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VERONA/Tamara de Lempicka dal 20 settembre a Palazzo Forti

Apre domenica 20 settembre a Verona la grande mostra monografica dedicata a Tamara de Lempicka, una delle artiste del Novecento più amate e seguite dal grande pubblico.

VERONA/Tamara de Lempicka dal 20 settembre a Palazzo Forti

Ospitata nelle bellissime sale del Piano Nobile di Palazzo Forti, sede di AMO, la mostra racconta l’eccezionale avventura artistica di Tamara attraverso 200 opere tra olii, disegni, fotografie, acquerelli, video e abiti, tra cui capolavoricome Ritratto di Madame Perrot(1931-1932),La sciarpa blu(1930),La bella Rafaëla(1927) e prestiti eccezionali provenienti dal Museo Salvatore Ferragamo di Firenze, dalla Fondazione Biagiotti Cigna e dal Museo della Moda e del Costume di Villa Mazzocchelli.

Durante il percorso sono analizzati i rapporti tra la sua arte e i linguaggi della fotografia e della moda – a cui è dedicata un’intera sezione – ed è raccontata la sua capacità di rappresentare la vita moderna attraverso dipinti che sono diventati icone; è infine evidenziato l’aspetto di una donna-artista che impone una figura femminile nuova, emancipata, disinibita e libera, del tutto rivoluzionaria per il suo tempo.  In mostra anche i notissimi quadri “scandalosi” raffiguranti le amanti di Tamara, e i nudi pieni di sensualità per cui è conosciuta in tutto il mondo. Anche l’opera di Tamara è letta attraverso la musica che seduce il visitatore echeggiando nelle sale della mostra. Infatti in ogni stanza suonano brani dei tempi e dei luoghi di Tamara, dalle canzoni che amò alle composizioni d’avanguardia degli anni Venti, nate in quella Parigi che fu il palcoscenico del successo della Lempicka.

Il percorso si apre con I mondi di Tamara de Lempicka: un’esplorazione attraverso tutte le case in cui ha vissuto tra il 1916 e il 1980, tra l’anno del suo matrimonio a San Pietroburgo e l’anno della morte a Cuernavaca. I luoghi sono messi in relazione con la sua evoluzione artistica: dagli acquerelli del periodo russo, alla ritrattistica degli anni Venti realizzata nei suoi ateliers parigini, alle opere dipinte a Beverly Hills nella grande villa in stile coloniale di King Vidor progettata dall’architetto Wallace Neff, a quelle degli anni Quaranta che rispecchiano gli arredamenti e il gusto della casa di New York. Questo sguardo nell’intimità delle sue stanze esplora anche i mondi culturali di riferimento, facendo emergere inediti rapporti, come quello tra il dipinto Strada nella notte e le foto di Kertész, che restituisce la medesima stupefazione di questi rifugiati dall’Europa dell’Est nella città “delle luci”, per tutti loro luogo di elezione.

La seconda sezione, Madame la Baroness, Modern medievalist, prende il titolo da un articolo dei primi anni Quaranta uscito negli Stati Uniti, dove si esaltava il suo virtuosismo tecnico espresso soprattutto nelle nature morte, primo genere in cui l’artista si cimenta fin dall’età adolescenziale e che raggiunge livelli eccelsi negli anni Quaranta. Tra le opere esposte, La conchiglia uno straordinario trompe-l’oeil del 1941, e alcuni dipinti dedicati alle Mani, in cui la Lempicka riprende un soggetto al quale alcuni fotografi – Kertész, Kollar, Dora Maar – avevano dedicato particolare attenzione negli anni Venti-Trenta, qui messi a confronto con i quadri.  La sezione The Artist’s Daughter (titolo di un articolo americano del 1929), presenta quei dipinti dedicati alla figlia Kizette che le portarono i maggiori riconoscimenti: tra le opere esposte, Kizette al balcone, premiato nel 1927, e La comunicanda, premiato nel 1929, prestiti del Pompidou e del museo di Roubaix. 

Donna dalla natura ambivalente, a una condotta trasgressiva coincide un’insospettabile attenzione per la pittura “devozionale”: Madonne e santi, sono i dipinti riuniti nella sezione intitolata Sacre visioni: dalla Vergine col Bambino del 1931, del Musée des Beaux-Arts di Beauvais, alla Vergine blu del 1934 di prestigiosa collezione privata, al quadro preferito dalla Lempicka, La madre superiora del Musée des Beaux-Arts di Nantes. Lo spazio dedicato a Le “visioni amorose” racconta attraverso eccezionali nudi la delicata attenzione riservata a uomini e donne da lei amati: in mostra, l’unico Nudo maschile da lei dipinto, e poi tutte le donne desiderate, con capolavori come La sottoveste rosa, La bella Rafaëla, Nudo con edifici. Qui è esposta anche la principale fonte pittorica dei suoi nudi: il dipinto Venere e Amore di Pontormo, in una versione cinquecentesca di manierista fiorentino.

Dalla ripresa dell’antico la Lempicka approda allo studio della moderna fotografia di nudo: gli scatti di Laure Albin Guillot rendono evidente la sua ricerca sulle pose e sull’illuminazione da studio fotografico. Nella sezione Scandalosa Tamara si affronta il tema della Coppia: da quella eterosessuale ripresa dal Bacio di Hayez, alle coppie saffiche messe in relazione con alcuni documenti fotografici di Brassaï e Harlingue sui locali per sole donne dell’epoca. La sezione Dandy déco ospita per la prima volta tutti insieme i dipinti della Lempicka in cui appare evidente il suo rapporto con la moda del tempo. Provenienti da collezioni europee e americane e da musei francesi, nelle due sale dedicate a questo tema è possibile ammirare un disegno del 1920-1921, epoca in cui faceva l’illustratrice di moda; Saint-Moritz (1929) del Musée des Beaux-Arts di Orléans, in cui la modella indossa una creazione di Jean Patou; La sciarpa blu (1930), con l’immagine di una donna sportiva che indossa il basco di feltro, accessorio imposto dalle attrici preferite della Lempicka, Greta Garbo e Marlene Dietrich; Ragazza in verde (1930-1931) del Centre Pompidou, con un modello ripreso da Madeleine Vionnet; Ritratto di Madame Perrot (1931-1932), con un abito della Maison Blanche Lebouvier; Ragazza con piedistallo (1931-1932), con un abito Marcel Rochas; Signora elegante con cappello fiorito (1938-1940), con un’acconciatura ripresa da Arletty, fino ai dipinti degli anni Quaranta con cappelli fioriti e turbanti, e al dipinto del 1952 Donna con cappello del Musée d’Art moderne di St. Etienne Metropole, che indossa una creazione della stessa Lempicka.

TAMARA DE LEMPICKA E LA MODA
La sezione Dandy déco approfondisce il rapporto di Tamara con la moda illustrando anche le fonti di tutti i modelli di abiti e acconciature che sono stati individuati nel corso degli anni dalla curatrice Gioia Mori che per l’occasione ha voluto realizzare una “mostra nella mostra”: a Verona, infatti, il pubblico parteciperà a un’inedita sfilata di abiti calzature e accessori dei decenni Venti e Trenta, scelti rispecchiando i gusti della Lempicka come narrati dalle fonti.  La sezione della moda presenta anche le foto realizzate per un’attività parallela svolta dall’artista fin dagli anni Trenta: ovvero quella d’indossatrice, immortalata dai massimi fotografi di moda, quali Madame d’Ora e Joffé a Maywald. I prestiti provengono da diverse fondazioni e istituzioni italiane: il Museo Studio del Tessuto della Fondazione Antonio Rattidi Como, che ha concesso diversi capi, tra cui un prezioso abito interamente ricamato con canutiglie; il Museo della Moda di Ciliverghe, che tra i diversi materiali prestati ha concesso un abito bianco dei primi anni Trenta che rispecchia il complesso disegno dell’abito indossato nel dipinto della Lempicka Ritratto di Madame Perrot, e l’abito da sera che la cantante lirica Lina Cavalieri indossò nella serata di gala dell’aprile 1920 al Politeama di Lecce, quando dette il suo definitivo addio alle scene cantando La Traviata di Giuseppe Verdi.  Sono poi esposte alcune ricerche d’avanguardia di quei decenni. La Fondazione Biagiotti Cigna ha prestato l’abito futurista disegnato da Giacomo Balla intorno al 1930 per la figlia Luce: una ricerca, quella di Balla, che sicuramente la Lempicka conosceva, vista la frequentazione con molte personalità del gruppo, tra cui Francesco Monarchi – uno degli autori nel 1933 del Manifesto futurista del cappello italiano -, che con Prampolini la intervistò a Parigi nel 1929, una testimonianza uscita quell’anno sul “Corriere Adriatico”.  L’abito di Balla è esposto accanto ad alcune eccentriche e geniali creazioni di quegli anni di Salvatore Ferragamo, prestate dal Museo Salvatore Ferragamo di Firenze: le sue calzature sono piccole e preziose sculture emblema
dell’invenzione più ardita in quel settore, veri oggetti d’arte destinati a essere indossati da molte donne famose dell’epoca, come Indira Devi, Maharani di Cooch Behar. Inoltre, la “cultura dell’apparenza” – che rende Tamara de Lempicka la massima espressione di dandysmo declinato al femminile dell’epoca déco – è “riassunta” in una “vetrina del lusso” creata con stile anni Trenta, che raccoglie un tripudio di cappelli – tra cui due esempi della sua modista preferita, Rose Descat – e accessori che raccontano l’eleganza di allora, provenienti da collezioni pubbliche e private.

TAMARA DE LEMPICKA E LA MUSICA
Il rapporto della Lempicka con la musica è rimasto finora sullo sfondo di una vita e di un’arte in cui le molteplici connessioni con la cultura del suo tempo si intrecciano con lo studio costante dell’arte del passato. Questo modus operandi è alla base del suo stile artistico, unico, inimitabile, immediatamente riconoscibile, una commistione di “antico” e “moderno”, un mélange di cultura alta e cultura popolare. Il medesimo orientamento, eclettico e privo di barriere, lo si riscontra nei suoi gusti e nelle sue frequentazioni musicali. Amò la musica del passato: la lirica (Bizet, Puccini, Verdi e sopra ogni altri Wagner), il nume polacco Chopin, Schubert. Ritrasse Bianca Bellincioni Stagno, soprano che aveva debuttato nel 1913 a Graz come Cio Cio San in Madama Bufferly, figlia di Ruggero Stagno e Gemma Bellincioni – primi interpreti di Cavalleria rusticana di Mascagni -, e sposata al figlio dell’editore musicale Ricordi. Il disegno, risalente al 1925, è in mostra nella prima sezione. La Lempicka la conobbe a Milano, quando allestì la sua prima personale in quella Bottega di Poesia che fu anche casa editrice musicale, gestita da Walter Toscanini e dal conte Emanuele Castelbarco. L’artista rimase sempre legata alla San Pietroburgo di inizio Novecento che l’aveva vista spettatrice di balletti al Mariinsky, amò i Balletti russi di Diaghilev, ma frequentò anche i più popolari cabaret parigini creati dagli esuli della rivoluzione in cui si esibivano danzatrici in costumi russi: una tela del 1924-1925, Ballerina russa, testimonia questo tenace legame con la Russia. Affetta da quella che Boccioni aveva chiamato “modernolatrie”, la Lempicka frequentò il gruppo futurista che viveva a Parigi: Marinetti, Monarchi, Prampolini; a uno di loro, il marchese Guido Sommi Picenardi, fu legata sentimentalmente per un periodo: e il marchese era un noto musicista futurista. Autore di musiche per mimodrammi, messi in scena dalla compagnia Balli russi Leonidoff, fondata dalla ballerina Elena Pisarevskaja, o diretti da Bragaglia, partecipò a uno degli eventi dell’epopea futurista a Parigi, la nascita del “Théâtre de la Pantomime futuriste”, diretto da Maria Ricotti ed Enrico Prampolini, componendo le musiche de Il dramma della solitudine, messo in scena nel 1927 al Théâtre de la Madeleine, con l’orchestra di Russolo.  Cultura alta e cultura popolare erano le radici del particolare linguaggio pittorico della Lempicka, e cultura alta e cultura popolare era la musica che amava. E dunque, a Parigi frequentò i locali jazz in cui si esibiva Joséphine Baker, amò le facili musiche del charleston del tango e del fox-trot che rallegrarono “la decade dell’illusione”, passò molte serate a La Vie Parisienne, un locale per sole donne gestito da una delle sue amanti, in cui la cantante Suzy Solidor, indimenticata Lily Marlene francese, intonava canzoni bretoni.  Questo variegato sottofondo musicale accompagna un percorso che, come scrive la curatrice Gioia Mori, è “da esplorare come se si viaggiasse in universi paralleli”. Tamara de Lempicka, espressione d’indipendenza, eleganza e modernità, grande ammiratrice di Greta Garbo, si muove con la disinvoltura di un’attrice in due brevi film del 1930 e del 1932. La pellicola del 1930 la coglie in compagnia della sua storica amante, Ira Perrot, in giro per Parigi; il breve film del 1932 esplora lo studio della Lempicka e la coglie nella vita di tutti giorni, fatta di lavoro e cura della propria immagine, in una solitudine spezzata solo dalla presenza di una modella d’eccellenza, la cantante Suzy Solidor, e un maggiordomo cinese. Un viaggio dunque articolato, approfondito, affascinante, suggestivo e irripetibile nel mondo di Tamara de Lempicka, simbolo di eleganza e trasgressione, indipendenza e modernità. L’Opera diventa Museo: un connubio di arte visiva e musica, che trova nel Museo della Fondazione Arena di Verona un luogo privilegiato. Nato con l’idea di completare l’esperienza lirica in una città consacrata all’Opera, AMO si pregia di una collezione interna derivata da un vasto archivio storico che periodicamente è messo in mostra attraverso selezionati pezzi che legano il palcoscenico a una visione museale: un luogo in cui “l’Opera diventa Museo” attraverso costumi di
scena e scenografie areniane, immagini d’epoca e voci d’altri tempi. Ma ciò che lo rende unico è la versatilità degli spazi e delle arti messe in mostra, che si intrecciano a formare un percorso articolato e completo, in cui la ricchezza dell’arte in tutte le sue forme trova il posto ideale per mostrarsi ai visitatori.

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