È lecito e consentito criticare la kermesse di Bari (monopolizzata da FdI) per celebrare il record di longevità del governo Meloni. Saranno gli elettori a giudicarne l’opportunità. Ciò che a me pare inaccettabile è il commento venuto dalle opposizioni e rilanciato dai media di regime (ce ne è solo uno: quello che guarda a sinistra e che considera l’attuale maggioranza un manipolo di usurpatori) ovvero che la longevità è dipesa dall’immobilismo. L’accusa è “avevano i voti per fare tutto, ma non hanno combinato nulla”; il che – quanto meno – non spiega l’altra versione dei fatti e cioè che questo esecutivo abbia compiuto solo dei danni al punto di lasciare l’Italia in braghe di tela e gli italiani in povertà. Poiché considero ingeneroso questo giudizio – pur essendo critico nei confronti di talune politiche portate avanti dal governo – proverò a dimostrarne, almeno per alcuni aspetti, l’infondatezza, senza ricorrere ad opinioni e considerazioni di carattere personale, ma compilando un’antologia dei pareri, espressi ex cathedra, delle istituzioni internazionali e nazionali a cui di solito si attribuisce oggettività ed imparzialità.
Conti pubblici
L’economia italiana affronta il deterioramento del quadro internazionale da una posizione di accresciuta solidità dei conti pubblici. La prudenza che ha caratterizzato la politica di bilancio degli ultimi anni ha rafforzato la capacità del Paese di assorbire shock esterni, migliorando il merito di credito sovrano e contenendo la percezione del rischio sui mercati. Tuttavia, il contesto è fragile a causa dello scenario geopolitico internazionale, il debito pubblico è ancora elevato e rimangono modesti i margini di bilancio per affrontare shock esterni e nuove priorità. Nel sistema economico italiano restano numerosi i nodi da sciogliere. È necessario affrontarli per affiancare alla stabilità nuove e necessarie leve di crescita (Upb 10 giugno 2026).
La discesa del deficit dal 2023
Nel 2023 il disavanzo pubblico italiano si attestava su livelli elevati, intorno al 7,2% del Pil, fortemente influenzato anche dagli strascichi dei bonus edilizi. 2024: C’è stata una forte accelerazione del rientro, con il deficit sceso al 3,4% del Pil (un dato migliore rispetto alle previsioni iniziali del governo) 2025-2026: il trend al ribasso prosegue portando il deficit attorno al 3,1% nel 2025 e avvicinandosi o scendendo sotto la soglia del 3% prevista dal Patto di stabilità europeo nel corso del 2026. (Ocse).
La disciplina di bilancio non è un semplice esercizio burocratico o un vincolo esterno imposto dall’Europa, ma l’unico vero argine all’invadenza dello Stato nell’economia e la base indispensabile per generare una crescita economica sana e sostenibile. (Istituto Bruno Leoni)
Economia
Il Pil italiano è atteso in crescita dello 0,7% sia nel 2026 sia nel 2027, dopo essere aumentato dello 0,5% nel 2025. L’aumento del Pil, nel biennio di previsione, verrebbe sostenuto interamente dalla domanda interna al netto delle scorte (+0,9 e +0,5 punti percentuali rispettivamente); la domanda estera netta, condizionata in negativo dagli effetti del conflitto in Medio Oriente e dal conseguente aumento dei prezzi energetici, fornirebbe un contributo negativo nel 2026 (-0,2 p.p.) e nullo nel 2027 (Istat).
A giugno 2026 le esportazioni dell’Italia – cioè le vendite di beni italiani verso l’estero – registrano un aumento congiunturale dell’1,6% rispetto al mese precedente. Secondo la dinamica tendenziale (anno su anno), l’export sale del 9,8% in valore, mentre in volume – cioè al netto dell’effetto dei prezzi, considerando le quantità effettivamente scambiate – l’aumento è del 5,1%.(Istat). Nonostante i dazi (ndr).
L’economia italiana mostra elementi di solidità e crescita superiori alla media dell’area euro dal 2019, ma resta frenata da debolezze strutturali e incertezze geopolitiche. Dal 2019 il Pil italiano è cresciuto di oltre il 6%, allineato alla media dell’eurozona e forte grazie a investimenti pubblici (Pnrr) ed esportazioni (Fabio Panetta).
Occupazione
A luglio 2026 il numero di occupati, pari a 24 milioni 370mila, è stabile rispetto al mese precedente. La crescita dei dipendenti permanenti (16 milioni 583mila) e degli autonomi (5 milioni 301mila) è compensata dal calo dei dipendenti a termine (2 milioni 486mila). La crescita dell’occupazione rispetto a luglio 2025 (+307mila occupati in un anno) è sintesi dell’aumento dei dipendenti permanenti (+303mila) e degli autonomi (+85mila) e della diminuzione dei dipendenti a termine (-82mila). Su base mensile il tasso di occupazione e quello di inattività rimangono stabili al 63,2% e al 32,8%, rispettivamente, e il tasso di disoccupazione scende al 5,8% (Istat luglio 2026).
La variazione cumulata in valori assoluti degli occupati dall’inizio del 2023 a oggi (dati provvisori di luglio 2026) è di circa +1.076.000 occupati. L’intero incremento dell’occupazione è sostenuto dal lavoro stabile. I lavoratori dipendenti permanenti (a tempo indeterminato) sono aumentati di oltre 1,3 milioni (Istat).
Anche per le donne, la ripresa post-Covid è caratterizzata da un aumento significativo del lavoro dipendente (+4,6% tra il 2019 e il 2023) e di contro una diminuzione di quello autonomo, che registra il 3,8% di occupate meno. Solo nel corso del 2023 si assiste a una leggera inversione di tendenza, con la ripresa (+2,8%) di tale componente, ancora però lontana dal ritornare sui livelli pre-Covid.
La crescita del lavoro dipendente è stata determinata, nella gran parte dei casi, dalla componente a tempo indeterminato: tra il 2019 e il 2023 si contano 156mila occupate permanenti in più (+2,3%). Il numero delle lavoratrici a termine cresce di 65mila unità, Tendenze dell’occupazione femminile in Italia al 2024 ovvero il 4,6% in più nel periodo 2019-2023, ma risulta in flessione nell’ultimo anno (- 1,3%). In particolare, tra le giovani, è da segnalare il netto incremento dei contratti a tempo indeterminato: + 8,3% tra il 2019 e il 2023, e + 7,3% tra il 2022 e il 2023. (Fondazione Studi Consulenti del lavoro).
Abolizione del RdC e della PdC
L’abolizione delle prestazioni varate dal governo giallo-verde e mantenute dai governi successivi è stata una delle riforme più importanti del governo Meloni che le ha sostituite con l’Assegno di inclusione (Adi) e il Supporto a formazione e lavoro (Sfl). Il RdC e la PdC durante il periodo di vigenza (1° maggio 2019-31 dicembre 2023) sono costati 34 miliardi. Il governo ha sostenuto che il venir meno di misure di carattere assistenziale ha favorito la maggiore occupazione soprattutto al Sud. Certamente la misura non ha determinato quegli effetti sociali che si temevano, ma è una probatio diabolica dimostrare il legame tra i due fenomeni sociali. Ci ha provato l’Inps nel suo XXIV rapporto mettendo in evidenza dei dati significativi, che pur non dando prova assoluta di un legame diretto, possono essere individuati almeno come una concausa.
L’analisi degli esiti occupazionali evidenzia un miglioramento significativo della quota di occupati tra i percettori di RdC dopo la cessazione del programma. La quota degli occupati passa, infatti, dal 14% nel dicembre 2022 al 18% nel 2023, fino ad attestarsi al 23% a dicembre del 2024. Tra i percettori di RdC che non hanno presentato domanda per Adi o Sfl, la quota di occupati è aumentata dal 18% di dicembre 2022 al 25% di dicembre 2023, raggiungendo il 30% a dicembre 2024. In termini assoluti, il numero di occupati è passato da circa 100 mila a 161 mila nell’arco del biennio. Per coloro che hanno presentato domanda ma non hanno ricevuto alcun sostegno economico, circa un terzo dei percettori di RdC rimasti senza sostegno nel 2024, la quota di occupati è cresciuta dal 18% di dicembre 2022 al 21% di dicembre 2023, fino al 27% di dicembre 2024. Il numero di occupati è passato da 30.223 a 46.420 (Inps).
Salari, redditi e contratti
Il tema dei salari è il cavallo di battaglia delle opposizioni del Campo largo. Negli ultimi 35 anni, mentre nei principali Paesi Ocse gli stipendi reali sono cresciuti, in Italia sono rimasti quasi fermi. Tra il 1990 e il 2024, infatti, la media OCSE è aumentata del 35%, mentre nel nostro Paese è scesa dell’1,6%. Il report dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) spiega che il problema non dipende da una sola causa. Una delle più importanti è il cambiamento del mercato del lavoro. Il part-time è passato dal 4,4% del 1990 al 31,5% del 2018. Questo significa che molte persone lavorano meno ore o meno settimane e, di conseguenza, guadagnano meno nell’arco dell’anno. Non vuol dire quindi che la paga oraria sia diminuita per tutti: una parte del calo dipende dal fatto che oggi sono più diffusi i lavori discontinui o a orario ridotto. Tuttavia al di sotto di tale soglia di 35.100 euro l’anno, la struttura Irpef del 2026 risulta mediamente più generosa, in termini reali, rispetto a quella del 1990; al di sopra, invece, risulta più onerosa. Questa inversione riflette le scelte redistributive operate nel corso del periodo osservato: le riforme hanno progressivamente concentrato gli sgravi fiscali sulla parte medio-bassa della distribuzione mentre sui redditi medio-alti il prelievo in termini reali è aumentato soprattutto a causa del drenaggio fiscale. La distribuzione dei lavoratori rispetto alla soglia di 35.100 euro è rimasta sostanzialmente stabile nel tempo. Circa l’83,7 per cento dell’insieme di operai e impiegati nel campione utilizzato percepisce un reddito da lavoro inferiore alla soglia nel periodo 1990-2018 e tale quota non si è modificata in modo significativo nel tempo, passando dall’84,9 per cento del 1990 all’83,3 nel 2018 (Upb Nota 1.2026).
Il governo e la maggioranza hanno difeso il Jobs Act nel referendum promosso dalla Cgil.
Col dl Primo Maggio (D.L. n. 62/2026) il governo ha introdotto il principio del salario giusto, ancorandolo al Trattamento economico complessivo (Tec) individuato dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative. “Il punto più importante” del Dl Lavoro è “il legame tra incentivi alle assunzioni e applicazione dei trattamenti economici complessivi dei contratti comparativamente più rappresentativi: la buona contrattazione -spiega – diventa così la misura concreta del salario giusto, confine di decenza sotto il quale ci sono sottosalario e sfruttamento”. Mentre il salario minimo, “scelto dai partiti, farebbe uscire molte aziende dai Ccnl, schiaccerebbe le retribuzioni medie e trasformerebbe le minime in un prodotto da campagna elettorale”. (Daniela Fumarola, segretaria Cisl).
Accelerazione dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego: venti accordi in quattro anni e tempi negoziali ridotti da venti a sei mesi. Per il triennio 2025-2027 sono previsti aumenti del 5,4%, con una clausola di verifica nel 2027 sugli eventuali scostamenti rispetto all’inflazione. “L’ipotesi di accordo torna a tutelare i salari delle lavoratrici e dei lavoratori, prevedendo aumenti retributivi superiori all’inflazione prevista e, per la prima volta, l’introduzione di un meccanismo di verifica successivo a salvaguardia del potere d’acquisto rispetto a possibili perdite dovute all’inflazione” (Maurizio Landini).
Pensioni
La previdenza è l’argomento su cui il governo e la maggioranza subiscono le più insidiose tentazioni ad abbandonare il sentiero della virtù. Infatti all’interno della coalizione opera una quinta colonna che, quando ha potuto, ha varato misure che hanno messo in crisi la precaria stabilità del sistema (dl n.4 del 2019). Va riconosciuto al governo Meloni, tuttavia, di aver contribuito a contenere i danni e a chiudere la fase dell’avventurismo. Almeno per ora. Ma la prova del fuoco è prevista nell’ultima legge di bilancio della legislatura. E la carne della maggioranza è debole. La partita si gioca sul meccanismo di indicizzazione dei requisiti in rapporto agli incrementi dell’attesa di vita che già presentò problemi nelle ultime battute della legge di bilancio 2026. Il Mef quantifica l’importanza del meccanismo in una nota. L’insieme delle riforme pensionistiche dal 2004 a oggi produce cumulativamente una minore incidenza della spesa pensionistica pari a 60 punti di pil fino al 2060. Ebbene, scrive il Mef basandosi sui conti della Rgs, “più di un terzo” di questo risparmio è “da ascriversi all’adeguamento automatico dei requisiti di accesso al pensionamento alla variazione della speranza di vita”. Vuol dire oltre 20 punti di pil, circa 450 miliardi del pil 2025. È appena il caso di notare che il meccanismo era stato bloccato dal governo giallo-verde fina a tutto il 2026 e che è stato il governo Meloni ad anticipare la fine del blocco di due anni.
La manipolazione delle quote e il mancato rinnovo di alcune modalità di uscita anticipata hanno determinato nel 2025 e primo semestre del 2026 un numero di pensioni di vecchiaia superiore di quelle anticipate.
La previdenza complementare
Il settore era finito nel dimenticatoio da almeno vent’anni. L’unica misura che era stata assunta in questo periodo, nel 2011, era stato un incremento della tassazione dei rendimenti dall’11 al 20%. Nella legge di bilancio 2026 il governo ha proceduto a stabilire, con decorrenza dal 1° luglio, il conferimento automatico del Tfr dei nuovi assunti con la formula del silenzio/assenso. Si tenga presente che nel documento presentato dal Campo largo su questo punto era scritto: “Il sistema previdenziale pubblico deve essere tutelato e rafforzato, scongiurando tutte quelle iniziative che tendono a minarne la solidità finanziaria e la credibilità sociale, favorendo surrettiziamente il trasferimento dei risparmi previdenziali dei lavoratori verso i gruppi finanziari privati”.
Carburanti
In un’intervista riguardo l’aumento dei prezzi del carburante a causa della guerra in Medio Oriente, il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli ha dichiarato: “I consumatori di tutto il mondo non hanno capito la gravità della situazione, quindi i consumi di carburanti non sono calati”. “Sul prezzo finale alla pompa – chiarisce Tabarelli – abbiamo circa un euro di tasse. Il margine del gestore è molto ridotto, intorno ai quattro centesimi al litro, e l’intero sistema distributivo pesa per meno di venti centesimi. Abbiamo però circa 20 mila punti vendita: è una rete molto frammentata sulla quale sarebbe necessario fare maggiore efficienza. Per il momento dobbiamo quasi considerarci fortunati se benzina e diesel rimangono intorno ai due euro. Non possiamo ancora escludere scenari da 2,50 o addirittura 3 euro al litro”.
In Italia un litro di carburante costa in misura eguale o inferiore che in altri paesi, soprattutto confinanti, da cui gli automobilisti vengono per fare il pieno da noi. Secondo Cargopedia che monitora l’andamento dei prezzi, in Italia, il 31 agosto, il prezzo medio della benzina da 95 ottani era pari a 2,025 euro, il gasolio a 2,139. In Francia rispettivamente 2,029 e 2,212. In Germania 2,203 e 2,255. In Svizzera l’equivalente di 2,097 e di 2,255 euro. In Danimarca 2,483 e 2,545; nei Paesi Bassi 2,400 e 2,455; in Norvegia (che ha riserve petrolifere) 2,560 e 2,451. E’ singolare il prezzo del GPL in Italia che con 0,746 è tra i più bassi in Europa.
Le critiche fondate
Tutto ciò premesso per quanto riguarda un’oggettiva ricostruzione di quattro anni di governo, l’Italia non è il migliore dei mondi possibili, tanto che nonostante le “riforme” citate, le performance restano negli ultimi posti in Europa. L’Italia cresce poco, non ha una politica industriale adeguata per affrontare le grandi crisi. Le dinamiche dell’occupazione sia pure in ripresa presentano dei limiti per quanto riguarda il lavoro delle donne perché sono inadeguate le politiche di conciliazione che condizionano l’accesso al mercato del lavoro. Il debito pubblico è troppo elevato, anche se il miglioramento dello spread ne ha ridotto il peso del servizio. La denatalità è una delle maggiori emergenze e si accompagna all’invecchiamento, ma il governo non è stato in grado di impostare, nonostante il piano Mattei, percorsi di accesso regalare di lavoratori stranieri in corrispondenza del fabbisogno delle imprese. Per motivi di consenso elettorale ha preferito vantare successi nei respingimenti e nei rimpatri. Ancorché necessarie, queste misure non si pongono il problema del fabbisogno di manodopera, che rimane un fattore casuale nel mercato del lavoro.
Quanto ai salari la dinamica delle retribuzioni è strettamente legata a quella della produttività. Nel lungo periodo gli stipendi possono aumentare in modo sostenibile se cresce il valore prodotto da ciascun lavoratore. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia ha accumulato il ritardo maggiore. (Corriere della sera Economia).
