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La salute di Trump: un’ulteriore ombra sulla sua presidenza che l’ultimo bollettino medico non dissipa

Nella storia, non sempe la salute dei presidenti Usa è stata resa nota. Anzi, con vari stratagemmi è stata tenuta nascosta per alcuni di loro. Ora l’attenzione è invece molto alta e la salute del presidente è utilizzata come arma di lotta politica

La salute di Trump: un’ulteriore ombra sulla sua presidenza che l’ultimo bollettino medico non dissipa

Con il suo indice di popolarità che ha raggiunto i minimi storici, sembra che a crescere per Donald Trump sia solo la stazza. Secondo l’esito di un check up della scorsa settimana, il peso fisico del presidente degli Stati Uniti è aumentato di più di 6 chili rispetto a un anno fa, arrivando a 108 chili. The Donald dovrebbe, quindi, mettersi a dieta e stare attento al colesterolo. Per il resto, sarebbe in condizioni eccellenti.

Avrebbe una “età cardiaca” inferiore di 14 anni a quella anagrafica (compirà 80 anni il prossimo 14 giugno) e, se presenta lividi e rossore sul dorso delle mani, le ragioni sarebbero la frequente assunzione di aspirina per prevenire problemi cardiovascolari e la constatazione che stringe molte mani di funzionari e sostenitori con grande vigore durante le sue giornate. Non desterebbe preoccupazione neppure il leggero gonfiore alle gambe che il tycoon manifesta, attribuibile a un’insufficienza venosa del tutto compatibile con la sua età e senza particolari complicanze in quanto opportunamente trattata. A rassicurare sarebbe, in particolare, la capacità cognitiva, considerata pienamente nella norma.

Questo è il responso del dottor Sean P. Barbabella, l’ufficiale medico del Walter Reed National Military Center, la più importante struttura sanitaria delle forze armate, dove Trump ha effettuato una serie di controlli di routine. La conclusione di Barbabella è che The Donald sarebbe in ottima forma fisica e mentale per svolgere al meglio il suo ruolo di governo. Dopo un check up nell’aprile del 2025 Barbabella si era addirittura spinto ad affermare che una riprova della salute del presidente sarebbero state le sue vittorie sul campo da golf. Questa volta il medico non ci ha aggiornato sulle prestazioni di Trump sul green nell’anno trascorso, ma ha tenuto a precisare che il presidente ha ottenuto un punteggio di 30 su 30 nel test sulla capacità cognitiva. Nondimeno, sono pochi gli osservatori che condividono la valutazione così ottimistica di Barbabella.

Le apprensioni per Trump

La salute di Trump è fonte di apprensione fino dalla campagna elettorale per la presidenza nel 2016. Alcune valutazioni psicologiche, ancorché del tutto indiziarie e non frutto del risultato di test, gli attribuiscono disturbi da iperattività ed egocentrismo patologico. Si sospetta che The Donald risenta di gravi problemi cardiaci, dovuti a un’alimentazione tutt’altro che sana. Inoltre, il tycoon è stato visto spesso assopirsi nel corso di riunioni, è cresciuta la frequenza con cui i suoi discorsi sono suonati incoerenti nella formulazione (a prescindere dal contenuto) e gli ematomi sulle mani possano essere un effetto collaterale dell’assunzione di Lecanemab, un farmaco usato nel trattamento dell’Alzheimer. Di questa stessa malattia aveva sofferto suo padre Frederick, al quale era stata diagnosticata nell’ottobre del 1991 quando aveva 86 anni.

Lo scorso anno, in una dichiarazione per rassicurare il pubblico sulla sua lucidità mentale che ha provocato inconsapevolmente una eterogenesi dei fini, The Donald ha scambiato il suo test sulle capacità cognitive con un test sul quoziente intellettivo. Nell’ottobre del 2025, Trump ha effettuato una risonanza magnetica e una tomografia computerizzata senza che la Casa Bianca ne spiegasse le ragioni, una circostanza che ha alimentato le apprensioni per la sua saluta. Del resto, nell’agosto precedente si era diffusa con estrema rapidità la bufala che fosse morto, dopo una casuale dichiarazione del suo vice, J.D. Vance, di essere pronto a fare il presidente.

Secondo un sondaggio del “Washington Post” risalente all’inizio di maggio, il 59% degli statunitensi ritiene che Trump non sia mentalmente in grado di svolgere le sue funzioni, il 55% pensa che dovrebbe comunque dimettersi per gravi problemi fisici di salute e il 67% è convinto che abbia perduto la capacità di ponderare le conseguenze delle sue decisioni. Il bollettino di Barbabella dovrebbe smentire tutte queste voci e ipotesi.

Una prassi recente

Se è in atto un’operazione di copertura della salute reale di Trump, non si tratta di una novità nella storia degli Stati Uniti, ma di una pratica che ha alcuni illustri precedenti. Il presidente non ha nessun obbligo legale di rendere pubbliche le proprie condizioni di salute. I primi bollettini medici ufficiali sull’inquilino della Casa Bianca risalgono al 1881, ma furono determinati da una situazione eccezionale: la necessità di fornire aggiornamenti periodici sulle condizioni di James A. Garfield, fatto oggetto dei colpi di pistola di un attentatore il 2 luglio e morto il successivo 19 settembre per le ferite riportate.

Qualcosa di analogamente straordinario si verificò dopo un altro attentato, di cui rimase vittima William McKinley il 6 settembre 1901. Fino al giorno del suo decesso, il 14 settembre, i medici rilasciarono bollettini che illusero su una lenta ripresa del presidente, alimentando a tal punto la fiducia nel fatto che il peggio fosse passato che Theodore Roosevelt, il vice presidente in carica che avrebbe dovuto succedergli alla Casa Bianca ex officio, accorso inizialmente al capezzale di McKinley, partì per una spensierata vacanza sui monti Adirondack.

Soltanto molto più tardi, all’inizio degli anni Settanta del Novecento, con il repubblicano Richard M. Nixon, fu introdotta la prassi di diffondere i referti dei controlli medici di routine effettuati dal presidente, con il duplice scopo di rassicurare gli statunitensi e mettere in chiaro ai nemici del Paese che il governo è in solide mani. Tuttavia, sia prima di Nixon sia in seguito, i presidenti hanno sempre mostrato una marcata reticenza a far conoscere le proprie condizioni di salute e hanno perfino mentito spudoratamente.

Chester A. Arthur

Poco tempo dopo che fu subentrato a Garfield nella carica di presidente, al repubblicano Chester A. Arthur fu diagnosticata quella che al tempo era conosciuta come malattia di Bright ed è oggi definita nefrite cronica. I medici non gli nascosero che la sua speranza di vita era molto bassa. Arthur, che ambiva a conseguire un secondo mandato nelle elezioni del 1884, tenne nascosta la sua infermità. Quando qualche notizia sulla malattia iniziò a trapelare, per dimostrare la sua presunta salute fisica, decise di compiere un faticoso viaggio in Florida nell’aprile del 1883 e di effettuare una visita – per l’epoca ancor più impegnativa – al parco nazionale di Yellowstone nell’agosto seguente. Il suo partito decise comunque di non ricandidarlo. Arthur aveva proseguito la linea riformatrice di Garfield sul reclutamento dei funzionari federali attraverso i concorsi pubblici, finendo per ridimensionare il ricorso al voto di scambio su cui numerosi esponenti repubblicani avevano costruito le loro carriere e fondavano la propria influenza politica. Tuttavia, se fosse stato confermato alla Casa Bianca nel 1884, Arthur non avrebbe completato il secondo mandato perché morì il 18 novembre 1886 per un blocco renale.

Grover Cleveland

All’inizio della sua seconda amministrazione, nel 1893, il democratico Grover Cleveland si rese conto di avere un’escrescenza sul palato. Era un carcinoma che doveva essere asportato con un intervento chirurgico. Gli Stati Uniti erano appena entrati in una fase di depressione economica. La soluzione che Cleveland aveva identificato per uscire dalla crisi era quella di mettere fine al bimetallismo, cioè al conio del dollaro non solo in oro ma anche in argento nonché alla copertura della banconota cartacea con entrambi i metalli. Questa politica monetaria, a suo giudizio, aveva intaccato la fiducia dei mercati finanziari nella valuta statunitense, riducendo gli investimenti e innescando la recessione. Numerosi deputati e senatori del suo stesso partito erano contrari all’abrogazione del bimetallismo. Cleveland aveva convocato il Congresso in una sessione straordinaria che avrebbe dovuto aprirsi l’8 agosto con la lettura di un messaggio del presidente in favore dell’adozione di un rigido gold standard. Non voleva, pertanto, che la malattia lo facesse apparire debole e condizionasse il voto dei legislatori.

Così decise di farsi operare in gran segreto. L’intervento di maxillectomia non fu effettuato in un ospedale, perché un ricovero del presidente non avrebbe potuto passare sotto silenzio, ma – lontano da occhi indiscreti – sullo yacht di un suo amico, trasformato per l’occasione in una sala chirurgica. Il 1° luglio 1893 Cleveland si imbarcò a New York, diretto a Bourne, in Massachusetts, dove aveva una proprietà che usava per le vacanze estive, ufficialmente per preparare in tutta tranquillità il suo messaggio per il Congresso. Durante la traversata venne asportato il carcinoma. Quando un reporter pubblicò la notizia, la Casa Bianca lo smentì, sostenendo che Cleveland si era fatto semplicemente estrarre un dente cariato, cosa che in effetti era avvenuta perché il tumore si era esteso alle radici di un molare. Ripresosi dall’intervento segreto, Cleveland inviò il suo messaggio al Congresso e riuscì a ottenere la modifica della politica monetaria che aveva richiesto.

Woodrow Wilson

Il 2 ottobre 1919, mentre era impegnato in un giro degli Stati Uniti per tenere discorsi a sostegno della partecipazione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni, il democratico Woodrow Wilson fu colpito da un ictus che lo lasciò paralizzato nella parte destra del corpo. Fu riportato a Washington con la scusa che era stanco per i numerosi impegni e rimase confinato a letto per settimane. Con la complicità dei medici, la gravità delle condizioni del presidente furono celate al Paese e, in parte, ai membri del suo stesso governo fino a una ripresa molto parziale di Wilson che gli consentì comunque alcune uscite pubbliche.

La first lady, Edith Wilson, filtrava e centellinava i colloqui del marito con i titolari dei dicasteri e raccomandava di non affrontare con il presidente argomenti che lo potessero in qualche modo stressare. Anche se il Senato finì per bocciare il trattato di Versailles e, con esso, l’adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni, l’operazione di nascondere l’infermità di Wilson funzionò relativamente bene e, sebbene la sua disabilità si fosse solamente attenuata con il tempo, il presidente arrivò persino a ipotizzare la propria ricandidatura nel 1920.

Ancora più efficace, però, era stato il silenzio sui problemi pregressi di salute prima dell’ingresso di Wilson in politica. Come ricostruito dallo storico Edwin A. Weinstein (Woodrow Wilson: A Medical and Psychological Biography, Princeton University Press, 1981), il futuro presidente aveva già avuto un ictus nel 1896, mentre era un docente di scienze politiche all’Università di Princeton, non era stato in grado di usare la mano destra per alcuni mesi nel 1904 e, due anni dopo, aveva avuto un altro ictus che gli aveva fatto quasi perdere la vista dall’occhio sinistro. Al di fuori degli ambienti accademici, Wilson non aveva ancora raggiunto una notorietà pubblica. Risultò, quindi, facile occultare questi trascorsi sanitari quando si candidò con successo alle cariche di governatore del New Jersey nel 1910 e di presidente nel 1912.

Nel primo anno trascorso alla Casa Bianca, il 1913, Wilson ebbe un terzo ictus, ma non fece trapelare niente per non pregiudicare la possibilità di essere confermato presidente nel 1916. Per lo stesso motivo, rimase un segreto la diagnosi di ipertensione e di arteriosclerosi fattagli nel 1915. La rapida ascesa nei ranghi della marina militare di Cary T. Grayson, il medico personale di Wilson, nominato ammiraglio dal presidente il 29 agosto 1916, non è ritenuta estranea al suo silenzio sulla salute dell’inquilino della Casa Bianca.

Franklin D. Roosevelt

Già sottosegretario alla marina militare durante la presidenza di Wilson (1913-1921) e candidato alla vicepresidenza nel 1920, Franklin D. Roosevelt contrasse la poliomielite nel 1921, rimanendo quasi completamente paralizzato alle gambe. La sua invalidità era nota nei circoli della politica, ma pochi elettori statunitensi ne erano a conoscenza perché i media dell’epoca non vollero darle risalto. Sono, infatti, pochissime le fotografie di Roosevelt su una sedia a rotelle, che era costretto a usare per muoversi, o sostenuto dalle stampelle, a cui si appoggiava per piccoli spostamenti.

In ogni caso, per fugare ogni dubbio che la paresi agli arti inferiori potesse in qualche modo interferire con le sue capacità di leadership, quando ricevette la nomination democratica per la Casa Bianca nel 1932, Roosevelt fu il primo candidato alla presidenza ad accettare l’investitura di persona davanti alla convenzione nazionale del proprio partito, recandosi in aereo da New York a Chicago, anziché aspettare che una delegazione di notabili gli portasse la notizia presso la sua residenza, come invece avevano fatto tutti i suoi predecessori. Una volta entrato in carica, le fotografie ufficiali lo ritrassero quasi sempre a mezzo busto. Il nuovo medico della Casa Bianca, Ross T. McIntire, avrebbe scritto nelle sue memorie di avere ottenuto il posto non solo per la raccomandazione – guarda caso – di Grayson, ma anche e soprattutto per la sua capacità nel tenere la bocca chiusa (White House Physician, G.P. Putnam’s Sons, 1946).

Questa dote si rivelò particolarmente vantaggiosa per Roosevelt al ritorno dalla conferenza di Teheran con Iosif Stalin e Winston Churchill (28 novembre – 1° dicembre 1943). Il presidente era prostrato dall’ipertensione e da problemi cardiaci che lo avrebbero condotto alla tomba il 12 aprile 1945. Ma la posizione ufficiale di McIntire e, di riflesso, la percezione dell’elettorato, furono che Roosevelt era semplicemente stanco per il lungo viaggio. Dichiarazioni diverse avrebbero ostacolato la sua ricandidatura nel 1944. In effetti, la convenzione democratica conferì a Roosevelt la nomination per la quarta volta. Però, i leader del partito erano a conoscenza delle vere condizioni di salute del presidente. Consapevoli del fatto che non sarebbe vissuto fino al completamento del mandato, prestarono molta attenzione alla scelta del vicepresidente, cioè della persona che prima o poi gli sarebbe subentrata.
Pertanto, non gli riaffiancarono il vice in carica, Henry Wallace, che ritenevano troppo progressista e indipendente, ma il conservatore Harry S. Truman, che pensavano di poter controllare meglio.

Fra trasparenza e omertà

Il trattamento di riguardo che Franklin D. Roosevelt aveva ricevuto dai media venne meno negli anni successivi. La crescita dell’attenzione dei giornalisti per le condizioni di salute dei presidenti e il fatto che squadre di reporter avessero iniziato a seguire l’inquilino della Casa Bianca in tutte le apparizioni pubbliche quasi minuto per minuto, dissezionando ogni suo gesto, oltre a formulare ogni tipo di ipotesi qualora avesse mancato un qualche appuntamento preannunciato, avrebbero vanificato qualsiasi iniziativa di copertura sul tipo di quella messa in piedi dall’entourage di Cleveland nel 1893.

L’infarto al miocardio del repubblicano Dwight D. Eisenhower nel 1955 e l’intervento chirurgico per l’occlusione intestinale a cui lo stesso presidente fu sottoposto l’anno successivo a pochi mesi dalle elezioni nelle quali correva per un secondo mandato divennero subito avvenimenti di dominio pubblico, ma non impedirono la sua conferma alla Casa Bianca nel 1956.

Tuttavia, la salute fisica, che in linea di principio non pregiudica la capacità di governo, è una faccenda ben diversa dalla lucidità mentale. Non a caso, il fatto che il repubblicano Ronald Reagan avesse già manifestato i primi sintomi della demenza senile durante la sua seconda amministrazione (1985-1989) vennero resi noti soltanto dopo la conclusione della sua presidenza.

La vicenda più emblematica è, però, l’omertà sul decadimento cognitivo del democratico Joe Biden, di cui si resero complici gli esponenti del suo partito, non ultima la vice Kamala Harris, fino a quando il disorientamento del presidente durante il disastroso dibattito televisivo con Trump il 27 giugno 2024 rese impossibile negare l’evidenza. Di conseguenza, tanto più grave e inquietante appaiono retrospettivamente le dichiarazioi fatte dall’ex first lady in una serie di interviste rilasciate negli ultimi giorni per lanciare un suo libro di memorie (View from the East Wing, Gallery Books, 2026). Jill Biden ha affermato che, seguendo il dibattito, aveva temuto che il marito stesse avendo un ictus. Eppure, per circa tre settimane dopo il 27 giugno, insistette affinché Joe restasse in corsa per la Casa Bianca. La senescenza di Biden fu un’arma propagandistica nelle mani di Trump fintanto il presidente non annunciò la rinuncia alla ricandidatura il 21 luglio 2024.

Adesso, quasi per una sorta di legge del contrappasso sull’uso della salute come arma di lotta politica, la questione della mancanza di lucidità mentale dell’inquilino della Casa Bianca è diventata un’argomentazione addotta dagli avversari del tycoon che, per niente convinti dalle asserzioni di Barbabella, ne chiedono a gran voce la cessazione dalle funzioni di presidente, come previsto dal XXV emendamento della Costituzione.

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Stefano Luconi
Insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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