E ora, sull’Iran, dall’ultimo vertice europeo del 19 marzo solo timidissime mosse limitate agli effetti sui prezzi dell’energia. Insomma, l’Unione europea si conferma un “nano politico” incapace di giocare un ruolo, di essere “global player” nella gestione delle grandi crisi internazionali. Mancano competenze precise? E’ in atto più che nel passato uno “scaricabarile” tra la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per la politica estera europea Kaja Kallasa?
“Sì, è tutto vero ma c’è di più” dice l’ambasciatore Roberto Nigido, classe 1941, una vita spesa tutta tra Roma e Bruxelles fin dai primi anni ‘70 quando si ritrovò a lavorare nella Commissione europea come collaboratore dell’allora commissario Carlo Scarascia Mugnozza. Poi la collaborazione con Romano Prodi a Palazzo Chigi che nel 2001 da presidente della Commissione lo vuole come suo capo di gabinetto, ma lui rifiuta. “Non potevo tornare a lavorare in quel covo di vipere di Bruxelles” confessa oggi pur mantenendo sempre (fino ad oggi) un ruolo di consigliere e stretto collaboratore di Prodi.
E allora, in attesa di riscrivere i Trattati cosa possono fare le istituzioni europee per contare di più in politica estera e, soprattutto, cosa potrebbe o dovrebbe fare l’Italia per far sentire il suo peso?
“L’Italia – ricostruisce Nigido – adesso ha l’ambizione di porsi come interlocutore privilegiato degli Stati Uniti in Europa ma è irrealistico pensare che l’Italia possa diventare un ponte di dialogo tra gli Stati Uniti e l’Europa: non ha i mezzi economici, come la Germania, o militari, come la Francia, per farsi riconoscere questo ruolo. E accettare una posizione di sudditanza senza distinzioni nei confronti di Washington la screditerebbe nei confronti degli altri europei, oltre che, ovviamente, nei confronti degli stessi Stati Uniti. Gli italiani non dovrebbero tornare a essere definiti, come in passato fino alla scomparsa del Patto di Varsavia, i bulgari della Nato”.
Tutto è veramente cambiato venticinque anni fa con la vittoria di Berlusconi e il suo secondo Governo.
“E’ da allora – spiega l’ambasciatore Nigido – che l’Italia è scomparsa dalla politica europea rinunciando a giocare il ruolo che fino ad allora svolto. Monti e Letta dal 2011 in poi hanno cercato di correggere quella pericolosa deriva ma non è stato sufficiente. Basti pensare che la stessa Meloni nel 2018, allora all’opposizione, risultò essere la prima firmataria del progetto di riforma costituzionale per sopprimere l’obbligo previsto in Costituzione del rispetto prioritario delle norme europee”.
Eppure c’è stato un momento in cui molti guardavano con speranza all’Italia
“Nei rapporti e nelle dinamiche di potere tra Francia e Germania – osserva sempre Nigido – l’Italia ha svolto una funzione essenziale: lo ha fatto con Gaetano Martino per la conferenza di Messina del ’55 che aprì la strada ai Trattati di Roma, poi con Craxi a Milano nell’85 al vertice del Castello Sforzesco che mise in minoranza Margaret Thatcher e poi al vertice di Roma del 1990 così come a Maastricht nel 1991, quando l’intervento congiunto di Andreotti e Mitterrand su Kohl (sollecitato da Andreotti) consentì di stabilire una data fissa e non rinviabile (maggio 1998) per l’entrata in vigore della moneta unica. A quel ruolo l’Italia dovrebbe tornare, per contribuire a stimolare un sussulto di dignità e di unità in Europa: prima che Usa, Russia e Cina riducano gli europei a schiavi”.
Rispetto ad oggi qualcosa in politica estera c’è stato nel passato se si pensa alla dichiarazione di Venezia del 1980 su Medio Oriente
“Si, certo – risponde Nigido – ma anche quella dichiarazione non incise più di tanto nel processo di pace; la verità è che la Comunità e oggi l’Unione europea non era nata per la politica estera, il fallimento della Ced non ratificato dai francesi ha sempre avuto il suo peso”. Allora come uscirne? “La verità è che non si può gestire la politica estera a 27. Occorrono pochi Paesi, sette al massimo otto: Germania, Francia, Polonia, Italia, Spagna, Olanda ma anche Regno Unito. Occorre riformare i Trattati e prendere ad esempio dal modello della Nato con un segretario generale e poi un comitato politico e un comitato militare. Strutture agili che possano decidere, non ci sono alternative”.
E poi, aggiunge Nigido “per avere voce in politica estera occorre essere forti anche militarmente, non solo con razionalizzazioni e sinergie tra le varie forze armate ma anche con forme di deterrenza nucleare”. Senza quest’ultima, spiega “la difesa convenzionale è destinata a essere perdente. Gli europei dovranno in definitiva elaborare una nuova dottrina di difesa atlantica che includa un’essenziale componente autonoma europea, inclusa la deterrenza nucleare. Per fare questo dovranno innanzitutto chiarirsi le idee tra di loro. Alcuni Paesi europei cominciano a muoversi in questa direzione ma l’Italia è assente dal processo perché l’attuale Governo continua a sperare che possa ancora essere salvaguardato un forte impegno USA in Europa”.
