E adesso non ci resta che attendere. Durerà la tregua fra Iran e Usa? Ne parliamo con il professor Stefano Silvestri, già presidente dell’Istituto Affari Internazionali, grande esperto di geopolitica e di affari militari.
Perché tecnicamente quello firmato l’altra sera in Francia fra il presidente americano Trump, nel fasto della reggia di Versailles, e il capo del governo iraniano Pezeshkian, da Teheran, per mettere fine alla guerra fra i due Paesi, è un memorandum of understanding, cioè un pre-accordo. Ora Stati Uniti e Iran avranno ora 60 giorni, rinnovabili, per trovare “l’accordo finale”.
E quindi: questa tregua durerà? La domanda è lecita visto che tutti gli impegni che il presidente americano prende di norma durano poche ore, altro che sessanta giorni. Tanto più che Trump, con il solito garbo ha già minacciato che, proprio perché l’accordo non è definitivo, se le cose non gli andranno bene, gli Usa riprenderanno a “sganciare bombe sulle teste degli iraniani”.
In ogni modo, allo stato dei fatti, Usa e Iran hanno confermato di aver firmato elettronicamente e che l’accordo è entrato già in vigore, sebbene la firma ufficiale prevista in Svizzera sia sfumata e rinviata a data da destinarsi.
In maniera sintetica, e in base al testo diffuso dalla presidenza degli Stati Uniti, l’accordo prevede la riapertura dello stretto di Hormuz, la creazione di un fondo da “almeno 300 miliardi di dollari” per la ricostruzione dell’Iran e la rimozione delle sanzioni internazionali contro il Paese. Nessuna chiarezza sul programma nucleare iraniano che resta il punto sul quale Usa e Iran sono più lontani.
Professor Silvestri, se le cose resteranno come sono adesso, valeva la pena di scatenare una guerra che sembra aver rafforzato il regime iraniano invece di cambiarlo?
“In fin dei conti, stando a questo accordo, se proprio vogliamo dirla tutta, è stato compiuto un gigantesco sforzo militare e si è messa in crisi l’economia mondiale solo perché Iran e Usa trovassero la scusa necessaria per aprire un negoziato. Quindi la domanda se la spesa valesse l’impresa è del tutto legittima. Anche perché non abbiamo alcuna certezza che al termine di questa vicenda avremo la pace promessa”.
Guardando a questo accordo, chi vince e chi perde?
“Nessuno vince, nessuno perde. Ma non ci si può nascondere che questo sia più un successo per l’Iran che per gli Usa, anche se i negoziati futuri potrebbero riequilibrare la situazione a favore di Washington che ha ancora carte significative da utilizzare, come le autorizzazioni da concedere agli investitori che sono interessati alla ricostruzione dell’Iran, visto che il fondo è finanziato per lo più da terze parti. Molto simile il discorso delle sanzioni: c’è l’accordo di principio su una loro progressiva eliminazione, ma tutto dipenderà dall’assenso di Washington, volta per volta. In compenso Teheran avrebbe ottenuto di non dover cedere ad altri il suo uranio arricchito ma, sempre in linea di principio, avrebbe accettato di poterlo rifondere e seppellire, sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, secondo i protocolli del passato”.
E tuttavia ciascuna parte canta vittoria…
“È vero: gli Usa parlano di trionfo storico e l’Iran sostiene di aver umiliato gli Stati Uniti e Israele. Propaganda a parte, nessuna delle due affermazioni è vera, perché, come è chiaro, il lavoro è appena iniziato. A questa fase seguiranno i negoziati veri: sulla questione nucleare, sulle scorte di 440 chilogrammi di uranio altamente arricchito e sulle altre complesse questioni in sospeso, come i missili balistici e il sostegno dell’Iran ai proxy nella regione. In altre parole, l’accordo riporta indietro le lancette dell’orologio alla situazione prebellica, ma di per sé non risolve nulla, il difficile arriva ora”.
Entriamo nel merito dei punti più importanti?
“La sostanza è semplicissima e limitata: riapre Hormuz e finisce anche il blocco navale americano. Inoltre cessano i combattimenti, non solo nel Golfo e sull’Iran, ma anche in Libano. Su questo punto bisognerà vedere cosa ne pensano sia Israele sia Hezbollah, che non hanno partecipato ai negoziati e non sono firmatari dell’accordo. Questo è forse il punto più debole del documento congiunto e quello che potrebbe essere sfruttato per far saltare tutto. Da un punto di vista sostanziale la guerra in Libano è ferma, anche se ancora attiva, per cui la tregua può continuare, ma se si vuole farla saltare sarà facilissimo creare l’incidente necessario. Molto dipenderà dal controllo che i vertici iraniani hanno sui vertici di Hezbollah. In passato, l’attacco terroristico di Hamas che ha dato inizio alla guerra di Gaza era palesemente avvenuto senza la luce verde iraniana. Vedremo cosa accadrà questa volta”.
Mettiamo il caso che non accada, che cioè Israele non faccia di testa sua e nemmeno Hezbollah, che cosa dobbiamo aspettarci?
“Sessanta giorni di negoziati ad altissima intensità che dovrebbero risolvere questioni spinosissime come quella dell’uranio arricchito iraniano. È vero che possono essere estesi “di mutuo accordo tra le parti”, ma non è credibile che Donald Trump voglia accettare negoziati lunghissimi, come accadde per il negoziato guidato da Barack Obama che durò due anni. E poi l’Iran dovrà anche decidere con l’Oman e con gli altri Paesi rivieraschi del Golfo la questione di eventuali pedaggi da imporre alle navi in transito che solo nei prossimi 60 giorni non pagheranno nulla”.
Che cosa non la convince per niente?
“Mancano molte cose. E tutte di importanza significativa. Per esempio non si dice nulla dell’armamento missilistico iraniano, così come non si parla dei legami di Teheran con gli Hezbollah, gli Houti e Hamas. D’altro canto non si citano neanche la striscia di Gaza e i palestinesi”.
Proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno…
“Intanto questi sviluppi hanno già avuto conseguenze positive, facendo crollare il prezzo del greggio a livelli vicini a quelli precedenti lo scontro militare e stanno consentendo un ritorno degli altri attori internazionali, tra cui gli europei, nelle acque del Golfo. Trump non ama molto i negoziati multilaterali, ma in questo caso potrebbe apprezzare il coinvolgimento di altri Paesi disponibili ad assumersi parte delle responsabilità e degli oneri di un eventuale futuro accordo di pace.
E quindi?
“In verità scopriremo solo nelle prossime settimane se il bicchiere di questo accordo è mezzo pieno o mezzo vuoto, ma intento dobbiamo registrare una grandissima novità: sia pure indirettamente, attraverso i buoni uffici pakistani e qatarioti, Washington e Teheran hanno ricominciato a parlarsi. Dopo la firma di questa prima intesa dovrebbero iniziare i negoziati veri e propri, questa volta presumibilmente faccia a faccia. Non sappiamo come andrà a finire, ma intanto un negoziato è sempre meglio di una guerra”.