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Marco Bentivogli: “Piano B. L’Italia che verrà”. Un libro originale che mette i legami umani al centro del cambiamento

Intervista a MARCO BENTIVOGLI, coautore di un nuovo libro che esprime una idea innovativa di società e rappresenta una “proposta che parla al Paese” nel quale “le persone non sanno più stare insieme”. Una proposta dirimente con quattro priorità

Marco Bentivogli: “Piano B. L’Italia che verrà”. Un libro originale che mette i legami umani al centro del cambiamento

“Mai così connessi e mai così soli: le persone non sanno più stare insieme” commenta con disincanto Marco Bentivogli, già sindacalista di spicco della Cisl e oggi coordinatore di Base Italia e autore insieme ad altri 18 compagni di viaggio di “Piano B. L’Italia che verrà. Note per il cambiamento che serve”, un volume edito da Donzelli e in libreria da questo fine settimana. “Il declino – spiega Bentivogli nel libro e in questa intervista a FIRSTonline – non è inevitabile” ma, se si vuole davvero ricostruire il Paese, occorre mettere al centro i “legami umani: dalla medicina territoriale alla scuola, dal lavoro alle città”. Il Piano B non è slogan tra i tanti ma un’idea originale di società che saggiamente parte dal basso nella consapevolezza che alla base “il Paese costruisce già risposte migliori di quelle che la politica raccoglie”. L’augurio è che il libro abbia successo e faccia discutere e che la politica ma anche i corpi intermedi sappiano ascoltare e capire. Ma sentiamo cosa pensa esattamente Bentivogli.

Bentivogli, come è nata l’idea di “Piano B. L’Italia che verrà. Note per il cambiamento che serve”, un insieme di saggi di diversi autori raccolti in un volume edito da Donzelli e in libreria dal 26 giugno?

Piano B nasce nel 2022, dopo l’esperienza del Forum Civico del 2018, dall’incontro di persone con storie diverse tenute insieme da un legame di ‘amicizia politica’ e dalla stessa preoccupazione: una politica sempre più debole mentre il Paese, nei territori, costruisce già risposte migliori di quelle che il dibattito pubblico riesce a raccogliere. Dopo il primo libro del 2024, Uno spartito per rigenerare l’Italia, e una comunità che dal 2025 lavora su lavoro, salute e sostenibilità, questo secondo volume raccoglie diciannove autori per colmare proprio quella distanza tra le soluzioni che già esistono e una politica che non le sa intercettare”.

In concreto quale sarebbe il Piano B e quale il cambiamento che serve?

“Il Piano B è un’idea di società in cui il lavoro, il welfare, la scuola, le città e tutte le transizioni non si reggono sulla sola contabilità dell’efficienza individuale, ma sulla qualità dei legami che producono. Partiamo da una diagnosi netta, ‘mai così connessi e mai così soli’: la rottura dei legami di prossimità è una ‘patologia sistemica’, prodotta da decenni di scelte che hanno premiato la prestazione sulla cura e la competizione sulla cooperazione. E le persone non sanno più stare insieme. Il cambiamento che serve è rimettere i legami umani al centro come infrastruttura, dalla medicina territoriale alla scuola, dal lavoro alle città”.

Il Piano B può essere considerato un’utile piattaforma per le forze politiche che vorranno raccoglierla in vista delle prossime elezioni politiche?

“Il libro non nasce come piattaforma elettorale e Piano B non è un partito né un movimento: è uno ‘s-partito’, una proposta che parla al Paese invece di questuare dai partiti. Detto questo, i contenuti sono a disposizione di chiunque, nessuno escluso, voglia raccoglierli sul serio. La metafora resta quella musicale: è uno spartito, e altri possono scegliere di suonarlo”.

Con quali rischi?

“Il rischio vero non è che nessuno lo prenda, ma che venga ridotto a slogan da campagna. La politica, citando le parole chiave di chi pensa, rifornisce il proprio narcisismo, ma tratta le idee e le proposte a consumo del rumore quotidiano. La politica e i corpi intermedi hanno perso ogni idea di rappresentanza e assorbono anche le idee importanti come citazioni che disimpegnano. Tutto è rappresentazione, e anche un’idea diventa poco più, e a volte anche meno, di una photo opportunity. Anche petizioni, appelli e manifesti quotidiani e su ogni tema non scuotono più il discorso pubblico, tutto si consuma nell’inoltro dei messaggi che sempre meno persone leggono”.

Realisticamente ci sono, secondo lei, le condizioni politiche e sociali per evitare che il Piano B resti solo una nobile testimonianza e per avviare il cambiamento?

“Le condizioni sono fragili ma reali, e non parto dall’ottimismo della volontà: parto dal fatto che il Paese costruisce già risposte migliori di quelle che la politica raccoglie. Non è più il vecchio “scollamento dalla base”, la base non esiste più e facciamo finta di non accorgerci del disaccoppiamento definitivo con la politica. Piano B è una strada da fare, non un manifesto chiuso in un libro. Il declino non è inevitabile, ma neanche la redenzione è automatica: il tempo stringe e annunciare il cambiamento non basta più, va praticato dentro le istituzioni, nei territori, nelle scelte di tutti i giorni. In un Paese in cui tutta la partecipazione è in crisi profonda, le autocelebrazioni agevolano il declino. Anche il terzo settore è in difficoltà: i pericoli di burocratizzazione e di disumanizzazione dei servizi sociali sono sempre incombenti. Piano B funzionerà se sarà impegnativo. Riempire i convegni con “quelli del sociale” è un film già visto. Alla prima presentazione nel 2023 i media ci hanno accolto con ‘ecco il Partito cattolico, di centro, dei moderati’: niente di più sbagliato. Certo sta anche a noi non farci risucchiare nel dibattito tra palazzi ma anche chi racconta deve sforzarsi di leggere oltre”.

Il Piano B comprende molte proposte ma quali sono quelle davvero prioritarie e dirimenti?

“La proposta dirimente è una sola, da cui discendono tutte le altre: trattare i legami umani come infrastruttura, non come supplemento d’anima. In concreto significa quattro priorità, persone, ambiente, tecnologia e lavoro, lette sempre dalla parte dei legami e della loro capacità di ricostruire il Paese. Ricostruire la prossimità nella sanità e nella scuola, pensare il lavoro come relazione e non come pura prestazione, governare una transizione ecologica che non si spacchi dal potere d’acquisto delle famiglie, e istituzioni, territori e cittadini che pratichino invece di limitarsi ad annunciare. Ci lamentiamo tutti di una politica che nella partita della democrazia ha portato via il pallone. Di un ceto che vive di ricandidature ma siamo ancora deboli su come ricostruiamo processi di coinvolgimento collettivo. Piano B è valorizzare l’altra Italia, quella che, mettendoci del proprio, non si ferma e non si rassegna”.

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