Condividi

Banner FIRSTonline

Eurobond: cosa sono e perché tornano a dividere l’Europa dopo più di dieci anni. Ecco chi è a favore e chi no

Ciò che un tempo era percepito come un tabù politico oggi potrebbe diventare uno strumento chiave per la crescita e la solidità dell’Europa: ecco cosa sono gli Eurobond e perché se ne parla di nuovo

Eurobond: cosa sono e perché tornano a dividere l’Europa dopo più di dieci anni. Ecco chi è a favore e chi no

Gli Eurobond, titoli di debito pubblico emessi dall’Unione europea e garantiti dagli Stati membri, tornano al centro del dibattito politico ed economico. Dopo oltre un decennio di discussioni teoriche e utilizzi limitati a emergenze – dalla pandemia al Next Generation Eu, fino al sostegno militare all’Ucraina – l’ipotesi di una loro emissione concreta è di nuovo sul tavolo dei leader europei. L’ultima occasione è stata il vertice informale al castello di Alden Biesen, in Belgio, dove si è discusso di investimenti strategici per rilanciare la competitività dell’Europa.

Cosa sono gli Eurobond e perché se ne parla

Gli eurobond sono strumenti finanziari con cui la Ue emette debito comune, garantito da tutti gli Stati membri. In pratica, invece di finanziare separatamente i propri progetti, gli Stati emettono obbligazioni collettive, condividendo rischi e costi. Questo abbassa il costo del finanziamento per i Paesi più indebitati e crea un mercato europeo dei titoli di Stato più liquido e competitivo. L’obiettivo è sostenere investimenti in energia, digitalizzazione e intelligenza artificiale, rafforzare l’euro come valuta globale e offrire un’alternativa ai Treasury americani. La ripresa del dibattito non è solo economica: le tensioni globali, dai dazi transatlantici alle politiche di Donald Trump, hanno evidenziato l’importanza di uno strumento europeo capace di garantire autonomia strategica e competitività internazionale.

Perché l’Europa si divide sugli Eurobond

Gli eurobond dividono l’Europa da oltre 15 anni. Germania, Paesi nordici e Belgio temono che la mutualizzazione del debito comporti costi maggiori per i Paesi virtuosi e un possibile “moral hazard”, cioè il rischio che gli Stati più indebitati spendano senza conseguenze. Il tema è emerso già nel 2011, quando Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia, suggerì gli eurobond come “la strada giusta” per uscire dalla crisi dei debiti sovrani. In quel periodo, l’Italia rischiava il default insieme a Portogallo, Grecia e Spagna, i cosiddetti “Pigs”, considerati un pericolo per i Paesi del Nord. “La crisi non si ferma sui confini dei singoli paesi”, aveva detto Tremonti. Oggi la situazione è cambiata: Italia, Spagna e Grecia hanno migliorato il loro rating e sono tornate “investment grade”, mentre la Germania, pur solida, mostra segnali di rallentamento. I rendimenti dei Bund e dei Btp sono ora più vicini rispetto alla crisi del 2011-2012, riducendo il rischio che i Paesi virtuosi paghino per gli altri.

Eurobond: chi è a favore e chi contro?

Al vertice di febbraio 2026 si è confermata la tradizionale divisione tra leader europei. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ribadito il “no”, citando i limiti imposti dalla Corte costituzionale federale e sottolineando che la Germania ha già accettato prestiti comuni, ma solo in circostanze eccezionali. Al contrario, Emmanuel Macron, presidente francese, ha difeso la necessità di strumenti innovativi per finanziare investimenti europei, ricordando che gli eurobond sono già stati utilizzati per l’Ucraina e il Safe. Tra i due leader principali, Francia e Germania, la diplomazia è stata cordiale ma tesa: sorrisi e strette di mano, ma con divergenze ancora evidenti.

La premier italiana Giorgia Meloni si è dichiarata personalmente favorevole, ma ha sottolineato che il tema resta divisivo e ha mantenuto prudenza per non compromettere l’asse con Berlino. 

A favore si sono espressi anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, a patto di creare un mercato europeo liquido e attrattivo per investitori esterni, e Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha sottolineato il ruolo degli eurobond nel creare un mercato europeo liquido e sicuro.

Al vertice era presente anche l’ex presidente della Bce e premier italiano Mario Draghi, autore del rapporto sulla competitività Ue e tra i sostenitori più strenui degli Eurobond.

A sostegno dell’idea, anche Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo: “Gli eurobond non sono solo utili per finanziare l’Europa, ma aiutano a creare un mercato finanziario europeo ampio, profondo e liquido. Proprio quello che serve per dare all’euro una diffusione globale più forte”.

Chi rimane contrario oltre alla Germania? I Paesi “frugali” – Olanda, Austria, Finlandia, Svezia e Danimarca – da sempre preferiscono che ogni Stato mantenga la responsabilità del proprio debito, evitando la condivisione dei rischi.

Insomma, dopo 15 anni di dibattito, gli Eurobond non sono più solo un’idea teorica: potrebbero diventare lo strumento chiave per la finanza e la crescita europea.

Commenta