Era nell’aria, ora c’è l’ufficialità. Giovanni Malagò è il nuovo capo del calcio italiano: l’ex presidente del Coni è stato eletto alla guida della Figc con il 68,58% dei voti e raccoglie il testimone lasciato da Gabriele Gravina dopo la mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale 2026. Battuto Giancarlo Abete, fermo al 29,17%, mentre le schede bianche sono state il 2,25%. Favorito alla vigilia e sostenuto dall’asse tra Serie A, Serie B, calciatori e allenatori, Malagò si prende la Federazione nel giorno più delicato, al termine dell’assemblea elettiva riunita al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma.
La partita federale si è consumata mentre il resto del calcio mondiale guarda al Mondiale in corso tra Stati Uniti, Messico e Canada. In Italia, invece, il pallone riparte da una ferita ancora aperta: la terza mancata qualificazione consecutiva degli Azzurri alla Coppa del Mondo, arrivata dopo la debacle in Bosnia e seguita dalle dimissioni di Gravina. Da lì si è aperta la corsa alla successione, con Malagò in vantaggio fin dalle prime mosse e Abete, presidente della Lega Nazionale Dilettanti ed ex numero uno della Figc, nel ruolo di sfidante.
L’obiettivo, adesso, è restituire credibilità e valore a un movimento in crisi, soprattutto nella sua Nazionale maggiore. Al netto del trionfo europeo del 2021, il calcio italiano ha attraversato un lungo declino internazionale, segnato da tre mancate qualificazioni consecutive al Mondiale e da un progressivo smarrimento tecnico, politico e culturale. Malagò eredita una Federazione chiamata non solo a scegliere il nuovo commissario tecnico, ma a ricostruire un’identità.
Vittoria netta per Malagò, il fronte del cambiamento spinge l’ex Coni
Il risultato era nell’aria, ma le urne hanno consegnato una vittoria più larga del semplice pronostico. Malagò arrivava all’assemblea con un blocco di consenso già solido, costruito attorno alla Lega di Serie A e poi allargato a Serie B, calciatori e allenatori. Una base stimata attorno al 54-57% dei voti, poi cresciuta fino al 68,58% finale.
Abete poteva contare soprattutto sulla forza della Lnd, che nel sistema ponderato della Figc pesa il 34%, la quota più ampia tra le componenti. Ma la spinta dei professionisti e delle associazioni tecniche ha disegnato un equilibrio nettamente favorevole all’ex presidente del Coni, chiamato ora a guidare una Federazione attraversata da tensioni politiche, sportive e istituzionali.
Al voto erano presenti 266 delegati su 273: assenti un delegato della Lega Pro e sei rappresentanti degli atleti. I voti complessivi ponderati erano 502,946 e la soglia per l’elezione era fissata a 252 voti.
“Fare grande l’Italia, non sono un Papa nero”: il manifesto di Malagò
Nel suo intervento davanti all’assemblea, Malagò ha provato subito a disinnescare l’idea di una candidatura calata dall’alto. “Non sono un Papa nero, sono uno di voi. Sono figlio della Figc, ho cercato solo uno scopo, fare grande l’Italia“, ha detto l’ex presidente del Coni, rivendicando il proprio legame con il sistema sportivo e con il mondo federale. Malagò ha riconosciuto la complessità del momento e il peso di una Federazione chiamata a ripartire dopo l’ennesima esclusione mondiale. Ha parlato di “grida di dolore” e di “problematiche di carattere strutturale”, ricordando però che la sua discesa in campo è arrivata solo dopo le dimissioni di Gravina. “Se io oggi sono qui è solo perché Gravina ha deciso di dimettersi”, ha spiegato.
Il nuovo presidente ha raccontato anche lo scetticismo iniziale, maturato dopo un’esperienza “molto dura” come quella di Milano-Cortina. Poi la scelta di accettare, spinta dalla convinzione delle componenti federali che il metodo usato in altri contesti potesse essere replicato anche nella Figc. Malagò ha richiamato i suoi percorsi al Circolo Canottieri Aniene, al Coni e alla Fondazione Milano-Cortina, realtà diverse ma accomunate, nella sua lettura, dalla stessa complessità. “Tutti i miei grandi percorsi erano torri di Babele e abbiamo raggiunto l’unanimità”, ha detto.
L’obiettivo del piano di Malagò è mettere da parte i personalismi, ricomporre le fratture, far sentire ogni componente protagonista. I dossier indicati sono quelli che da anni pesano sul calcio italiano: impiantistica, sgravi fiscali, calcio femminile, scommesse, decreti Crescita e Dignità. Ma la parola più ricorrente è stata giovani, collegata anche alla necessità di valorizzare il ruolo della Serie B e di abbracciare la riforma Zola.
“È una sfida complicatissima“, ha ammesso Malagò, chiedendo al sistema di tenere la “schiena dritta” e di trasformare le radici del calcio italiano in uno stimolo per il futuro, non in semplice nostalgia. Poi la promessa più ambiziosa: “Vi farò sentire orgogliosi di andare verso una nuova epoca del calcio italiano“.
Gravina lascia, Abete punge sul metodo
La giornata si è aperta con un clima formalmente disteso. Prima dell’avvio dei lavori, Malagò e Abete si sono salutati con sorrisi, un abbraccio e una stretta di mano. L’assemblea è stata aperta da Gravina, mentre la presidenza dei lavori è stata affidata a Mario Luigi Torsello.
Malagò, arrivando al Rome Cavalieri, aveva scelto il profilo basso. Di fronte all’assembramento dei giornalisti si era concesso solo una battuta: “E poi dicono che il calcio non è popolare”. Abete, invece, ha marcato il terreno politico della sua candidatura, legandola alla necessità di un confronto vero tra le componenti dopo il fallimento mondiale. “La Federazione è in crisi per i risultati calcistici. L’errore è stato il percorso, il non avere un progetto vincente“, ha detto il presidente della Lnd, aggiungendo che il confronto non doveva fermarsi ai nomi ma affrontare i problemi.
Il voto chiude la stagione di Gabriele Gravina, travolto politicamente dal nuovo fallimento azzurro nelle qualificazioni mondiali. Il presidente dimissionario ha salutato i due candidati con parole di equilibrio, evitando strappi nel giorno dell’assemblea. “Faccio tantissimi auguri e un grande in bocca al lupo a entrambi i candidati, il calcio continuerà ad essere in buone mani chiunque sarà il presidente”, ha detto Gravina. Poi il bilancio personale: “Io ho lasciato un percorso di visione, nel mio documento c’è tutto, ci sono tutte le mie idee”. Infine l’ammissione più netta: “Sarei dovuto andare via prima. Di cose ne abbiamo fatte tante”.
Consiglio federale rieletto in blocco e il nodo delle componenti
Il cambio al vertice arriva insieme alla definizione del nuovo Consiglio federale, che più che una novità è una riconferma. L’assemblea ha infatti rieletto in blocco i consiglieri uscenti. Tra gli eletti figurano Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Beppe Marotta per l’area della Serie A, Antonio Gozzi per la Serie B, Giulio Gallazzi per la Serie C, oltre a Daniele Ortolano, Ilaria Barzella, Sergio Petrazzini e Giuliana Tambaro per la Lnd. Dentro anche Davide Biondini, Sara Gama e Umberto Calcagno per i calciatori, Giancarlo Camolese e Silva Città per gli allenatori.
Il peso delle componenti resta uno dei dossier politici più sensibili. La riforma della ponderabilità, modificata nel novembre 2024, ha lasciato strascichi pesanti. I professionisti si dividono il 36% dei voti, con il 18% alla Serie A, il 6% alla Serie B e il 12% alla Lega Pro. La LND resta al 34%, mentre calciatori e allenatori pesano rispettivamente il 20% e il 10%. È dentro questo equilibrio che Malagò dovrà muoversi. La sua vittoria non chiude automaticamente le fratture del sistema, ma apre una fase in cui la Figc sarà chiamata a ricompattare leghe, associazioni, club e settori tecnici dopo anni di tensioni e risultati sportivi negativi.
Direttore tecnico e ct, le prime mosse della nuova era Malagò
Il primo banco di prova sarà immediato. Prima ancora delle riforme, Malagò dovrà sciogliere il nodo delle persone. In cima all’agenda ci sono il direttore tecnico e il commissario tecnico della Nazionale. Il nome di Roberto Mancini resta in pole position per un possibile ritorno sulla panchina azzurra, ma la scelta dovrà inserirsi in un progetto più ampio di ricostruzione.
Sara Gama, consigliera federale e vicepresidente Aic, ha messo in guardia dall’idea che basti una sola figura per risolvere la crisi. “Io vicepresidente? Non parlo di ruoli, sono tante le cose da fare e anche quelle che faccio con l’Assocalciatori”, ha detto arrivando all’assemblea. Poi il passaggio sul futuro tecnico: “Ma non basta una figura sola a risolvere i problemi del calcio italiano. Ne servono diverse in tanti ruoli, dobbiamo lavorare uniti”.
Il programma di Malagò punta proprio sulla ricomposizione del sistema. Una Figc intesa come piattaforma di servizi per tutto il calcio italiano, con impianti più moderni per la Serie A, una Serie B valorizzata come categoria ponte per il talento e una Serie C da rendere più sostenibile. Le intenzioni ora dovranno diventare scelte. Perché dopo tre Mondiali mancati, il tempo delle formule è finito: il calcio italiano ha cambiato presidente, ma deve ancora ritrovare se stesso.
