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Idrogeno verde in Italia: crescono i progetti ma il divario con altri Paesi resta elevato. Lo studio Agici-Fichtner spiega perché

Nonostante i progetti in ambito idrogeno siano aumentati del +93% rispetto al 2022, il divario con gli altri Paesi resta elevato: ci sono diversi ostacoli che ne frenano il decollo

Idrogeno verde in Italia: crescono i progetti ma il divario con altri Paesi resta elevato. Lo studio Agici-Fichtner spiega perché

L’idrogeno verde è la promessa per la decarbonizzazione e la transizione energetica, ma a che punto siamo in Italia? Nonostante i finanziamenti pubblici per 1,14 miliardi di euro (fondi allocati con il PNRR nel 2023 su un totale di 3,9 previsti) abbiano contribuito a incrementare del +93% le iniziative in ambito idrogeno rispetto al 2022, il nostro Paese rischia di restare indietro rispetto ad altri Paesi che hanno già definito il loro ruolo all’interno dello scenario europeo. Servono incentivi per abbattere i costi operativi e stimolare ulteriormente gli investimenti. È quanto è emerso dal Workshop Annuale dell’Osservatorio H2 Verde Agici-Fichtner, dal titolo “Idrogeno: da scommessa a pilastro della decarbonizzazione. Serve un cambio di passo!”, che si è tenuto oggi giovedì 26 ottobre a Milano. Il workshop ha presentato i risultati delle ricerche dell’Osservatorio, giunto alla sua seconda edizione, che ha analizzato le iniziative e strategie per l’idrogeno dei principali operatori energetici in Europa, esaminando lo stato dell’arte delle tecnologie per produzione, trasporto e consumo, e ha confrontato le scelte di policy di un gruppo selezionato di Paesi con un inquadramento del contesto italiano.

Lo studio Agici-Fichtner

Lo studio dimostra come le tecnologie per l’idrogeno siano già presenti e diffuse, ma le capacità di applicarle in un modello di scala sono ancora limitate. È stato condotto anche un approfondimento sulle tecnologie per gli elettrolizzatori, facendo emergere come maggiormente efficienti quelli alcalini e a membrana a scambio protonico (PEM). Rispetto a quest’ultimi, le previsioni dell’Osservatorio mostrano come uno scale up della produzione possa dimezzarne i costi entro il 2030 (da 800 a 400 euro/kW). Invece, un focus sulle modalità di trasporto dell’idrogeno ha mostrato come le pipeline (idrogenodotti) siano preferibili per il trasporto di grandi volumi su lunghe distanze, mentre per quanto riguarda volumi più piccoli il trailer resta la soluzione più efficace.

Idrogeno in Italia: manca strategia e modello di mercato

Infine, lo studio analizza le strategie dei principali Paesi europei (e non solo) fornendo indicazioni per definire un modello di market design per l’Italia. Dal confronto emerge come i Paesi benchmark – Regno Unito, Germania, Paesi Bassi e Stati Uniti – abbiano ormai delineato il proprio ruolo all’interno del quadro globale, specializzandosi nell’import (la Germania), nell’export (gli Usa) o nella produzione per specifici cluster industriali (Uk).

L’Italia deve ancora completare la definizione di una visione strategica che possa inserirla in maniera decisa nel panorama internazionale: quello che si osserva è una scarsa integrazione delle iniziative lungo la value chain e una concentrazione di progetti con capacità di produzione di piccola taglia. Un impulso agli investimenti è stato dato dai finanziamenti Pnrr ma, secondo il rapporto, è necessario definire un modello di mercato chiaro: si tratta di costruire una strategia che possa formulare un sistema di approvvigionamento e consumo, pianificare lo sviluppo infrastrutturale e un quadro di incentivi – in particolare sugli OPEX – destinati alla creazione di un mercato nazionale che sia veramente competitivo.

I commenti

“È in corso un cambio di paradigma nel modello di produzione energetica e diversi Stati si sono già mossi per adeguarsi, definendo chiaramente il loro ruolo nello scenario internazionale dell’idrogeno – ha commentato Stefano Clerici, consigliere delegato di Agici –. In questo quadro, l’Italia si trova in ritardo. Anche sulla base del contesto regionale che si sta delineando, riteniamo che l’Italia possa ritagliarsi un ruolo di produttore della molecola, già nel breve periodo, e di hub di transito, nel medio-lungo periodo, tra Mediterraneo e del Nord Europa”.

“Dal punto di vista della realizzazione dei progetti non ci sono temi tecnologici ostativi, bensì è necessario acquisire tutte le competenze per la migliore attuazione – ha dichiarato Massimo Andreoni, head management consulting Fichtner –. Infatti, la complessità dell’ecosistema di soggetti coinvolti – produttori, consumatori, operatori di logistica – e della filiera tecnica richiedono competenze oggi ancora non pienamente disponibili sul mercato. La scelta oggi obbligata di sistemi ‘chiusi’, cioè autosufficienti, non deve fare perdere di vista l’obiettivo strategico dello sviluppo di infrastrutture per tutta la filiera dell’idrogeno”.

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