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S.O.S.: salvate la pecora Brigasca e i suoi pascoli estivi scoscesi sulle montagne liguri dove si producono tome e giuncate di eccellenza

La razza Brigasca, di cui in Liguria rimangono solamente circa 1500 esemplari, è iscritta all’Anagrafe nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare del ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, in quanto “razza a rischio di estinzione o erosione genetica”.

S.O.S.: salvate la pecora Brigasca e i suoi pascoli estivi scoscesi sulle montagne liguri dove si producono tome e giuncate di eccellenza

Aldo Lo Manto, pastore del Presidio Slow Food della pecora Brigasca, ha perso il suo pascolo estivo a Triora, in cui pascolava le sue pecore da 19 anni, assegnato dal Comune a una allevatrice di vacche. Solo una proroga all’ultimo minuto gli consentirà di pascolarlo ancora questa estate, ma l’anno prossimo Lo Manto non saprà dove portare il gregge. Con una lettera indirizzata al Comune di Triora (Imperia), al Parco delle Alpi Liguri e all’Assessore regionale all’Agricoltura Piana, Slow Food Italia sollecita le istituzioni a trovare una soluzione e intervenire a supporto della pastorizia sull’Appennino Ligure.

Aldo Lo Manto, allevatore di pecore di razza Brigasca e ultimo pastore dell’omonimo Presidio Slow Food ligure da diciannove anni porta d’estate i suoi animali a pascolare nel territorio comunale di Triora (in provincia di Imperia). Nelle scorse settimane, quel pascolo è stato assegnato (ai sensi della normativa sugli usi civici, che privilegiano gli allevatori locali) a una allevatrice di vacche residente nel territorio comunale di Triora. Tuttavia, le caratteristiche del terreno – si tratta di un pascolo particolarmente scosceso – lo rendono più adatto all’allevamento di ovicaprini che di bovini.

I pascoli scoscesi sono pascolati infatti in modo ottimale dagli ovicaprini, che riescono a raggiungere anche i punti più impervi e difficili, brucando le erbe disponibili e ripulendo correttamente il terreno. Le vacche, più grandi, pesanti e meno agili, non possono raggiungere tutti i punti. La vegetazione, lasciata a se stessa, cresce quindi indisturbata e la qualità del cotico erboso ne risente.

La razza Brigasca, di cui in Liguria rimangono solamente circa 1500 esemplari, è iscritta all’Anagrafe nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare del ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, in quanto “razza a rischio di estinzione o erosione genetica”. Lo Manto è l’allevatore che ha più capi di Brigasca, circa un migliaio: d’estate ne porta 500 in alpeggio a Triora, insieme a circa 200 capre, mentre un’altra parte del suo gregge pascola nella vicina Briga Alta, comune piemontese in provincia di Cuneo.

I suoi alpeggi non hanno un laboratorio di caseificazione, quindi in estate Lo Manto porta quotidianamente il latte appena munto nel suo laboratorio di Albenga, dove produce tome, giuncata, altre tipologie di pecorini e brus.

Per questo motivo Slow Food Italia, ricordando che gli alpeggi pubblici rappresentano un bene comune e che è dovere delle amministrazioni comunali preoccuparsi che chi li pascola li restituisca a fine stagione in buone condizioni, ha inviato una lettera al sindaco del Comune di Triora, all’assessore regionale all’Agricoltura della Regione Liguria e al presidente del Parco delle Alpi Liguri nella quale si esorta a trovare una soluzione che consenta a Lo Manto di poter contare su un pascolo estivo stabile per la sua attività. Questo caso è emblematico, peraltro, delle difficoltà vissute da altri pastori delle aree interne liguri, e non solo. Nell’Anno Internazionale dei Pascoli e i Pastori, proclamato dalle Nazioni Unite e dalla FAO per valorizzare il ruolo cruciale della pastorizia per la biodiversità, la sicurezza alimentare e la lotta al cambiamento climatico, questa vicenda richiama le istituzioni a una maggiore attenzione nei confronti di chi con il proprio lavoro garantisce la conservazione in equilibrio delle aree interne, sempre più soggette allo spopolamento, all’avanzata del bosco e agli incendi, che la pastorizia contribuirebbe a contrastare.

Senza la pecora Brigasca, molti pascoli sarebbero già stati abbandonati e di fatto resi impraticabili. Senza i formaggi a latte crudo di grande qualità prodotti grazie al suo latte, si perderebbe un pezzo importante del patrimonio caseario ligure.

Tra l’altro c’è da considerare che i pastori che conducono greggi su territori spopolati soggetti da decenni all’avanzata del Bosco sono un baluardo contro gli incendi e grazie a loro animali gestiscono ecosistemi difficili. Senza il pascolamento questi ambienti montani diventerebbero un pericolo anche per la comunità che vivono a Valle. La Liguria, negli ultimi anni ha vissuto molte situazioni critiche a causa della crisi climatica, dagli incendi alle bombe d’acqua alle frane che si generano perché l’acqua non è più assorbita da praterie alpine ben gestite. Vanno quindi prese in seria considerazione le situazioni di difficoltà dei pastori. Se è comprensibile che i bandi di assegnazione degli alpeggi diano diritti di prelazione agli allevatori locali, va anche detto che i pascoli più adatti ai caprini non dovrebbero essere assegnati ad allevamenti bovini quando le caratteristiche del territorio non sono adatte a questi animali e potrebbero peggiorare la situazione del cotico erboso.

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