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Fotovoltaico in bilico. Scendono gli incentivi. Ecco quando conviene ancora

Lo Scambio sul posto viene sostituito dal Ritiro Dedicato, meno conveniente. La tecnologia avanza e gli impianti costano meno, ma per il ritorno degli investimenti i tempi si allungano. Le nuove Comunità Energetiche promettono ricchi introiti per i nuovi impianti, ma sono ferme al palo: errori normativi e troppa burocrazia.

Fotovoltaico in bilico. Scendono gli incentivi. Ecco quando conviene ancora

L’energia dal sole è sicuramente un affare per la salute del pianeta, ma per il nostro portafoglio le cose rischiano di cambiare. In peggio. Si riducono gli incentivi pubblici per chi lo mette sul tetto o sul balcone, chiude i battenti il meccanismo dello “scambio sul posto” che premia economicamente gli elettroni così generati, non decollano perché troppo complicate e prigioniere di una normativa claudicante le nuove Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) che promettevano incentivi ancor più ricchi del passato a chi è disposto ad aggregarsi con gli altri consumatori-produttori di energia per accelerare la crescita del fotovoltaico. Insomma, d’ora in poi conviene o no investire nella propria energia del sole?

La risposta non è semplice. Cerchiamo qui di seguito di spiegare perché, cosa sta cambiando nel quadro di riferimento della tecnologia e degli incentivi per le istallazioni dei privati cittadini. Per scoprire che un buon impianto fotovoltaico ben calibrato sulle nostre esigenze può ancora garantire qualche vantaggio non solo per la nostra vocazione ambientale ma anche per le nostre finanze, ma che margini tendono pericolosamente a ridursi.

La tecnologia avanza e gli apparati costano meno

Se guardiamo agli ultimi vent’anni lo scenario può essere così sintetizzato: i costi degli apparati che compongono il nostro sistema fotovoltaico sono scesi in termini reali, a parità di potenza, di circa il 30%. Grazie ai due fattori classici che trainano le trasformazioni nei settori a rilevante contenuto tecnologico: le economie di scala con il crescere del mercato, l’evoluzione delle tecnologie. Su quest’ultimo si registra un progresso relativamente limitato nei pannelli. più rilevante negli apparati di gestione: gli inverter (sui quali il dominio delle industrie cinesi su tutta la filiera del fotovoltaico è praticamente totale e pone non pochi problemi di sicurezza) e i sistemi di accumulo, ovvero le batterie, che hanno visto dimezzare il loro costo in parallelo alla crescita della loro efficienza in termini di ingombro ma anche di vita operativa. Tant’è che un accumulo a batteria da 5 kWh occupa ormai uno spazio inferiore a quello di un trolley, superando così ogni problema di collocazione.

Pur con costi di installazione (manodopera) rimasti praticamente costanti oggi un tipico impianto calibrato per servire una villetta di campagna o un appartamento di dimensioni medio-grandi, costituito da pannelli di potenza tra i 5 e i 10 kilowatt (kW) con un accumulo a batteria tra 5 e 15 kilowattora (kWh) costa in totale poco più di 10mila euro, il 30% in meno rispetto a 10 anni fa. Su questo versante la convenienza è dunque aumentata.

Il grande freno degli incentivi che arretrano

Ma ecco l’altro fattore decisivo: il quadro degli incentivi. Sul fronte delle spese per l’installazione è cambiato poco negli ultimi anni. La disciplina dell’eco-bonus è rimasta sostanzialmente invariata e garantisce attualmente, per la generalità dei cittadini, un rimborso del 50% spalmato in 10 anni con il classico meccanismo legato alla restituzione delle somme legato alle dichiarazioni dei redditi. Con una disciplina più favorevole nel caso ad esempio di istallazioni condominiali.

Ma ecco l’altro fattore, decisivo per calibrare la convenienza della nostra vocazione all’energia solare: la remunerazione dell’energia così prodotta. Quella che non consumiamo direttamente e quindi che immettiamo in rete attraverso il nostro “contatore di scambio”.

Qui occorre fare una premessa dirimente. Le modifiche della disciplina di remunerazione della nostra energia ceduta confermano un concetto chiave che caratterizza il fotovoltaico: l’uso più conveniente degli elettroni prodotti con gli incentivi in vigore è quello dell’autoconsumo, ovvero dell’energia che usiamo direttamente evitando di comprarla da fuori. Questo perché nella maggioranza dei casi che riguardano gli impianti attivati negli ultimi 15 anni l’energia da noi “travasata” nel sistema elettrico nazionale ci viene pagata assai meno di quella che preleviamo. Il rebus sta tutto qui, negli incentivi che arretrano.

Il dietro-front della politica dei sussidi dal 2003 a oggi

Dal 2003 al 2013 la prima grande spinta al fotovoltaico è stata data con cinque edizioni del cosiddetto Conto Energia, che prevedeva una remunerazione molto alta dei kilowattora conferiti alla rete pubblica con un meccanismo di “ritiro garantito” per i successivi vent’anni, tale da rendere comunque conveniente l’istallazione degli impianti. Dal 2013 è entrato in vigore, come sistema prevalente, lo Scambio sul posto, con la sostanziale scomparsa del premio: il kilowattora prodotto e conferito veniva pagato generalmente la metà (il meccanismo dettagliato dipende dalle fasce orarie ed altri fattori) di quello prelevato, con un meccanismo che comunque sottoponeva (e sottopone) le eventuali eccedenze nei conferimenti, da parte di chi ad esempio ha grossi impianti e consuma poco o niente, a una tassazione di queste somme, equiparate a redditi imponibili.

Dall’anno scorso i contratti con il Conto Energia non si possono più fare e hanno lasciato il posto al cosiddetto Ritiro Dedicato. Una formula articolata in maniera diversa ma concettualmente simile, che garantisce rimborsi inferiori.

La salvezza, in grado teoricamente di ripristinare una solidissima convenienza nell’istallazione degli impianti fotovoltaici domestici, è rappresentato dalle CER, le comunità energetiche rinnovabili: i proprietari dei nuovi impianti si aggregano sia per negoziare installazioni “tipo” con un unico fornitore a prezzi più convenienti sia per mettere in rete l’energia prodotta in forma consortile, in un bacino territoriale definito sia per la produzione che per i consumi. Il tutto gestito in maniera virtuale dal gestore pubblico della rete. In questo modo si attivano – così prevede la normativa delle CER – incentivi applicati a tutta l’energia prodotta e consumata all’interno della comunità, nonché a quella ceduta alla rete.

Incentivi ben valorizzati, che in buona sostanza ripropongono i margini una volta garantiti dalle svariate edizioni del conto energia, questa volta estesi non solo ai produttori ma anche ai consumatori di energia che fanno parte della CER. Peccato, che come rilevato ripetutamente da FIRSTonline, tra promesse negate e tentativi di rivitalizzazione, il decollo delle Comunità Energetiche rimanga frenato dal solito italico groviglio di burocrazia ed errori di programmazione.

Da tutto ciò si capisce che fare i conti correttamente per stimare la convenienza del nostro impianto fotovoltaico non è semplice. Ci provano gli analisti e gli esperti, con stime e proiezioni che per il cittadino che cerca un orientamento non sono semplici né da elaborare né da decriptare.

Il caso “campione” per stimare la convenienza

A incrociare incentivi aggiornati e possibili soluzioni ci prova il portale specializzato DDay in un’ottima analisi ponderata appena pubblicata.

Anno dopo anno “serve sempre più tempo per ammortizzare i costi dell’intero impianto”. Anche se quest’ultimo è dotato di un sistema di accumulo batteria “potrebbero volerci anche più di venti anni” si legge nel report. Questo perché “il prezzo dell’energia pagata dalla rete pubblica è rimasto negli anni piuttosto stabile e si attesta attorno ai 0,30 euro al kilowattora, si muove lentamente e non crolla nelle ore centrali della giornata come succede invece sul mercato all’ingrosso” mentre “la remunerazione dell’energia venduta si sta invece riducendo anno dopo anno” e così il tempo necessario per ripagare il sistema si allunga.

DDay fa l’esempio di un piccolo impianto da poco meno di 5 kW nel Nord Italia in regime di scambio sul posto, riproducendo nei dettagli l’ultima rendicontazione triennale completa fornita dal GSE, il gestore pubblico che si occupa della partita tra consumi rimborsi. Risultato: con l’attuale sistema di incentivi “nel passaggio tra ciò che si preleva e ciò che si immette oggi si perde quasi il 19% del valore contro il 10,6% di due anni fa”. E “la situazione destinata a peggiorare proprio per chi installa un impianto oggi: lo scambio sul posto non esiste più e i sistemi di incentivo attuali, le comunità energetiche, sono ancora in una fase che possiamo definire embrionale, non altrettanto semplici da attivare quanto gli incentivi che dovrebbero in parte sostituire, ma soprattutto onerose da gestire per chi ha un piccolo impianto”. Un autogol per la vera vocazione verde che si vorrebbe dare al nostro sistema energetico? Proprio così.

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