Di Donald Trump si può dire tutto il peggio possibile ma non si può dire che sia arrivato e poi tornato alla Casa Bianca per caso. L’avevamo visto arrivare e nessuno è stato in grado di fermarlo perché gli Stati Uniti non sono solo New York, Washington o San Francisco. Basta leggere “America dentro” il bellissimo libro di Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic, due giornalisti oltre che marito e moglie, che hanno vissuto per quasi un quarto di secolo negli Stati Uniti e che hanno esplorato a fondo l’America per capire le vere origini di Trump e del trumpismo. Al più tardi nel 2028 Trump uscirà dalla Casa Bianca ma molti dei cambiamenti con cui ha stravolto l’America resteranno. Sarà difficile estirpare il populismo estremo (che ha contagiato anche una parte dei Democratici), l’imbarbarimento e il radicalismo sfrenato dello scontro politico. E non è affatto detto che dopo Trump l’America possa tornare la stella polare della liberaldemocrazia che il mondo ha conosciuto prima dell’arrivo di Donald alla Casa Bianca. Leggere “America dentro”, edito da Laterza, aiuta molto a capire le origini del trumpismo e il suo futuro e le prospettive degli States non sono incoraggianti anche se peggio di così è difficile che possa andare. Ma sentiamo da Massimo Gaggi, editorialista e a lungo inviato del Corriere della sera a New York, qual è il reale stato di salute dell’America di oggi e quale verosimilmente sarà quello di domani, in vista delle elezioni di mid-term di novembre e anche oltre.
Il lungo viaggio negli States raccontato in “America dentro”, il libro che hai scritto a quattro mani con Tamara Jadrejcic, mette in luce con molta chiarezza le ragioni profonde della vittoria elettorale di Trump e del suo ritorno alla Casa Bianca malgrado il mezzo golpe di Capital Hill: vuoi riassumere in ordine di importanza le vere cause del successo di Trump?
“In primo luogo la capacità mediatica: negli anni televisivi, quelli di The Apprentice, non solo ha conquistato vasta popolarità: ha imparato anche a servirsi al meglio della televisione, della stampa e poi anche dei social media. Con due chiavi importanti: la capacità di fare notizia tutti i giorni anche con affermazioni pesanti e piogge d’insulti. Meglio che si parli sempre di me, anche male, piuttosto che essere dimenticato. E, poi, il saper fare spettacolo: comizi sempre affollatissimi (a differenza di quello di Hillary Clinton e, poi, di Biden), divertenti, tra colonne sonore accattivanti, battute a raffica, racconti grotteschi, digressioni, demonizzazioni degli avversari: candidati in gara contro di lui demoliti con definizioni fulminanti (tipo il “low energy”, batteria scarica, che nel 2016 ha ucciso Jeb Bush).
In secondo luogo l’aver capito che c’era una vasta base di America bianca, di mentalità conservatrice, impoverita e arrabbiata (i cosiddetti forgotten men) che non si riconosceva più né nell’establishment repubblicano elitario, pro global e pro immigrati, né in un partito democratico più interessato ai diritti delle minoranze, anche sessuali, che a migliorare le condizioni di vita dei più deboli.
In terzo luogo la capacità camaleontica di diventare un referente credibile per i “dimenticati” pur essendo un miliardario: ce l’ha fatta giocando la carta dell’estraneità alla politica e ai giochi di Washington. Ha funzionato, nonostante nella sua attività di immobiliarista abbia sempre trafficato coi politici locali, soprattutto a New York”.
Ma Trump è una meteora o un fenomeno destinato a durare al di là della figura del Presidente? In altre parole: il trumpismo, inteso come forma estrema di populismo e di disprezzo per i valori fondanti della liberaldemocrazia americana, è destinato a sopravvivere a Trump o tramonterà con lui?
“Trump tramonterà (credo si possa escludere un terzo mandato, se non altro per le condizioni di salute sempre più precarie, oltre che per i vincoli costituzionali). Ma ha cambiato profondamente la politica americana, condizionandola per oltre un decennio. Ha sdoganato correnti, come quella del suprematismo bianco: un tempo rigagnoli sotterranei, oggi fiumi che scorrono in bella vista. La diffusione dell’ostilità nei confronti degli immigrati (addirittura la loro criminalizzazione), il populismo estremo, la diffusione di teorie cospirative, a partire da quella della grande sostituzione etnica, sono fenomeni che rimarranno impressi in una parte rilevante dell’America. Così come l’imbarbarimento della lotta politica. In un Paese già prima polarizzato e poco propenso ad apprezzare i chiaroscuri, la sua divisione del mondo tra vincitori e loser ha messo il turbo alla radicalizzazione dello scontro politico”.

I sondaggi dicono che oggi Trump è in caduta libera: che cosa può realisticamente succedere con le elezioni di mid-term?
“In passato i neopresidenti alle prime mid term hanno perso decine di deputati (Obama addirittura una quarantina). Con Trump in guerra i repubblicani, in teoria, dovrebbero perderne molti di più. La destra, che alla Camera ha una maggioranza risicatissima, potrebbe essere travolta. In realtà qualche dubbio rimane perché con le modifiche già apportate ai collegi elettorali su pressione di Trump (anomale ma avallate dalla Corte Suprema dominata dai conservatori) la destra recupererà più di 10 seggi alla Camera. Forse addirittura 15. Trump cercherà, poi, di condizionare il voto. Vorrebbe “nazionalizzarlo” per poterlo controllare. Non ci riuscirà: la Costituzione affida la gestione delle elezioni ai singoli Stati dell’Unione. Ma può sempre interferire mandando agenti dell’ICE davanti ai seggi, denunciando brogli inesistenti, facendo sequestrare macchine conta voti e altro.
Credo, comunque, che, data la vastità dello spostamento dell’elettorato, non potrà occultare la sconfitta alla Camera. Al Senato, dove viene rinnovato solo un terzo dell’assemblea, 33 senatori, per i democratici (oggi hanno 47 seggi contro i 53 della destra) è molto più dura: per riconquistare la maggioranza dovrebbero tenere tutti i loro senatori e strapparne 5 ai repubblicani. All’inizio dell’anno sembrava impensabile. Ora una loro vittoria è considerata una possibilità concreta, ma non scommetterei sul successo pieno”.
Se a novembre i democratici dovessero vincere alla Camera e al Senato, può davvero scattare l’impeachment per Trump? Sul voto di novembre e sugli orientamenti dell’elettorato cattolico quanto può contare lo scontro senza precedenti tra Trump e il Papa americano?
“L’impeachment può scattare anche con la conquista democratica della sola Camera, ma non si arriverà mai alla condanna, nemmeno con un Senato a maggioranza progressista. Nel sistema americano la Camera agisce da procura che istruisce l’accusa mentre il Senato diventa il collegio giudicante che, per cacciare un presidente, ha bisogno dei due terzi dei voti, 67 senatori. Lo scontro con Papa Prevost è significativo perché, mentre con Francesco la chiesa cattolica americana era divisa, con Leone la frattura tra vescovi conservatori e progressisti appare sanata. Ma i cattolici hanno un peso relativo nella politica americana. Non credo che quello scontro danneggerà troppo Trump, anche perché ha messo insieme il governo più cattolico della storia americana, a partire proprio da Rubio e dal vicepresidente Vance”.
“America dentro” evidenzia come la crisi dei mutui subprime del 2007 e la crisi sistemica della finanza e dell’economia del 2008 abbiano alimentato la rabbia degli americani, che spesso hanno perso molti soldi, contro la mancanza di punizioni verso l’establishment delle banche all’origine del disastro di quegli anni: ma allora come si spiega che gli Usa abbiano in maggioranza votato per un Presidente che è proprio espressione dell’establishment?
“Come dicevo prima, Trump ha capacità camaleontiche, un vero pifferaio magico. Per la gente lui ha fatto i soldi col mattone, non con la finanza. È amico di banchieri, ma la gente non lo sa e comunque si tratta di rapporti costruiti quando è entrato in politica. Prima era un parvenu detestato dagli aristocratici di Wall Street. E anche un bancarottiere seriale, costato non poco alle banche”.
Le ultime pagine di “America dentro” analizzano a fondo il matrimonio tra il populismo autoritario di Trump e la tecnocrazia della Silicon Valley e dell’AI: è un matrimonio di convenienza o un intreccio di interessi destinato a durare?
“Per lui un matrimonio di convenienza: sostegno della Silicon Valley alla sua campagna elettorale, le centinaia di milioni di Elon Musk, i tecnologi che gli hanno fatto fare guadagni miliardari con le criptovalute. I big dell’AI, poi, sono l’ultimo bastione del primato americano nel mondo. E con i loro giganteschi investimenti in data center fanno crescere un’economia Usa che altrimenti ristagnerebbe in modo non molto diverso da quella europea. I giganti digitali ritengono, invece, che l’intreccio di interessi tra la politica e un mondo tecnologico ormai in grado di gestire tutto con l’AI – produzione, informazione, comunicazioni, guerre eccetera – sia destinato a diventare sempre più stretto. E il coltello dalla parte del manico lo hanno loro”.
Quando si chiuderà l’era di Trump e del trumpismo, l’America tornerà il Paese della liberaldemocrazia che abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa o i cambiamenti sono irreversibili?
“Per il dopo, potremo avere un democratico comunque populista (vedi la recente deriva dem a New York: ricetta di sinistra ma la demagogia e le promesse irrealizzabili ricordano lo stile Trump) o un successore di Trump: magari JD Vance (spinto dalla Silicon Valley che pensa al tecnocesarismo (un sovrano che usa l’intelligenza artificiale (AI) e non il Parlamento per la governance) o Marco Rubio, più vicino ai conservatori tradizionalisti: gente che agli algoritmi preferisce i precetti del nazionalismo cristiano. Liberaldemocrazia messa male anche in questa seconda prospettiva, con uno spiraglio: venendo dal Senato, Rubio dovrebbe avere un certo rispetto per le istituzioni della Repubblica.
Unica vera luce: esaurita la presidenza Trump, dovrebbe venir meno anche quel suo rifiuto di riconoscere la sconfitta del 2020, la pretesa di considerarsi sempre e comunque vincitore. Una sua patologia, certo, ma una democrazia sta in pedi solo se i cittadini hanno una base di valori condivisi e se il perdente riconosce la legittimità del vincitore. Non dovrà più accadere che un presidente in carica venga considerato da metà del Paese eletto grazie a una frode”.