Quando ho assistito in diretta tv all’apertura solenne dei Giochi del Mediterraneo a Taranto, dopo essermi sentito offeso per la mancata presenza di una delegazione israeliana (nessuno ha dato spiegazioni), non ho potuto non riflettere sul significato che emergeva in quella serata. Non pretendo di avere ragione (riconosco infatti di essere molto critico per il trattamento che quella comunità ha riservato all’ex Ilva), ma io ho avuto nettamente l’impressione che quella kermesse festosa volesse rappresentare un’alternativa ‘’pulita’’ alla presenza incombente e plumbea di uno stabilimento siderurgico.
Taranto non era più la capitale dell’acciaio nel Mediterraneo, ma era divenuta la capitale dello sport incamminata sul percorso a suo tempo da Beppe Grillo, ancora ‘folgorante in soglio’’, secondo il quale, al posto di ferraglie maleodoranti doveva sorgere un enorme parco, con gli ex dipendenti, un tempo dominatori del fuoco delle colate, trasformati in giardinieri. Persino i sindacati – che, in altre circostanze non avrebbero perso l’occasione per boicottare i Giochi in Eurovisione per richiamare l’attenzione sulla bomba sociale che sta per esplodere in quell’area – si erano accontentati di inviare una lettera al presidente della Repubblica e alla presidente del Consiglio richiamando la loro attenzione sui giorni contati dello stabilimento. ‘’Auspichiamo – hanno scritto Fim, Fiom, Uilm – che questo nostro grido di allarme possa essere accolto positivamente e possa rappresentare l’occasione per un incontro con Lei, nella Sua veste di garante delle Istituzioni e rappresentante dell’unità nazionale’’.
Già in questo passaggio c’è una grave dimenticanza. Mattarella è anche presidente del Csm, una istituzione che avrebbe potuto avere voce in capitolo (pur nel rispetto della giurisdizione) sulla guerra giudiziaria implacabile che ha portato all’agonia di uno stabilimento produttivo, in regola con le norme europee riguardanti il settore. Ma i sindacati non hanno il coraggio di sfidare il politicamente corretto e la sacralità della magistratura. Infatti, nella lettera aggiungono, che le loro rivendicazioni non hanno mai messo in discussione le decisioni della Magistratura, bensì hanno evidenziato che tale situazione si è determinata a seguito di un vuoto della politica nel ricercare soluzioni che impedissero questa grave crisi che attraversa il nostro territorio. Che senso ha, dopo aver provato di essere affetti dalla sindrome di Stoccolma, ricordare al Capo dello Stato il recente decreto provocatorio della Corte d’Appello di Milano che ordinava, se non fosse stato possibile rimuovere l’amianto – la fermata dell’area a caldo della fabbrica entro i 90 giorni, che scadono a fine ottobre, e che pertanto conducono l’impianto ‘’ad un punto di non ritorno” perché il decreto porta ad una conclusione inevitabile che non è solo dell’area a caldo ma -aggiungiamo noi – dello stabilimento.
Senza gli altiforni l’ex Ilva diventerebbe (anzi lo è già) un’altra cosa, ammesso e non concesso che – come propongono i capitani coraggiosi di Federacciai – possono essere portate a produrre le altre aree. Almeno la Federacciai ha il coraggio di riconoscere che la magistratura non rinuncerà mai ad imporre la chiusura dell’area a caldo, tanto che è il momento di lasciar perdere e di salvare il salvabile. Ovviamente – dicono – ci deve essere il contributo dello Stato, perché l’operazione è costosa, dal momento che sarà necessario rifondare di nuovo quel polo siderurgico che l’Italsider cedette ai privati per liberarsi di una situazione produttiva sull’orlo del fallimento.
Oggi dopo tante traversie lo Stato deve ricomprare un ammasso di ferri vecchi abbandonato alle gestioni commissariali e odiato da un’opinione pubblica sobillata dal radicalismo ambientale, tanto da aver condizionato anche le istituzioni locali e parte della politica nazionale. Inoltre, se anche fosse possibile, nel giro di anni, arrivare a soluzioni che tengano insieme – come chiedono i sindacati – gli aspetti ambientali, occupazionali e produttivi attraverso un percorso che preveda un intervento pubblico a garanzia del processo di decarbonizzazione e delle bonifiche delle aree insieme a misure straordinarie per i lavoratori diretti, di Ilva in AS e appalto che scongiurino licenziamenti collettivi per oltre 20.000 addetti; non sarebbe ugualmente possibile salvare tutti i posti di lavoro in un’attività ridimensionata.
Ecco allora che si apre la prospettiva assistenziale, con l’adozione di ammortizzatori sociali straordinari, anche per l’indotto, prepensionamenti e quant’altro. Sappiamo che la sera dell’inaugurazione dei Giochi, mentre Mattarella è stato accolto da un peana, Meloni ha subito qualche contestazione, che la premier ha voluto ridimensionare ed attribuire ad una preoccupazione comprensibile per il futuro ed assumendo impegni per alternative laboriose e concludenti. Vedremo. Fino ad ora anche il governo Meloni ha la sua parte di responsabilità. Si sperava che un esecutivo di destra fosse più risoluto nel difendere le ragioni delle imprese e del lavoro a scapito della dottrina woke. Invece a presidiare l’ex Ilva è finito a ’’far da palo’’ un ministro che è stato il liquidatore finale dell’affare Arcelor Mittal (il solo credibile) e si è messo ad usare l’ossimoro dell’acciaio green, come se fosse lo zio di Greta Truberg. L’ex Ilva è ormai un cavaliere inesistente.
