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Confindustria e Governo, le critiche all’Europa: ecco perché Orsini e Meloni non hanno le stesse posizioni

Durante l’assemblea di Confindustria ci sono state critiche e in qualche passaggio perfino assonanze tra quanto sostenuto dal presidente Orsini nella sua ampia relazione e quanto affermato dalla premier Meloni. Ma il senso generale dei due discorsi era profondamente diverso. Ecco perché

Confindustria e Governo, le critiche all’Europa: ecco perché Orsini e Meloni non hanno le stesse posizioni

A leggere i titoli dei principali giornali di destra, ma anche quelli di qualche storico giornale indipendente con simpatie per la sinistra, sembra che tra il presidente della Confindustria, Emanuele Orsini, e la premier Giorgia Meloni si sia manifestata martedì durante l’annuale assemblea di Confindustria una perfetta identità di vedute sull’attribuire una notevole dose di responsabilità – per le difficoltà in cui si dibatte la nostra economia – alla burocrazia di Bruxelles ed in genere alle scelte politiche della Ue. Ad esempio La Repubblica ha titolato “Meloni e industriali, asse contro l’Europa”.

Confindustria e Governo: posizioni diverse rispetto all’Europa

Certo, ci sono state delle critiche, e in qualche passaggio perfino delle assonanze tra quanto sostenuto dal presidente Orsini nella sua ampia relazione e quanto affermato dalla presidente del Consiglio. Ma il senso generale dei due discorsi era profondamente diverso: la premier ha detto che la Ue deve fare meno cose, ma meglio, mentre il presidente di Confindustria pur criticando certe scelte della politica di Bruxelles come quella sull’ambiente e quella sulla mancata coesione per affrontare il problema dell’attuale crisi energetica, ha affermato con chiarezza che Bruxelles si deve caricare di “maggiori” compiti, deve cioè potenziare la propria politica industriale, deve emettere debito comune per poter finanziare la ricerca, specie nel campo delle tecnologie digitali, e intervenire con maggiore forza nel coordinare le politiche industriali per la difesa.

Confindustria e Governo: sull’Europa soluzioni diverse

Insomma, anche se apparentemente le critiche possono sembrare simili, la soluzione del problema al fine di rendere l’Europa un attore di prima grandezza sulla scena internazionale, è totalmente diversa: Meloni ribadisce nella sostanza la sua posizione in favore di una Europa delle patrie, cioè una confederazione dove il pallino del comando rimane saldamente nelle mani dei singoli Stati che si mettono di volta in volta d’accordo per affrontare specifici problemi. Naturalmente questo implica che, come Meloni ha detto recentemente in Parlamento, rimanga il voto all’unanimità nel Consiglio dei capi di Stato, e che si usino con parsimonia anche le cooperazioni rafforzate o le geometrie variabili verso le quali il nostro Governo ha manifestato sempre sostanziale freddezza.

Al contrario, la Confindustria, e non potrebbe essere altrimenti dati gli stretti legami delle nostre aziende con quelle europee, vorrebbe un Governo di Bruxelles capace di fare molto più di quanto finora rientra nel suo ambito di competenza. Certo anche molte scelte politiche compiute in passato vengono aspramente criticate a cominciare dal Green deal e dalle norme sugli Ets ritenuti ormai preda della speculazione finanziaria che li ha spinti a livelli tali di prezzo da mettere rapidamente fuori mercato una serie di imprese europee. Orsini ha citato il caso dell’industria delle maioliche che nella sua regione, l’Emilia-Romagna, impiega oltre 40 mila persone e che, con l’attuale costo dell’energia e degli oneri collegati al green deal, rischiano di trovarsi senza lavoro.

Europa: la ricetta di Orsini

Ma per uscire da questa grave crisi di deindustrializzazione iniziata anni fa e mai affrontata con le politiche giuste né da Bruxelles né da Roma, bisogna fare una serie di azioni. Orsini ne enumera tre per la Ue e cinque per il Governo italiano. All’Europa si ricorda che occorre un vero mercato unico dei capitali e del risparmio e quindi delle banche, un debito comune per finanziare la politica industriale, e un mercato unico per l’energia. Una strada che porta al superamento dei veri di alcuni Paesi su questi temi che diventerebbero di competenza diretta della Commissione con una spinta quindi verso un assetto dell’Europa più federale.

Insomma, contrariamente a quanto sostenuto da Meloni, gli Stati dovrebbero cedere porzioni della loro sovranità a Bruxelles. Le resistenze sono forti, ma non vengono dalla “Burocrazia di Bruxelles” che a volte è anche esagerata, ma che molti politici indicano come responsabile delle difficoltà della loro politica nazionale, spesso demagogica e non in grado di affrontare i nodi strutturali che mantengono bassa la crescita di molti Paesi europei.

Per l’Italia Orsini ha indicato cinque leve: energia (il cui costo deriva da scelte sbagliate del passato come quella che ci ha escluso dal nucleare), crescita dimensionale delle imprese, contratti di sviluppo e innovazione, semplificazione della legge 231 e risorse adeguate agli obiettivi da trovare anche con una severa revisione dei bonus e delle agevolazioni fiscali concesse negli anni passati soprattutto per accontentare clientele e lobby più caciarone.

Meloni avrebbe dovuto chiedersi perché in quattro anni di governo non ha fatto almeno alcune di queste cose, e invece si è limitata ad offrire agli imprenditori l’apertura di un tavolo per riformare la pubblica amministrazione. Vaste programme, direbbe Charles de Gaulle, ma che comunque arriva con grande ritardo. Sta di fatto che tirare a campare non si può e quindi serve da subito, come ha detto Orsini, più coraggio, più responsabilità e più fiducia e quindi più coesione anche tra forze politiche diverse nel definire ed attuare progetti urgenti ed indispensabili.

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