Denatalità, fuga dei giovani qualificati, bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, bassi salari, immigrazione sono tutti aspetti della bassa produttività incentivata dai governi in Italia. Basta però prendere ogni aspetto isolatamente e ogni governo nazionale o locale può sentirsi innocente come un neonato nel dover far fronte a piaghe che vengono da “fuori”.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci dice di ripartire dalla denatalità: le statistiche dei paesi avanzati provano che più alto è il tasso di occupazione delle donne più alto il loro tasso di fertilità. Le donne che lavorano a + del 70% in Europa centrale e del Nord, hanno un più alto tasso di fertilità, cioè figli per donna, di Italia e Spagna che hanno tassi di occupazione ben inferiori. E non c’è bisogno di andare fuori d’Italia per constatarlo: uno studio Banca d Italia per regioni mostra che le donne che lavorano al 67% in Trentino Alto Adige hanno più figli a testa di Molise e Sardegna dove le donne lavorano meno (47 e 50% rispettivamente).
Il tasso di fertilità – i cui effetti si vedono tra 20 anni – aumenta però solo se le donne non devono fare il lavoro doppio, a casa, dopo l’ufficio o la fabbrica. Si veda il grafico sotto dal discorso per il Nobel di Claudia Goldin. La misura per aumentare il numero di figli per donna è semplice: più asili nido, scuole dell’infanzia, servizi per gli anziani.

Un più alto tasso di occupazione delle donne – che si ottiene con parità salariale e stessi servizi che servono al tasso di fertilità– aumenta subito il Pil: in Italia fino a 0,6 pp secondo l’Ocse. E contrasta il calo demografico della popolazione in età di lavoro. Infatti per l’economia di un paese non è importante la popolazione in età lavorativa, ma quanti lavorano.
In Uk nel 2024 9 milioni dei 43 milioni in età lavorativa non lavorava né studiava. In Italia i 2 milioni di Neet oltre alle donne e recipienti di sussidi. Per aumentare il numero di chi lavora occorrono migliori salari, cioè davvero incentivare imprese innovative, invece delle impresine decotte riclassificate start-up.
Ancora più eclatante il Superbonus, concepito dal governo Conte e conservato da altri governi di tutti i colori, che ha dato l’equivalente del Pnrr all’edilizia, cioè il settore con la produttività/innovazione minima. Settore che prospera sui bassi salari degli immigrati. Questo è il tipo di politiche nazionali che incoraggiano l’immigrazione non qualificata e fanno scappare 630.000 giovani italiani tra il 2011 e il 24, di cui il 42% laureati. Non rimpiazzati da giovani di paesi avanzati: il rapporto è di 1 per 8 giovani italiani scappati. Forse ci sarà un impatto sulla natalità?
È l’arretratezza tecnologica che toglie il futuro ai nostri giovani: diffondere a tutte le imprese le innovazioni guidate dall’IA fa aumentare la produttività dal 50 fino al 100% nei settori dei prodotti e servizi digitali, del 40% nelle professioni e nella sanità. Questo porterebbe finalmente all’aumento dei salari in Italia, ben più bassi che nel resto d’Europa. Certo con IA ci saranno licenziamenti, ma gli studi più recenti (Fmi) trovano 1,3 posti di lavoro creati per ogni lavoro con IA. E vogliamo ricordarci del calo demografico della popolazione in età di lavoro che di per sé diminuirà i posti di lavoro?
L’aumento della produttività totale, dovuta all’innovazione, significa che si produce lo stesso con risorse minori. Questo è lo scenario più realistico che tiene conto della demografia. Una ricerca su 34.000 imprese dello Studio Ambrosetti per il Cnel l’anno scorso trova che in Italia la crescita della produttività grazie all’ IA può colmare la quasi totalità del gap di ore di lavoro dovuto al calo della popolazione in età di lavoro, nel 2040. Senza i rischi sociali dell’immigrazione di massa, che poi diventano rischi per le nostre democrazie.
