Condividi

Pensioni con flessibilità in uscita: l’Inps calcola i veri costi

L’Inps ha calcolato i costi della flessibilità in uscita delle pensioni del settore privato su cui discute il Parlamento sia per chi ha 62 anni e 7 mesi d’età e 35 anni d’anzianità sia per chi ha 41 anni di contributi – Il risultato è che già nel 2017 ci sarebbero 286mila pensioni in più con un onere di almeno 6 miliardi e con costi insostenibili non solo sul piano economico ma anche sociale

Pensioni con flessibilità in uscita: l’Inps calcola i veri costi

Il Coordinamento statistico attuariale dell’Inps ha elaborato, per incarico (informale) della Presidenza della Commissione Lavoro della Camera, alcune relazioni tecniche sui costi della c.d. flessibilità in uscita in tema di pensioni: una misura molto sollecitata sul piano politico, a proposito della quale, però, il Governo temporeggia proprio perché è consapevole delle conseguenze  che un’operazione siffatta avrebbe sui conti pubblici.

L’ipotesi normativa presa a riferimento è quella contenuta nel progetto di legge a prima firma di Cesare Damiano (AC 857) la quale prevede la possibilità di accedere al pensionamento al compimento dei 62 anni e 7 mesi di età (incrementabili sulla base dell’attesa di vita) con almeno 35 anni di anzianità contributiva sempre che l’ammontare della pensione risulti non inferiore a 1,5 volte  l’importo dell’assegno sociale. In questo caso, sulla quota di pensione calcolata con il sistema retributivo verrebbe applicata una riduzione o un incremento (di entità veramente limitata) in dipendenza dell’età e dell’anzianità raggiunte al momento della quiescenza, secondo la seguente tabella:
Insieme alla proposta dell’uscita flessibile è inclusa (all’articolo 3 del progetto di legge)  la possibilità di accedere al pensionamento – a prescindere dal requisito anagrafico – facendo valere almeno 41 anni di anzianità contributiva che restano stabili nel tempo e non sono adeguati agli incrementi dell’attesa di vita. In questo caso non opererebbero penalizzazioni economiche, qualunque fosse l’età anagrafica. Nella relazione del 9 febbraio scorso vengono presentati due scenari ipotizzando una propensione per i soggetti che accedono al pensionamento con almeno 62 anni e 35 di anzianità alternativamente pari al 100% e all’80% al momento del compimento del primo requisito utile. In entrambi gli scenari, invece, al compimento dei 41 anni di anzianità o dell’età di vecchiaia (66 anni e 6 mesi nel 2017), si è ipotizzata una propensione del 100%.

Le stime del Coordinamento attuariale  prendono in considerazione  soltanto  i lavoratori dipendenti privati ed autonomi e gli iscritti  alla Gestione separata. È quindi escluso – è bene sottolinearlo anche al momento di  tirare le somme – il pubblico impiego. Secondo il primo scenario (propensione al 100%) la relazione calcola, separatamente, gli effetti della flessibilità in uscita (62 anni + 7 mesi e 35 anni di contributi versati) e quelli cumulati complessivamente dalla normativa prevista (compreso quindi il canale solo contributivo dei 41 anni). Nel primo caso già nel 2017 vi sarebbero 209mila pensioni in più per un onere di 3,6 miliardi (al lordo degli effetti fiscali). Tra 10 anni il numero maggiore di pensioni salirebbe a 410mila per un onere di 7,5 miliardi.

Considerando l’effetto complessivo della normativa, già nel 2017 vi sarebbero ben 366mila trattamenti in più con un onere complessivo di 7,5 miliardi. Fra 10 anni si arriverebbe a 750mila pensioni in più e a maggiori oneri per 14 miliardi. Come si può notare (sarà così in tutte le ipotesi)  è soprattutto il canale solo contributivo a pesare maggiormente sia sul numero dei trattamenti sia sull’entità degli oneri necessari.  Va da sé che, nel secondo scenario (propensione all’80% per l’uscita flessibile e al 100% per quella solo contributiva a prescindere dall’età), i numeri delle pensioni e gli oneri sarebbero inferiori, ma ugualmente importanti. Considerando, in sintesi, soltanto gli effetti determinati dalle due misure, già nel 2017 vi sarebbe un numero maggiore di pensioni vigenti a fine anno pari a 341mila per un onere di 7 miliardi (13,3 miliardi nel 2026 a fronte di 705mila assegni in più). In una relazione tecnica più recente (del 22 febbraio) si tenta una sorta di operazione “al massimo ribasso” ipotizzando una riduzione pari a 3% per ogni anno di anticipo rispetto all’età di vecchiaia di cui alla riforma Fornero.

Rimane inclusa la possibilità di accedere al pensionamento con 41 anni di anzianità contributiva non adeguati agli incrementi della speranza di vita ed a prescindere dall’età anagrafica. Anche in tale scenario vengono prese in considerazione diverse propensioni. Quella stessa che si basa su dei parametri meno generosi finisce per determinare, comunque, dei costi,  prima ancora che insostenibili sul piano economico, immotivati su quello sociale, in considerazione del numero di soggetti che potrebbero utilizzare queste opzioni e della modesta convenienza che ne avrebbero. Assumendo, infatti, una propensione del 70% rispetto al requisito di almeno 63 anni e 7 mesi di età e 35 di anzianità e del 100% nella fattispecie di 41 anni di anzianità e considerando l’effetto complessivo della normativa (ovvero cumulando i costi delle due ‘’uscite di sicurezza’’) già nel 2017 il maggior numero di pensioni vigenti a fine anno sarebbe pari a 286mila (nel 2026 ben 627mila) per un onere di 6 miliardi (11,8 miliardi nel 2026). Gli attuari dell’Inps smentiscono poi le teorie secondo le quali i risparmi futuri compenserebbero i maggiori costi presenti. Ci verrebbero almeno 50 anni per ammortizzare un’operazione inutile e dannosa, come quella prefigurata con la c.d. flessibilità del pensionamento, l’ultima raffica del “politicamente corretto”.

Commenta