Il successo per certi versi prevedibile, ma in ogni caso scioccante, dell’AfD in Sassonia-Anhalt rischia di rinfocolare nei partiti antieuropei la voglia di alzare il tiro contro l’Unione. In Germania, e nei prossimi mesi in Francia e in Italia, le varie galassie dei movimenti populisti ed estremisti di destra e sinistra potrebbero, con il supporto esterno della sempre più disinibita “internazionale antieuropea”, riportare la pressione contro le istituzioni europee ad un livello da tale da mettere a rischio la tenuta stessa dell’Unione. Proprio nel momento storico in cui l’Unione avrebbe il massimo bisogno di ambiziose nuove fasi di integrazione, in Europa si riaffaccia concretamente lo spettro dei nazionalismi, come spiega Federico Fabbrini, professore ordinario di diritto europeo alla Dublin City University e autore di L’esercito europeo: difesa e pace nell’era Trump (il Mulino, 2026).
Professor Fabbrini, il risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt è soltanto una pericolosa torsione della politica interna tedesca oppure si tratta di un punto di svolta per il futuro dell’Unione europea?
“Il risultato elettorale è un vero e proprio terremoto. C’è prima di tutto un’onda d’urto breve che ha conseguenze locali, con la possibile formazione di un governo regionale d’estrema destra in una regione tedesca per la prima volta dal 1945. Ma sicuramente c’è anche un’onda d’urto lunga, che impatta l’intera Germania e l’Europa”.
L’AfD che mette in discussione l’adesione all’Unione europea, l’euro e la politica verso la Russia, ma la Sassonia-Anhalt è una piccola regione in termini di popolazione e peso nella politica tedesca. Quanto è reale, dunque, il rischio di un progressivo allargamento di consenso antieuropeo in Germania?
“La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt non è un risultato isolato. Da anni l’AfD è molto forte negli ex Laender della Repubblica Democratica tedesca (DDR), ma ormai il partito si sta affermando anche nella Germania occidentale, e i sondaggi lo danno come primo partito su scala nazionale. Visto il chiaro richiamo ideologico dell’AfD all’esperienza del Terzo Reich, la sua ascesa rischia di rimettere in discussione i fondamenti della Germania democratica”.
Quanto può diventare pericoloso per l’Unione Europea un ritorno del nazionalismo tedesco? La Germania potrebbe tornare a concepire i propri interessi più in termini nazionali che europei. E non solo quelli economici ed industriali.
“Quello che sta avvenendo in Germania è pericolosissimo per l’Europa, specie se si considera che l’ascesa di un partito ultra nazionalista come l’AfD va in parallelo con un rapidissimo riarmo della Germania, che entro fine di questo decennio avrà un esercito convenzionale più grande di quelli francese e britannico messo insieme. Questo è il risultato del programma di riarmo voluto dalla Commissione europea, ed è curioso che la sua Presidente Ursula von der Leyen, che è tedesca, non abbia anticipato quali sarebbero stati gli effetti collaterali di fare riarmare i paesi membri, invece di creare una difesa europea”.
Il successo dell’AfD è stato salutato da Mosca e dall’Amministrazione Trump con molto calore. Russia e Stati Uniti, ma più in generale gli attori della cosiddetta internazionale sovranista, sembrano decise verso un cambio di passo nelle loro operazioni antieuropee. La preoccupano di più gli attacchi esterni all’Unione o le questioni interne ai grandi Stati europei?
“Le due dinamiche procedono di pari passo. Se l’AfD dovesse vincere su scala nazionale, la Germania interromperebbe il suo sostegno militare all’Ucraina. Questo è ovviamente nell’interesse della Russia che non a caso solidarizza con queste forze populiste”.
Anche la Francia e l’Italia potrebbero alle prossime elezioni marginalizzare le forze europeiste in termini di rappresentanza politica.
“L’Italia è già guidata da una coalizione di governo fortemente euroscettica, e anche la Francia, nonostante l’europeismo di facciata del presidente Macron, in realtà è un paese gollista nell’anima. Basta ricordare che nel 1954 i francesi hanno affondato la Ced e nel 2004 la Costituzione europea. Oggi servirebbe l’Europa della difesa ma la Francia non ha fatto nulla per condividere su scala europea il suo deterrente nucleare, come fece invece Kohl con il marco tedesco a Maastricht”.
Dopo la Brexit, il voto in Islanda e ora il risultato dell’AfD in Germania, dove vede ancora spazio per un rilancio dell’integrazione europea?
“C’è chi si illude che il successo dell’Europa si misuri con il numero di Stati che vi fanno parte. Ma attenzione, gli allargamenti possono ridurre l’integrazione, invece che rilanciarla. Di fatto molti paesi oggi nei Balcani o nell’Europa orientale voglio entrare nell’Ue, ma la loro idea di Europa è essenzialmente economica, non politica. Se si vuole rilanciare l’integrazione è necessario pensare a gruppi di paesi più ridotti, ma più disponibili a cedere sovranità. L’Ue non risolverà i problemi della sua competitività economica e non rafforzerà la sua sicurezza militare con la governance attuale, dove si decide all’unanimità a 27. Per avanzare sul processo d’integrazione sarà necessario un nucleo di paesi che decide di andare avanti senza gli altri”.
In questo quadro è realistico immaginare a breve un’Europa a più velocità: un nucleo di Paesi disposto a integrare maggiormente difesa, politica estera, bilancio ed eventualmente fiscalità?
“Questa modalità è già stata utilizzata in passato, pensiamo a Schengen, che ha abolito le frontiere interne, e all’euro. Si può perseguire lo stesso modello per andare avanti adesso, anche sulla difesa. Infatti, come ho spiegato nel mio recente libro L’esercito europeo, sarebbe anche possibile ridare vita alla Comunità europea della difesa, concepita nel 1952 come trattato tra Germania, Francia, Italia e Benelux: quattro paesi su sei hanno già ratificato il trattato anni fa, quindi, basterebbe la ratifica di Italia e Francia per creare un esercito comune. Poi altri stati membri che vorranno unirsi lo potranno fare”.
Vede lo spazio per un’azione politica delle classi dirigenti europee, delle grandi famiglie politiche in grado di supportare l’europeismo?
“L’Europa è nata come un progetto di riconciliazione franco-tedesco, con il cruciale sostegno del trentino Alcide De Gasperi, il più grande statista che l’Italia abbia mai avuto, e che da solo ha collocato il nostro paese come fondatore della Nato e dell’Ue. Se però questi tre paesi voltano le spalle all’Europa, sarà difficile per gli altri tenere insieme la casa che crolla”.
I Piani Draghi, Letta e Niinistö a che punto sono?
“I tre Piani sono sostanzialmente finiti nel cassetto. Le idee che essi avanzano sono corrette, ma la governance dell’Ue rende impossibile implementarli. La verità è che in Europa sappiamo cosa bisogna fare ma non riusciamo a farlo perché non abbiamo le istituzioni idonee ad affrontare le sfide di oggi. E così mettiamo a rischio la più grande conquista che l’integrazione europea ci ha dato: la pace”.
