Nel parco nazionale del Matese si coltiva un nuovo Presidio Slow Food: la sècena, un’antica varietà di segale riscoperta grazie a osterie e trasformatori locali. Dopo secoli di declino, questa segale rustica che ha sfamato intere generazioni diventa oggi simbolo di biodiversità, economia locale e cultura gastronomica.
Pur essendo la produzione ancora limitata, poiché parte del raccolto viene conservata per le semine future, la richiesta cresce costantemente, e i ristoratori del Matese sono pronti a raccontarne la storia attraverso i loro piatti.
Sècena del Matese: una varietà antica e rustica
La sècena è coltivata da tempi immemori dalle comunità agricole sul massiccio del Matese, tra Campania e Molise. Giunta nel Sud Italia durante l’Alto Medioevo, probabilmente al seguito dei Longobardi prima e dei Franchi poi, trovò casa tra le montagne dell’Appennino meridionale.
“Per secoli la sècena ha costituito uno degli alimenti base delle popolazioni locali, grazie alla possibilità di coltivarla anche ad altitudini notevoli, tra 900 e 1000 metri, dove il grano non poteva crescere”, spiega Costantino Leuci, referente Slow Food del Presidio. Rustica e resistente, cresce senza bisogno di concimi o trattamenti chimici. La farina veniva utilizzata per pane, focacce e biscotti, mentre gli steli essiccati servivano per intrecciare panieri e cappelli. Seminata in autunno e raccolta in estate, produce spighe dorate e flessibili e chicchi grigiastre, allungati e appuntiti. Il pane, spesso impastato con criscito, è compatto, con crosta croccante e friabile, e si conserva a lungo.
Dalla crisi al recupero
Nel secondo dopoguerra, con il maggiore accesso al mercato industriale, “i gusti sono cambiati e le farine ritenute più nobili hanno conquistato i palati e i mercati. Il pane nero è stato man mano messo da parte e i terreni abbandonati: chi non li ha convertiti ad altre coltivazioni ha continuato a tenere la segale soltanto per l’alimentazione degli animali”, ricorda Leuci.
Negli ultimi anni, sfruttando le possibilità offerte da un bando del ministero della Cultura, i Comuni di Castello del Matese e Letino hanno investito nel recupero della sècena e dei terreni dove un tempo veniva coltivata. Grazie al lavoro degli ultimi agricoltori custodi e alla collaborazione dell’Università Federico II di Napoli, la superficie seminata è cresciuta e oggi coinvolge nove aziende agricole.
“L’obiettivo è stato recuperare la coltivazione per il consumo umano, facendo sì che produttori e trasformatori si avvicinassero. Con l’aiuto di Slow Food ci siamo riusciti: abbiamo coinvolto pizzaioli, panificatori, un pastificio e un birraio, tutti interessati a usare la segale nelle loro preparazioni”, spiega Leuci.
Coltivare e trasformare la sècena
La sècena si semina tra fine settembre e ottobre, spesso in rotazione dopo le patate del Matese o altre colture estive, e si raccoglie da inizio luglio ai primi di agosto, a seconda dell’altitudine. La macinatura a pietra restituisce una farina scura e profumata, perfetta per pane, pasta, biscotti e altre specialità del territorio.
Oggi, la coltivazione coinvolge nove aziende agricole e diversi trasformatori: pizzaioli, panificatori, pastifici e persino birrifici stanno riscoprendo il gusto unico della sècena nelle loro creazioni.
Un Presidio dentro il Parco nazionale del Matese
L’area di produzione ricade interamente nel Parco nazionale del Matese, riconosciuto ufficialmente nell’aprile 2025, che tutela una biodiversità straordinaria: aquile reali, faggete, querce e prati stabili. Non a caso, a 900 metri di quota c’è una piccola piana chiamata proprio Sècena, dal termine locale per “segale”.
I comuni coinvolti includono: Ailano, Alife, Capriati a Volturno, Castello del Matese, Fontegreca, Gallo Matese, Gioia Sannitica, Piedimonte Matese, Prata Sannita, Raviscanina, San Potito Sannitico, Sant’Angelo d’Alife, Valle Agricola, Letino e San Gregorio Matese.
Recuperare la sècena significa ridare dignità al territorio, alla sua storia e alla sua biodiversità, promuovendo filiera corta, produzioni sostenibili e turismo consapevole.
