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Sergio Marchionne, mai come oggi l’industria automobilistica europea avrebbe bisogno di un manager come lui per contrastare i cinesi

Il mitico Ceo che salvò la Fiat dal fallimento se ne è andato 8 anni fa ma nessuno ha finora riempito il vuoto che ha lasciato nell’industria automobilistica. Una inedita testimonianza di un manager Fiat che gli fu molto vicino

Sergio Marchionne, mai come oggi l’industria automobilistica europea avrebbe bisogno di un manager come lui per contrastare i cinesi

Sono ormai otto anni che Sergio Marchionne è scomparso, e oggi come non mai l’industria automobilistica europea avrebbe bisogno di un manager alla Marchionne per non ammainare bandiera di fronte alla preponderante avanzata cinese.

Nei suoi quattordici anni alla guida della Fiat Marchionne divenne uno dei manager più famosi al mondo, proprio per essere riuscito a rinnovare una azienda che perdeva cinque milioni al giorno nel 2004 e portarla a utili di 3,6 miliardi nell’ ultimo anno della sua gestione.

All’inizio del nuovo millennio i problemi finanziari della Fiat, con un debito di oltre 4 miliardi, sembravano davvero insormontabili e tali da far prevedere tra i “ben informati” il suo fallimento a breve. Dopo le Presidenze negli anni novanta prima di Romiti e poi di Fresco, il 28 febbraio 2003 ritorna al timone dell’ azienda un Agnelli, Umberto, il fratello di Gianni scomparso un mese prima.

Mentre Gianni Agnelli era conosciuto ovunque come l’ Avvocato, in azienda con il termine “il Dottore” ci si riferiva ad Umberto Agnelli. La Presidenza di Umberto Agnelli durò soltanto 15 mesi, venendo a mancare, afflitto da un male incurabile, venerdì 27 maggio 2004.

Nel corso del weekend immediatamente seguente l’allora amministratore delegato pro-tempore Giuseppe Morchio tenta di assumere i pieni poteri, cercando di farsi nominare dal consiglio di amministrazione oltre che amministratore delegato anche Presidente della Fiat.

Nella storia aziendale soltanto una persona aveva riunito su di sé le due cariche, il Professore Vittorio Valletta, dal 1946 con la Presidenza ceduta dal senatore Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat, al 1966 quando alla Presidenza subentrò un altro Giovanni Agnelli, allora già noto come l’Avvocato e senatore a vita anche lui dal 1991.

A quello che fu all’epoca definito un vero e proprio tentativo di “golpe manageriale” si oppose strenuamente l’ ultima delle figure carismatiche della famiglia, la sorella Susanna, detta Suni.

La dura opposizione di Susanna Agnelli, sostenuta da Gian Luigi Gabetti, da sempre il consulente di fiducia della famiglia, alla mossa di Morchio, portò nella notte di domenica 30 maggio il consiglio di amministrazione a nominare Presidente della Fiat il Presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo.

Morchio, che a questo punto si sarebbe trovato a dipendere da un suo ex controllato, in quanto la Ferrari era una partecipata del Gruppo Fiat, diede immediatamente le dimissioni e nella mattinata del giorno successivo fu designato come amministratore delegato Sergio Marchionne, sempre su indicazione di Susanna Agnelli.

Peraltro Morchio, entrato in azienda soltanto un anno prima, si era dimostrato, con un appropriato termine inglese, totalmente “unfit”, in particolare per quanto riguardava la gestione delle fabbriche.

Ad esempio, quando la produzione dello stabilimento di Melfi, in cui si produceva la Punto, fu bloccata per 21 giorni, dal 17 aprile al 9 maggio 2004, da una vertenza sindacale, ampiamente riportata dai mass media e dibattuta nei talk show televisivi, riguardante la modifica degli orari e la rivalutazione del premio di risultato, Morchio le prestò attenzione soltanto pochi giorni prima dell’assemblea degli azionisti, nel timore che fosse oggetto di discussione, ordinando alla delegazione aziendale al tavolo sindacale che era opportuno chiudere la trattativa accogliendo le richieste dei sindacati e pagando persino le giornate di sciopero!

Ovviamente le disposizioni di Morchio furono disattese e la vertenza si concluse con un “onorevole” accordo per ambo le parti, senza stravolgere il quadro storico delle relazioni industriali in Fiat. La nomina di Marchionne colse di sorpresa non solo i mercati e la stampa specializzata ma anche il management aziendale.

Fu grazie ad una tempestiva nota dell’ufficio aziendale di Relazioni Interne, inviata nella prima mattinata alla dirigenza sui “blackberry” dell’epoca, che fummo portati a conoscenza del curriculum professionale di Marchionne, per i più conosciuto solo di nome come componente indipendente cooptato da Umberto Agnelli nel consiglio di amministrazione Fiat l’anno prima.

Qualche giorno dopo Marchionne venne a Mirafiori per incontrare l’ austriaco Herbert Demel, nominato amministratore delegato di Fiat Auto soltanto dall’ ottobre 2003 e proveniente dal gruppo Volkswagen (il primo non italiano a ricoprire un incarico di vertice nella storia secolare dell’ azienda).

L’ incontro tra i due da subito non fu tra i più positivi tant’è che Demel diede le dimissioni tre mesi dopo con una loro lite durante il salone dell’ auto di Parigi davanti a diverse persone.

Ad aggravare la situazione in quel primo incontro di giugno fu, molto probabilmente, anche il mancato permesso di fumare di Demel nel suo ufficio a Marchionne giustificandolo con la politica aziendale anti fumo e la dichiarazione della Palazzina Uffici di Mirafiori come “no smoking building”.

Tale direttiva era stata emessa nel 2000 (la Legge Sirchia sarà del 2005) quando Fiat Auto, a seguito della costituita joint-venture, recepì dalla General Motors il “Code of conduct” comprensivo anche del divieto di fumare nei luoghi di lavoro.

Per ironia della sorte l’osservanza della applicazione del “no smoking building” fu assegnata al sottoscritto, noto fumatore. Fu così che quella mattina, quando irruppe nel mio ufficio, Sergio Marchionne mi chiese, senza tanti preamboli, se ero io quello che vietava di fumare.

Mi alzai, andai ad aprire la finestra e da sotto la scrivania tirai fuori il posacenere e il mio pacchetto di Marlboro. Marchionne scoppiò in una fragorosa risata e disse: “Grazie ma io fumo Muratti”.

In quel breve spirare di una sigaretta, mi disse solo che se ci fosse stato lui il sindacato non avrebbe attuato il ”blocco Melfi”. Non gli chiesi come, perchè mi parve una provocazione inutile, nacque però una solidarietà tra fumatori che proseguì nel corso degli anni.

Nelle riunioni, salvo rare eccezioni, eravamo solo noi due a fumare, e per lui è sempre stata una sofferenza partecipare agli incontri sindacali senza poter accendersi una sigaretta.

Dopo la mia uscita dall’azienda per pensionamento nel dicembre 2011, incontrai Marchionne all’assemblea annuale degli industriali fiorentini nel giugno del 2013.

Nell’ autunno precedente, in un videoforum, Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze e candidato alle primarie del centro-sinistra, aveva attaccato Marchionne sulla sua strategia degli investimenti in Italia, accusandolo di prendere in giro i lavoratori e quei politici di sinistra che lo consideravano il “borghese buono”.

La caustica risposta di Marchionne fu immediata : a margine di una riunione dell’ACEA, l’ associazione dei costruttori automobilistici europei, di cui era Presidente, che si teneva a Bruxelles, sottolineò che Renzi non era un Barack Obama ma solo il sindaco di una povera cittadina.

La riconciliazione fra i due avvenne con una stretta di mano proprio nella ricordata assemblea confindustriale che si tenne all’allora Teatro Comunale di Firenze.

L’ invito a Marchionne a presenziare all’ assemblea fiorentina, dopo le tensioni dell’anno precedente a seguito della uscita della Fiat dalla Confindustria, segnò anche un riappacificamento con il mondo associativo degli industriali.

In tale occasione Marchionne lanciò un appello per gli Stati Uniti d’Europa e per un Piano Marshall per far ripartire l’economia europea. In quel periodo ero a Siena come consulente del Monte dei Paschi per la gestione e ricollocazione del personale in esubero ed in particolare per la esternalizzazione delle attività di back office della banca alla società fiorentina Bassilichi, leader nei servizi di pagamento e monetica.

All’evento fui invitato anch’io dal Presidente di Confindustria Firenze Simone Bettini, oggi Presidente di Federmeccanica, per i nostri comuni trascorsi di componenti di Giunta della Federmeccanica stessa.

Al termine dell’ assemblea ci trovammo, io e Marchionne, all’uscita del Teatro per andare a prendere, come da tradizione, un caffè in un bar di corso Italia e poi fare due passi sino al vicino Lungarno fumando la classica sigaretta.

Nel mentre camminavamo mi ricordò la motivazione, che gli avevo dato, della mia idiosincrasia a parlare in inglese, nonostante avessi iniziato la mia vita professionale nella conglomerata americana W.R. Grace & Co., il cui Presidente, come mi disse Marchionne, era il suo amico Peter Grace.

Il fatto era che io non amavo parlare la lingua dei camerieri (con tutto il rispetto dovuto ovviamente ai camerieri)! Ci salutammo, sapendo che probabilmente non avremmo avuto più occasione di rivederci e fumare un’altra sigaretta. Dal 25 luglio 2018 ho smesso di fumare.

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