Viviamo in una fase, purtroppo non infrequente nella storia umana, in cui dopo uno slancio verso il nuovo geografico e tecnologico, si tende a richiudersi nel proprio guscio. La generosa speranza verso un futuro migliore cede il passo alla paura di perdere quanto già si ha. Prevale la conservazione, non si vogliono correre rischi, l’innovazione va guardata con prudenza. La globalizzazione è vista come un pericolo perché porta via aziende, posti di lavoro, ma soprattutto identità, cultura e religione. E invece per cercare di superare questa fase di regresso difensivo già ben visibile in molti Paesi occidentali da qualche anno e che il presidente Usa Donald Trump ha fatto esplodere a livello planetario, dobbiamo riprendere a discutere con calma dei benefici della globalizzazione e di come riprendere il processo con regole nuove e capaci di evitare gli inconvenienti che abbiamo vissuto nel recente passato.
Innocenzo Cipolletta, economista, già presidente di FS ed attualmente presidente dell’Associazione italiana Editori (Aie), non ha paura di andare controcorrente. Nel suo ultimo libro, Dopo Trump. Il futuro della globalizzazione (edito da Laterza), Cipolletta spiega con grande chiarezza che le varie crisi stanno portando tutti i Paesi a ricercare “sicurezza” sostituendo l’obiettivo della massima efficienza economica insito nell’espansione del commercio mondiale. Trovandosi in perfetta sintonia con quanto affermato dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nelle sue ultime Considerazioni Finali, Cipolletta afferma che se la ricerca della sicurezza si risolve nell’obbligo di riportare in patria le produzioni necessarie (ritenute strategiche), tutte le materie prime indispensabili al funzionamento dell’economia e dei fabbisogni civili, nel proteggere le proprie tecnologie, allora si rischia di avere minore efficienza produttiva in quanto si distrugge la specializzazione dei vari Paesi che ha permesso di operare con successo sui mercati globali, sfociando alla fine in prezzi più alti, condizioni finanziarie peggiori e quindi in una riduzione del benessere dei cittadini.
Il libro illustra con dovizia di argomenti gli intrecci tra le varie crisi economiche che si sono succedute a partire dal 2008, gli inconvenienti attribuiti alla globalizzazione dei problemi sociali che sono emersi in vari Paesi più avanzati, le difficoltà politiche nate dalla scarsa lungimiranza dei vari governi nell’affrontare tempestivamente i punti di crisi, l’emergere di un riflesso identitario e nazionalistico in larghi strati della popolazione occidentale per cercare protezione rispetto ad un mondo che muovendosi molto velocemente faceva venir meno certezze assolute e punti di riferimento ritenuti quantomeno affidabili. Il ritorno al nazionalismo non è iniziato con Trump ma è sorto prima della sua prima presidenza sia in America sia in Europa.
Molti fattori hanno contribuito a questo cambio del sentimento della pubblica opinione altre alla questione economica: probabilmente ha influito una immigrazione ritenuta fuori controllo, una scuola che pur avendo ampliato il proprio raggio di azione, non ha formato i giovani a capire ed affrontare i problemi della modernità, la diffusione del social che, insieme al calo dell’informazione tradizionale, hanno “dato nuova rispettabilità all’opinione disinformata” come ha detto anni fa un grande giornalista americano.
Sta di fatto che c’è stato un calo della credibilità della cultura tradizionale (cui ha contribuito anche il crollo delle ideologie politiche) mentre si è diffusa una progressiva sfiducia nei confronti delle élite di qualsiasi tipo accusate di non occupare le loro posizioni sociali per merito, ma per magheggi vari. Trump (ma in Europa sta avvenendo lo stesso in Francia, Germania e perfino Gran Bretagna) ha raccolto i risentimenti di tutte queste persone che o sono state penalizzate dalla globalizzazione (tipo i siderurgici Usa) oppure ritengono di non aver avuto sufficienti benefici dall’ampliamento dei mercati internazionali, e li ha convogliati verso una politica nazionalistica che dovrebbe portare secondo lui ad una nuova età dell’oro.
Cipolletta dimostra che molte delle accuse rivolte alla globalizzazione sono infondate. Nessun Paese sviluppato ha sofferto un aumento della disoccupazione. Certo, ci sono stati cambiamenti. Alcuni lavori tradizionali sono scomparsi, ma altri sono stati creati dalle nuove aziende che sono cresciute anche sulla spinta della specializzazione produttiva. Il Pil è cresciuto ovunque anche se i Paesi del cosiddetto terzo mondo hanno galoppato di più. Ma se si leggono bene le statistiche si vede che la posizione assoluta dei paesi sviluppati non è peggiorante anche se quella relativa, e cioè il loro peso percentuale è ovviamente, diminuito per l’affacciarsi sulla scena di nuovi Paesi, a cominciare dalla Cina.
Siamo entrati in una spirale negativa molto pericolosa. Il protezionismo che Trump ha esaltato con i dazi e le altre limitazioni commerciali, porta ad un intervento dello Stato che dà sussidi alle aziende che ritiene “strategiche” o mette vincoli di vario tipo alla libertà delle imprese. Si sbandiera un po’ da tutti il preteso “interesse nazionale” senza chiarire in cosa esattamente consiste e se ha un senso economico oltre che politico. Il sospetto è che serva soprattutto alla cricca politica che in questo modo pensa di consolidare il proprio potere. La fine del multilateralismo è il crescente nazionalismo di ogni singolo Stato porta inevitabilmente verso un aumento dei conflitti non solo economici. L’aggressione Russa all’Ucraina non nasce certo da motivi economici. Ma è l’esaltazione del nazionalismo russo che spinge il dittatore Putin a vedersi come il restauratore dell’impero di Stalin e degli Zar.
La costruzione europea reggerà alle spinte disgregatrici che vengono sia dall’esterno (da Usa e Russia) sia dall’interno dove in molti grandi Stati rischiano di vincere partiti contrari a Bruxelles e, come la nostra Giorgia Meloni, non vogliono sentir parlare di federalismo ma pensano ad una libera associazione di Stati sovrani dotati di diritto di veto. Se dovesse vincere una simile tendenza, sostiene Cipolletta, avremo tanti piccoli Paesi che non potendo fronteggiare da soli le grandi questioni mondiali, saranno a caccia di favori dagli Usa o da Russia o Cina a seconda delle preferenze. E questa sarebbe la libertà e l’indipendenza tanto vagheggiata dai propagandisti della destra con lo slogan “padroni a casa nostra”!
E tuttavia Cipolletta si mostra nel complesso ottimista. Non ci vorrà molto – secondo il suo ragionamento – perché i popoli capiscano che la chiusura identitaria porta ad un generale impoverimento e a rischi di confronti politici e militari. L’apertura degli scambi mondiali di merci, ma anche di idee e di uomini, produce, come è sempre avvenuto nella storia dell’uomo, maggiore arricchimento, maggiore tolleranza, e spesso una pace più duratura.
Naturalmente si tratta di studiare fin d’ora quali sono i correttivi e le regole necessarie per far sì che la nuova globalizzazione non provochi le crisi e gli inconvenienti di quella precedente. Difficile dire quale dovrebbe essere l’assetto delle istituzioni internazionali necessario a far funzionare bene il mercato mondiale. Bisogna però partire dalla consapevolezza che la crisi dell’internazionalismo non è dovuta tanto al mercato in quanto tale, ma ad errori, spesso grossolani, delle autorità politiche o regolamentari che hanno lasciato ai singoli operatori possibilità di operazioni con gradi di rischio assurdi.
Così è avvenuto per le banche Usa o per i titoli “subprime”, mentre pochi Paesi hanno varato leggi adatte a favorire il passaggio di lavoratori da un posto all’altro senza traumi. Così in molti Paesi il fisco ed i servizi non sono stati utilizzati per attenuare le diseguaglianze. Ma sono tutti errori politici che molti governanti hanno aggravato cercando di scaricare la colpa sui mercati internazionali o sulle regole di Bruxelles che non lasciano alternative ai poveri governi nazionali. Insomma per un paradosso della storia, molti cittadini cercano rifugio proprio presso quelle autorità nazionali che sono le principali artefici dell’attuale crisi.
Il grande interrogativo è: sapranno i responsabili dei Paesi maggiori capire che la cooperazione converrebbe a tutti perché in questo modo sarà più facile avviare una graduale riduzione degli squilibri globali senza imporre grossi sacrifici a nessuno? Al contrario, il proseguire sulla strada della frammentazione porterà sicuramente ad aggravare i problemi. A guardare come si muovono Trump, Putin e Xi Jinping non c’è da stare molto allegri. Ma forse una maggiore educazione dei cittadini indotta anche da un libro come quello di Cipolletta può certo spingere le Autorità a prendere le giuste decisioni.