Condividi

Banner FIRSTonline

Borse, si cambia: il club delle Magnifiche Sette non esiste più ed ecco dove sta ruotando il mercato. Parla Debach, analista di eToro

La diversificazione torna al centro dei mercati finanziari: non per semplice disciplina teorica, ma per aritmetica. La vera trasformazione del 2026 è la fine del club delle Magnifiche Sette dell’high tech come lo si è pensato finora: al suo interno ci sono andamenti molto diversi. Ecco su che cosa si sono concentrati gli investitori italiani

Borse, si cambia: il club delle Magnifiche Sette non esiste più ed ecco dove sta ruotando il mercato. Parla Debach, analista di eToro

Con le numerose spie rosse accese sulle piattaforme di trading in questi giorni soprattutto per quel che riguarda il settore tecnologico, ci si chiede se ci sono altri settori su cui puntare attuando la cosiddetta “rotazione”. Gabriel Debach, market analyst di eToro in questa intervista analizza i recenti comportamenti degli investitori sia stranieri sia italiani e ne rileva che il mercato ha smesso di considerare il tech come l’unica destinazione possibile: il settore resta centrale, ma ha perso il monopolio della performance, oltre al fatto che il club delle Magnifiche Sette non esiste più come lo avevamo inteso finora. Ma la vera rotazione va oltre il semplice passaggio dal growth al value: si tratta di un passaggio dalla concentrazione alla selezione, da una leadership monopolistica a una leadership più distribuita.

Quanto a Piazza Affari, la rotazione c’è, ma assume una forma particolare: avviene per aggiunta, più che per sostituzione. Gli investitori italiani non hanno comprato sui ribassi le Magnifiche Sette, ma hanno preferito seguire il trend un passo più in là, verso chi incassa oggi gli ordini generati da quella spesa, con un’attenzione anche per il settore nucleare che potrebbe aiutare a compensare l’enorme energia necessaria ad alimentare i data center.

“In un mondo di alta dispersione, di regimi macro più multipolari (tassi, energia, geografia), la diversificazione non è un optional difensivo ma è l’unico modo razionale di catturare il premio di rischio azionario senza concentrare il rischio idiosincratico” dice Debach.

Da diverse settimane, pur tra alti e bassi, il settore tecnologico ha iniziato a subire vistose perdite. Si è iniziato allora a parlare di “rotazione” degli investimenti. Anche se poi, guardando gli andamenti si fatica a trovarla. Ma esiste?

“La rotazione c’è. Non è un miraggio, né un semplice cambio di narrativa. È la riaffermazione empirica di un principio fondamentale dei mercati: nessuna leadership di settore o di stile dura per sempre. Nella prima metà del 2026 lo abbiamo visto scritto nei numeri: i mercati emergenti e l’azionario internazionale hanno sovraperformato Wall Street, le small e mid cap hanno corso più delle large cap, il value ha battuto il growth e l’S&P 500 equiponderato ha superato quello tradizionale ponderato per capitalizzazione. Persino i Magnifici Sette, che per anni sembravano intoccabile, hanno iniziato a mostrare segni di cedimento. La diversificazione, considerata quasi superflua nell’era del “compra solo tech e aspetta”, torna quindi al centro. Non per disciplina teorica, ma per aritmetica”.

Gli investitori dunque sono diventati più selettivi? Ci sono dati in questo senso?

“Quando la leadership si allarga, la concentrazione smette di essere un vantaggio automatico e la selezione torna a fare la differenza. Il segnale più potente arriva dalla dispersione. Il Cboe S&P 500 Dispersion Index è salito intorno a 47 punti, sui livelli più elevati dal periodo del Covid. Significa che il mercato si aspetta traiettorie sempre più divergenti tra i singoli titoli dell’S&P 500. Sotto la superficie dell’indice, la distanza tra vincitori e perdenti si sta ampliando. E quando la dispersione cresce, scegliere bene settori e titoli conta più del semplice beta di mercato”.

A partire dall’inizio del mese scorso lo “spostamento” ha visto un’accelerazione? Su quali sono i settori ?

“Da inizio giugno la fotografia si è fatta ancora più nitida. Dopo la corsa impetuosa del comparto tecnologico dai minimi di marzo, il mercato ha spostato il peso verso sanità, finanziari, utility e industriali. La tecnologia nello stesso periodo ha perso circa il 5%, ma resta sopra il 29% da inizio anno. Il messaggio è chiaro: il tech resta centrale, ma il mercato ha smesso di considerarlo l’unica destinazione possibile. La vera rotazione, quindi, va oltre il semplice passaggio dal growth al value. È il passaggio dalla concentrazione alla selezione, da una leadership monopolistica a una leadership più distribuita. La tecnologia continua a guidare una parte importante del mercato, ma ha perso il monopolio della performance. Soprattutto, stanno iniziando a mostrare segnali di instabilità proprio alcuni dei grandi vincitori dell’intelligenza artificiale del 2026”.

Secondo alcuni osservatori, il recente calo del settore è legato anche a fattori tecnici, con un eccesso di posizioni lunghe e la diffusione di Etf a leva. È d’accordo?

“Il posizionamento è diventato estremamente affollato: nel recente sondaggio di Bank of America, l’82% dei gestori indica l’esposizione lunga sui semiconduttori globali come il trade più congestionato mai registrato. A questo si è aggiunta la diffusione di Etf a leva su singoli titoli e sul settore, particolarmente evidente in Corea del Sud. Quando le autorità di Seul hanno deciso di intervenire, sospendendo nuovi prodotti e irrigidendo i requisiti per gli investitori, hanno implicitamente riconosciuto che l’eccesso di leva stava amplificando la volatilità del mercato. La successiva forte correzione ha quindi assunto anche le caratteristiche di un processo di deleveraging. A rendere il quadro ancora più complesso sono arrivati il rialzo di 25 punti base dei tassi sudcoreani, il primo dal gennaio 2023, e la moratoria temporanea dello Stato di New York sulla costruzione dei grandi data center: segnali delle crescenti resistenze politiche ed energetiche all’espansione indiscriminata delle infrastrutture AI”.

Esiste ancora il club delle Magnifiche Sette come lo abbiamo visto finora?

“La vera trasformazione del 2026 è la fine delle Magnifiche Sette come singola operazione di mercato. Dopo anni in cui l’appartenenza al gruppo era sufficiente per attrarre capitale, gli investitori sono tornati a distinguere chi monetizza l’AI, chi ne finanzia lo sviluppo e chi deve ancora dimostrare che gli investimenti produrranno ritorni adeguati. Le performance mostrano quanto sia diventato difficile considerare le Magnifiche Sette un blocco unico. Da inizio anno un paniere equiponderato sui sette titoli guadagna il 5,3%, meno della metà dell’11,3% registrato dall’S&P 500. Soltanto Apple, Alphabet e Nvidia stanno sovraperformando l’indice, mentre Microsoft perde quasi il 18%, Tesla oltre il 12% e Meta si ferma poco sopra il 3%. Su un orizzonte annuale il gruppo torna leggermente davanti al mercato, con un rialzo del 24% contro il 22,8% dell’S&P 500, ma il dato aggregato nasconde una dispersione enorme: Alphabet supera il 104%, Apple guadagna il 57%, mentre Meta e Microsoft sono in territorio negativo”.

Se non va più guardato il club nel suo insieme, che cosa si deve valutare al suo interno? Ha citato Apple che ultimamente sembra aver cambiato pelle, è d’accordo?

“Il mercato sta rivalutando qualcosa di diverso e per certi versi più difficile da replicare: il vantaggio di poter controllare l’intero accesso al consumatore, dal chip al sistema operativo, dall’hardware fino al controllo della distribuzione. Apple rappresenta il paradosso più interessante. Per mesi è stata descritta come il grande ritardatario nella corsa all’Intelligenza Artificiale, eppure da inizio anno è il miglior titolo del gruppo, con un rialzo superiore al 20% e in questi giorni ha aggiornato il proprio massimo storico. Il dettaglio più significativo è che siamo soltanto a luglio e Apple ha già eguagliato i 14 massimi storici registrati nell’intero 2025. La sua carta vincente sta nel fatto che ora possiede l’hardware, il sistema operativo, i chip, l’ecosistema dei servizi e soprattutto il rapporto quotidiano con una base installata che supera i 2,5 miliardi di dispositivi attivi nel mondo. In un settore in cui i modelli di Intelligenza Artificiale potrebbero diventare progressivamente più intercambiabili, il controllo dell’accesso al consumatore può valere quanto la superiorità della tecnologia sottostante”.

Anche in Italia c’è una rotazione? Ha le stesse caratteristiche di quella vista negli Usa?

“Anche in Italia la rotazione c’è, ma assume una forma particolare: avviene per aggiunta, più che per sostituzione. A fine giugno 2025 il settore bancario pesava il 36,2% del Ftse Mib. Un anno dopo è arrivato al 39,3%. Le banche, lontane dall’essere state scavalcate, sono diventate ancora più centrali, spinte dal risiko in corso, Unicredit su Commerzbank, Intesa e Monte dei Paschi, Banco Bpm. È un dato che a prima vista smentisce l’idea stessa di rotazione. Ma è proprio guardando cosa succede al resto dell’indice che la rotazione si rivela. Nello stesso periodo il peso del comparto auto è crollato dal 12,2% al 6,7%, quasi dimezzato, sotto il peso della crisi Stellantis e dell’uscita di Pirelli dal listino principale”.

A Piazza Affari, così dominata dal settore bancario italiano che spazio hanno gli altri settori?

“La tecnologia, che dodici mesi fa pesava il 2,9%, oggi vale il 5,6%, quasi raddoppiata. Il comparto industriale è salito dal 7,8% al 9,1%. Il risultato è un Ftse Mib dove le banche pesano di più in termini assoluti, ma dove la crescita marginale, quella che ha fatto salire l’indice del 17% da inizio anno, arriva sempre più da fuori dal comparto bancario. Le banche restano il pilastro, con un peso vicino al 39% e un contributo di quasi il 30% dei circa 97 miliardi di euro di capitalizzazione aggiunti da inizio anno, nonostante l’uscita di Banca Popolare di Sondrio dall’indice”.

Che dire della performace di Stm e Prysmiam? Hanno fatto parte della rotazione italiana?

“Stm da sola ha generato circa il 27% dell’incremento complessivo, un contributo quasi equivalente a quello dell’intero settore bancario. Il suo peso nel Ftse Mib è passato dal 2,7% di febbraio al 5,6% di giugno. Prysmian ha seguito una traiettoria simile, dal 3,9% di fine 2025 al 5,7%, sostenuta dagli investimenti nelle reti elettriche, nei cavi sottomarini, nei data center e nella transizione energetica. Due titoli che, da soli, raccontano la rotazione italiana meglio di qualunque narrativa. Dalla seconda metà di giugno, tuttavia, è iniziato un secondo tempo. Le prese di profitto hanno colpito proprio alcuni dei maggiori vincitori del 2026, mentre il capitale è tornato verso banche, sanità, utility e titoli rimasti più indietro. Proprio Stm e Prysmian mostrano il rovescio della medaglia della nuova leadership. Stm ha perso circa il 21% dai massimi di giugno, mentre Prysmian ha corretto del 17,8% dai massimi di maggio. Le prese di profitto non cancellano il contributo fornito alla crescita dell’indice, ma ricordano quanto la nuova leadership sia diventata più volatile dopo una corsa molto rapida. Il cambiamento si vede anche nella composizione della Top 10 del Ftse Mib: il peso dei primi dieci titoli è salito dal 69,8% di inizio anno al 71,8%, mentre quello dei primi tre è sceso dal 40,6% al 38,7%. La torta si concentra di più nella parte alta dell’indice, ma si distribuisce meglio subito sotto il podio”.

Come si sono comportati gli investitori italiani rispetto ai megacap Usa

“Nel secondo trimestre gli investitori italiani non hanno comprato il ribasso sulle Magnifiche Sette, hanno preferito seguire il trend un passo più in là, verso chi incassa oggi gli ordini generati da quella spesa. I dati della piattaforma eToro evidenziano infatti come, dopo un primo trimestre segnato dal ritorno verso gli energetici a seguito dell’intensificarsi degli scontri in Medio Oriente, tra aprile e giugno gli investitori retail italiani hanno aumentato l’esposizione alle società attive in due snodi cruciali per lo suo sviluppo dell’AI: semiconduttori e approvvigionamento energetico, con particolare attenzione al tema del nucleare”.

Ci sono titoli Usa su cui gli investitori italiani si sono più concentrati?

“Marvell e Micron sono le società che meglio rappresentano la scelta: la prima per la connettività che fa dialogare migliaia di processori, sostenuta anche dall’endorsement di Jensen Huang, che l’ha indicata come possibile prossima azienda da mille miliardi di dollari; la seconda nelle memorie ad alta velocità che alimentano i sistemi AI, confermata tra i fornitori di Hbm4 per la nuova piattaforma Nvidia. Entrambi i settori essenziali per sostenere l’espansione della capacità di calcolo e dei data center. E la classifica dei “top risers” tra gli utenti italiani lo dimostra: sul podio si posiziona Marvell Technology, con un aumento del 65% del numero di investitori, seguita da Micron Technology (+33%), Rocket Lab (+30%) e Take-Two Interactive Software (+26%). La stessa tendenza emerge dalla presenza in classifica di Samsung Electronics (+16%), Broadcom (+12%) e Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (+8%), a conferma di un interesse diffuso verso diversi anelli della catena del valore dei chip”.

Ha notato interesse anche su altri settori e titoli? Il settore nucleare per esempio?

“Il collo di bottiglia della corsa all’AI si sta spostando dai chip all’energia necessaria ad alimentare i data center e quindi il capitolo successivo è quello del nucleare. Oklo, attiva nello sviluppo di reattori nucleari avanzati, ha registrato un aumento del 22% del numero di investitori italiani, mentre NuScale Power, specializzata negli small modular reactor, è cresciuta del 15%. Cameco, uno dei principali operatori mondiali nel settore dell’uranio, ha segnato un incremento del 13%. La presenza contemporanea di società attive nella progettazione di nuovi reattori, nelle tecnologie modulari e nella produzione di uranio suggerisce un interesse che abbraccia l’intera filiera”.

Commenta