Ho avuto più volte occasione di commentare la campagna che la procura di Milano sta portando avanti da tempo sulla base di presunto ‘’potere di supplenza’’ in materia di lavoro. Il sostituto procuratore Paolo Storari si è intestato un marchingegno, a mio avviso discutibile sul piano giuridico, basato su di un collegamento tra l’articolo 36 Cost. che prescrive i requisiti della proporzionalità e della sufficienza della retribuzione e la legge 199 del 2016 che, per combattere il caporalato e il lavoro nero, ha istituito il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” e sanzionando sia il caporale (chi recluta) sia il datore di lavoro (chi impiega).
La stessa legge definisce lo sfruttamento come un approfittarsi dello stato di bisogno dei lavoratori. Sulla base di questi presupposti la procura ha effettuato indagini a strascico sui trattamenti retributivi in atto, prima, nei settori del lavoro scarsamente sindacalizzato per passare adesso alla gig economy e al lavoro su piattaforme digitali (con il caso Glovo).
Dell’azione di supplenza Storari si è pubblicamente vantato, esibendone i risultati: 50mila lavoratori internalizzati in aziende e 60 milioni di euro recuperati e corrisposti ai lavoratori. Le indagini della procura in base al nuovo filone del diritto penale hanno coinvolto diversi giganti dei settori della vigilanza, della logistica, della grande distribuzione, della moda, i quali, secondo una prassi più volte usata, vengono accusati di violazione della legge sul caporalato, e di sfruttamento dei lavoratori, approfittando della loro condizione di bisogno.
Le norme di cui si avvale (impropriamente?) la procura consentono di disporre il controllo giudiziario dell’azienda, cioè un vero e proprio commissariamento nonché il sequestro cautelativo di una somma importante; sulla base di queste premesse, in un quadro di sputtanamento mediatico, la procura apre una trattativa informale con l’azienda, la quale – compresa l’antifona – non esita ad andare al sodo sia che si tratti di erogazioni retributive o di revisione della filiera degli appalti con relative assunzioni dirette, ottenendo in cambio la revoca del commissariamento (e quindi il ripristino della funzione imprenditoriale) e la restituzione delle somme sequestrate.
I rider di Glovo sono diventati i ‘’dannati della terra’’ dopo i pony express e i dipendenti dei call center
La Foodinho del colosso spagnolo Glovo (40mila occupati in Italia) è stato il primo caso di una azienda della gig economy. I rider nella vulgata sindacale hanno preso il posto dei ‘’dannati della terra’’ già occupato in precedenza dai pony express e dai dipendenti dei call center. Il lavoro su piattaforma digitale è un campo inesplorato.
Ma – come ha detto Marco Bentivogli in una intervista – i rider non sono fenomeno esotico: sono l’avanguardia di un mercato del lavoro dove sempre più persone fanno attività mediata da app. In Europa sono 45 milioni di lavoratori. Le categorie classiche sono state pensate per l’industria o il pubblico impiego non per il lavoro gestito da algoritmi. E sarebbe un errore- secondo Bentivogli – non solo giuridico, ma concettuale quello di far entrare in categorie vecchie un fenomeno nuovo.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una incertezza normativa che consente lo sfruttamento. L’esperienza dimostra che quando si pretende di disciplinare un lavoro nuovo con regole vecchie non si crea ma si distrugge occupazione: il caso dei call center è lì a dimostrarlo. Ma sui rider è molto facile fare demagogia nei talk show.
Ma i rider napoletani sono soddisfatti
Sono stato invitato a L’aria che tira per parlare del caso Glovo e del ”potere di supplenza” che la procura stessa rivendica per sé e che , a mio avviso, è riconducibile alla deriva di una concezione totalitaria del diritto penale propria della magistratura requirente. Le aziende indagate, infatti, si confrontano solo con la procura senza incontrare un giudice, salvo il gip nella prima fase. Come si può immaginare la trasmissione è iniziata con la rappresentazione dei rider come nuovi schiavi delle piattaforme digitali e vittime degli algoritmi. Le interviste sono partite da Milano mostrando rider extra comunitari che lamentavano – più che le basse retribuzioni- l’esistenza di un racket di connazionali che sottraevano loro una parte del guadagno. Su questo punto sarebbe opportuna una maggiore vigilanza da parte della stessa azienda.
Poi c’è stata una svolta imprevista, quando sono stati intervistati in diretta alcuni rider napoletani, strenui difensori, con argomenti seri e concreti, della loro condizione e soddisfatti sia del lavoro che della retribuzione (fino a tremila euro al mese) gettando, così, nella disperazione il conduttore e gli altri ospiti che si sforzavano inutilmente di strappare loro una qualche lamentela. Certamente la loro non era una condizione generale dei rider, come non lo è quella che viene descritta nella propaganda sindacale. A un certo punto, quando il conduttore ha chiesto se qualcuno di loro fosse un pregiudicato, ho temuto che intendesse applicare il teorema Gratteri e cioè che solo i pregiudicati potessero essere soddisfatti di quel lavoro. Alcune ore dopo, scorrendo i social, ho raccolto molta ostilità nei confronti dei rider napoletani (qualcuno li accusava di non portare cibo ma droga per tremila euro al mese), perché alla realtà non è permesso di sconfessare l’ideologia.
