Se fossimo chiamati a rappresentare con un grafico l’andamento del dibattito politico/culturale della settimana scorsa ne uscirebbe una linea che parte da un livello molto basso nei primi giorni per inerpicarsi in un crescendo vigoroso nella giornata di venerdì. Il 26 maggio 2026, martedì, si è svolta l’Assemblea della Confindustria presso il Roma Convention Center “La Nuvola” a Roma. L’evento ha visto la partecipazione delle massime cariche dello Stato, tra cui (per la prima volta) il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che è intervenuta nel dibattito dopo la relazione del presidente Emanuele Orsini. Si è notata subito – a fronte della massiccia presenza dei ministri e degli esponenti della maggioranza – l’assenza dei principali leader dell’opposizione, come se i problemi dell’industria italiana non appartenessero ad una coalizione che pretende di governare. Venerdì c’è stata la solita cerimonia delle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che – seppure in un clima di sofferenza energetica – ha portato un po’ di luce sullo scenario fosco tracciato dal presidente Orsini e dalla stessa Giorgia Meloni.
L’allarme lanciato da Orsini e l’assist a Giorgia Meloni
Orsini ha lanciato il grido di allarme: ‘’La Cina è vicina’’. La Cina – ha detto – sta colonizzando i nostri mercati, se l’Unione non sosterrà da subito le nostre produzioni, saremo costretti al deserto industriale. E a chi andranno attribuite le responsabilità dell’inesorabile declino? A noi che crediamo nell’Europa. ‘’Ma siamo molto preoccupati per le scelte dell’Unione in questi ultimi anni. Un punto su tutti: Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività’’. Da qui è partito un formidabile assist per Giorgia Meloni, la quale, da abile politica, ne ha approfittato subito. ‘’La principale, enorme, fragilità che ci riguarda da vicino …. è l’attuale configurazione dell’Unione europea. Un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il Continente verso un progressivo declino economico e geopolitico’’. Non succede tutti giorni che una leader si trovi a dover rispondere dell’azione del suo governo e che un importante interlocutore non si rivolga a lei ma ad un’ altra istituzione. Peraltro definire la Ue come un ‘’gigante burocratico’’ parlando dall’Italia evoca la storiella del bue che dà del cornuto all’asino.
La struttura dell’Unione pesa per 11 miliardi su di un bilancio di 191; la struttura amministrativa italiana per 201 miliardi su un bilancio di 900. Il Comune di Roma ha più dipendenti di Bruxelles. Tanto che la premier si è accorta di aver esagerato e proseguendo nel discorso ha rivolto alla Confindustria un invito a riformare la pubblica amministrazione. Dimenticando che la legislatura volge al termine.
L’ex Ilva? Non pervenuta
Gli osservatori attenti hanno notato sia nella relazione di Orsini che nell’intervento di Meloni, un ‘’grande assente’’ rivelatore di una vistosa coda di paglia in un contesto in cui dominano le lamentazioni per il declino industriale dell’Europa e dell’Italia. Che fine ha fatto l’ex Ilva? Quando un paese – con il concorso di una magistratura invasiva, di una politica opportunista, di un’opinione pubblica sobillata – si rassegna alla trasformazione della più grande acciaieria d’Europa, fornitrice di acciaio del mercato nazionale, in una pizzeria col forno elettrico e pretende di mantenere gli stessi livelli di occupazione compreso l’indotto, non può incolpare l’Europa, ma deve incolpare se stesso.
Il governo di centro destra aveva la stazza e l’(in)coltura necessaria per mandare a quel paese teorie e suggestioni che hanno portato un’intera comunità a scegliere un futuro di assistenza per decine di migliaia di famiglie piuttosto che un’opera di risanamento produttivo e ambientale secondo i programmi, gli step e in tempi necessari. Perché all’ex Ilva è stato persino impedito manu militari di provvedere a quelle misure minime di protezione (come la copertura dei giacimenti) contro la diffusione delle polveri sottili.
Per anni si è agitato lo spettro della morbilità oncologica, senza che nessuno si prendesse il disturbo di osservare l’elenco delle città colpite da questo flagello. Costui si sarebbe accorto che Taranto non entra neppure tra le prime dieci. E che al primo posto c’è Lodi che non ha nulla da spartire con l’acciaio. Invece, abbiamo assistito ai giri di valzer di un ministro (quando Meloni ha pronunciato in Assemblea il nome di Adolfo Urso si è assistito ad visibile imbarazzo della platea) che si messo a giocare con l’acciaio green e a promettere, all’inizio di ogni mese, l’arrivo di acquirenti nel giro di poche settimane salvo poi trovare il modo di reperire qualche decina di milioni per mandare avanti la baracca.
L’ex Ilva è il caso più clamoroso di una fase storica dominata dall’ambientalismo forsennato, dall’idea della fine del mondo per via del cambiamento climatico. Queste teorie erano diventate una fede: capi di Stato e di governo, istituzioni nazionali e internazionali trattavano Greta Trunberg alla stregua di una sacerdotessa del nuovo Dio. E in Italia qualcuno pensò persino di istituire il reato di negazionismo della catastrofe in un futuro molto prossimo.
L’Europa e le sue contraddizioni ambientali
Erano convinzioni nei confronti delle quali nessuno poteva dissentire; persino i sindacati subordinavano ad esse le azioni di difesa delle attività industriali. Più in generale, l’Europa – su questo punto sono giuste le critiche di Meloni, ma non è riuscita a venirne fuori nel caso ex Ilva – ha deciso di destabilizzare il settore dell’automotive con l’abolizione del motore a scoppio e con la sostituzione di quello elettrico nel 2035, quando nessuna impresa europea aveva in mente di procedere a questa riconversione in un tempo così breve, mentre la Cina era già in agguato, tanto da impadronirsi del settore.
L’Europa si sentiva in colpa per avere a proprio carico il 10% di CO2 al punto di mettersi nelle mani delle economie che non si ponevano neppure il problema. Oggi tutti sono tornati sotto l’ombrello del petrolio e dei prodotti fossili, fino al punto di pretendere di impegnare importanti risorse per la transizione energetica piuttosto che per scelte che preparino un cambiamento strutturale dell’approvvigionamento energetico. Su questo punto è intervenuto nelle sue Considerazioni finali anche Panetta.
Bankitalia: le priorità di Fabio Panetta
Il Governatore non è intervenuto sulla questione della flessibilità di bilancio per l’energia, ma ha lasciato intendere quali costituiscono a suo parere le priorità: ‘’Misure mirate e temporanee di sostegno a famiglie e imprese – ha detto – possono essere necessarie nelle fasi critiche per attenuare l’impatto dei rincari. Vanno affiancate da interventi strutturali volti ad affrontare la vulnerabilità energetica. Solo accelerando la transizione potremo ridurre stabilmente la dipendenza dall’estero ed evitare che nuovi shock tornino a colpire duramente redditi, competitività e crescita’’.
A partire dalla relazione di Emanuele Orsini, il dibattito non ha valorizzato alcuni aspetti positivi – inaspettati – che continuano a verificarsi nello scenario italiano: il boom dell’export nonostante i dazi, il consolidamento e la qualificazione dell’occupazione e la riduzione ai minimi storici della disoccupazione e dei Neet.
Anche se Panetta ha voluto richiamare la questione demografica: “Con una popolazione in età da lavoro in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”. L’impatto sul lavoro merita – secondo Panetta – particolare attenzione. Per la prima volta, una tecnologia può svolgere compiti a elevato contenuto cognitivo, finora considerati al riparo dall’automazione. Non è nuovo che il progresso tecnico trasformi la domanda di lavoro; nuova è l’ampiezza delle attività potenzialmente interessate. L’esperienza storica mostra tuttavia che le grandi innovazioni non si limitano a rendere obsolete alcune professioni: ne generano di nuove. A queste ultime è dovuta la metà della crescita dell’occupazione negli Stati Uniti dall’inizio del secolo; oggi il 60 per cento degli occupati svolge mansioni che ottant’anni fa non esistevano.
L’Italia dispone di punti di forza rilevanti: infrastrutture di calcolo tra le più avanzate d’Europa, una solida tradizione scientifica e universitaria, un ampio risparmio privato. Serve una strategia in grado di mobilitare queste risorse: non sussidi generici, ma politiche mirate. Quanto alla IA, secondo Panetta: “l’intelligenza artificiale può divenire una leva decisiva per rilanciare la produttività dell’economia italiana. Il potenziale, tuttavia, non si realizzerà automaticamente: dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese – a partire da quelle piccole e medie – e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi. La quota di aziende che fa ricorso all’intelligenza artificiale negli ultimi anni è cresciuta, al 30 per cento. Tuttavia, appena il 5 per cento ne fa un uso intensivo. Nella maggior parte dei casi l’impiego resta confinato ad applicazioni semplici, che accrescono la produttività individuale ma non trasformano in profondità i processi aziendali”. Come quando all’inizio della digitalizzazione si usavano i Pc come macchine da scrivere. Nel confronto internazionale, la diffusione rimane contenuta. Siamo ancora in una fase iniziale. Vi è quindi il tempo per evitare che si ripeta l’esperienza degli anni novanta. Allora, nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, si accumularono ritardi che hanno poi frenato la produttività per decenni. Oggi occorre agire con rapidità. Il contributo potenziale è rilevante.
La produttività del lavoro potrebbe aumentare di 0,2 punti percentuali all’anno in uno scenario di adozione lenta, e di oltre 1 punto in caso di diffusione rapida e pervasiva. Nello scenario più favorevole, questi guadagni potrebbero più che compensare il calo del prodotto potenziale dovuto alla contrazione della popolazione in età da lavoro. Insieme a una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, renderebbero possibile una crescita duratura dell’economia italiana.
Così, una settimana iniziata rammentando le solite vecchie calze – tra cui la richiesta che si ripete tutti gli anni, inevasa, di un grande patto sociale – si è chiusa con l’indicazione di una strategia, per utilizzare quest’anno non per la campagna elettorale, ma per impostare una strategia che superi i ritardi con cui il Paese si cimenta con le nuove sfide.