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La mappa della popolazione italiana racconta che l’immigrazione ha frenato il declino demografico: i dati parlano chiaro

Secondo i dati richiamati da Neodemos, senza le migrazioni internazionali degli ultimi decenni la popolazione italiana sarebbe oggi inferiore di circa 7,4 milioni di persone. E soprattutto sarebbe ancora più alta l’età media e la fetta di popolazione non attiva

La mappa della popolazione italiana racconta che l’immigrazione ha frenato il declino demografico: i dati parlano chiaro

L’Italia sarebbe oggi un Paese ancora più piccolo e molto più anziano senza oltre quarant’anni di immigrazione internazionale. È questa una delle conclusioni più significative che emergono dall’analisi della struttura per età della popolazione residente. Le migrazioni, infatti, non hanno soltanto aumentato il numero degli abitanti: hanno modificato profondamente la composizione demografica, concentrando il loro contributo soprattutto nelle fasce di età più giovani e, quindi, in quelle economicamente più rilevanti.

Il fenomeno assume un peso crescente in un Paese che dal 2014 ha perso circa 1,4 milioni di residenti e nel quale il numero delle nascite continua a diminuire. Secondo i dati richiamati da Neodemos, senza le migrazioni internazionali degli ultimi decenni la popolazione italiana sarebbe oggi inferiore di circa 7,4 milioni di persone.

Il contributo decisivo alle età lavorative

L’effetto più evidente si concentra nella popolazione in età attiva. L’immigrazione ha portato in Italia soprattutto persone giovani, contribuendo a compensare almeno in parte il progressivo assottigliamento delle generazioni italiane nate dopo il baby boom. Tra il 2002 e il 2024 la popolazione in età lavorativa è diminuita di circa 752 mila persone. Il dato nasconde però due dinamiche opposte: gli italiani nella fascia attiva si sono ridotti di circa 3,6 milioni, mentre gli stranieri sono aumentati di circa 2,85 milioni.

È un elemento cruciale anche per l’economia. Meno persone in età lavorativa significa una base più ristretta di occupati, contribuenti e consumatori e, contemporaneamente, una maggiore pressione sulla spesa pensionistica e sul welfare. L’immigrazione ha quindi funzionato come un ammortizzatore demografico, senza tuttavia riuscire a invertire la tendenza.

Senza immigrati più anziani e meno giovani

Il cambiamento emerge con particolare chiarezza osservando la quota degli over 65. Tra il 2002 e il 2024 la percentuale di anziani sulla popolazione è salita, ma l’aumento è stato molto più contenuto di quello che si sarebbe verificato senza immigrazione. In assenza della componente migratoria, la quota degli over 65 sarebbe passata dal 19,1% al 26,2%. Con l’immigrazione si è invece fermata al 24,3%.

La differenza può sembrare contenuta, ma su una popolazione di quasi 59 milioni di abitanti equivale a milioni di persone. Significa che le migrazioni hanno modificato concretamente il rapporto tra popolazione attiva e popolazione anziana, attenuando la velocità dell’invecchiamento.

Anche gli immigrati, però, invecchiano

L’effetto non è destinato a durare automaticamente. La prima generazione arrivata in Italia negli anni Ottanta, Novanta e Duemila sta progressivamente entrando nelle fasce di età più avanzate. Nel 2004 gli stranieri tra 60 e 69 anni erano meno di 35 mila. Nel 2024 sono diventati oltre 388 mila. Nello stesso periodo gli stranieri tra 70 e 79 anni sono passati da meno di 19 mila a circa 128 mila, mentre gli over 80 sono saliti da meno di 9 mila a circa 34.500.

È un passaggio destinato ad avere conseguenze economiche importanti. La popolazione immigrata non può essere considerata indefinitamente una riserva di forza lavoro giovane: con la stabilizzazione dei residenti aumenta anche la loro età media e cresce la domanda di pensioni, sanità e servizi sociali.

La vera emergenza resta la forza lavoro

Il problema italiano, quindi, non è soltanto quanti abitanti ci saranno, ma soprattutto quanti saranno in età lavorativa. Le proiezioni indicano che tra il 2026 e il 2029 la popolazione residente potrebbe diminuire di oltre 900 mila persone. Nello stesso periodo gli under 20 perderebbero circa 620 mila unità, mentre gli over 65 aumenterebbero di oltre 750 mila.

Ancora più significativo è il dato relativo alla fascia 20-64 anni: la perdita prevista è di circa 1,05 milioni di persone in appena tre anni. Per compensare questa riduzione, secondo le stime richiamate da Neodemos, sarebbe necessario un saldo migratorio per lavoro positivo nell’ordine di 300 mila persone all’anno.

Dalla gestione dell’emergenza alla politica economica

La questione migratoria assume così una dimensione che va oltre il dibattito sugli ingressi. In un’economia alle prese con la riduzione della popolazione attiva, la disponibilità di lavoratori diventa un fattore di crescita. L’immigrazione può contribuire a sostenere occupazione, produzione e base contributiva, ma non è una soluzione sufficiente. Servono anche maggiore partecipazione femminile, più occupazione giovanile, investimenti in produttività e una migliore capacità di trattenere i lavoratori qualificati.

D’altra parte, l’Italia continua a perdere anche una parte della propria popolazione giovane e istruita verso l’estero. Il rischio è quindi di trovarsi contemporaneamente con meno giovani italiani, più anziani e una crescente necessità di lavoratori provenienti dall’estero. La demografia sta dunque diventando una variabile economica a tutti gli effetti. E i numeri suggeriscono che, per l’Italia, il tema non riguarda più il futuro: è già un vincolo concreto alla crescita.

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