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Pensioni, il Rendiconto sociale annuale dell’Inps sfata miti e narrazioni e riporta sulla scena la vera realtà: ecco come stanno le cose

L’importo mensile della pensione è in media di 1.861 euro ma per le donne scende a 1.4 91. Il gap di genere arriva al 45% ma la pensione della donna fotografa la sua condizione di svantaggio nel corso di tutta la vita

Pensioni, il Rendiconto sociale annuale dell’Inps sfata miti e narrazioni e riporta sulla scena la vera realtà: ecco come stanno le  cose

Suggerisco agli Ordini dei giornalisti che svolgono attività di aggiornamento e di formazione nel territorio e alle scuole di giornalismo di distribuire ai partecipanti il Rendiconto sociale annuale redatto e approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inps: un documento di facile lettura (più di quanto lo sia il Rapporto presentato ogni anno che è divenuto per la sua ampiezza un’antologia della socialità), ricco di dati e statistiche e utile a sfatare miti e narrazioni che pullulano nel dibattito sul sistema pensionistico e in generale sulle istituzioni del welfare di mano pubblica. Che questa attività non venga svolta lo si capisce zigzagando per i talk show, dove i conduttori si regolano secondo luoghi comuni sedimentati nel tempo tanto da divenire verità rivelate, impossibili da smentire anche se si citano fonti ufficiali.

Se qualcuno, per esempio, si presentasse in tv ad affermare che – secondo la legge dei grandi numeri – i pensionati italiani non sono quei “dannati della terra” rappresentati dal loro stereotipo, non sarebbe creduto perché il messaggio politicamente corretto è un altro: il pensionato è un povero, condannato a sopravvivere con un trattamento talmente modesto che lo ha costretto ad imparare la ricetta per moltiplicare i pani e i pesci per non morite di fame. Ovviamente, su di una popolazione di oltre 16 milioni (quanti sono i pensionati in Italia) ci molti, troppi casi di povertà assoluta per tante ragioni quasi mai imputabili al sistema. Si tratta di condizioni che devono essere denunciate e alle quali occorre provvedere, ma non sono la regola fissa e generale. Quanto meno, nel confronto tra i redditi medi, quello dei pensionati è competitivo con quello degli attivi, ai quali tocca di finanziare con i propri contributi i loro trattamenti.

Nel 2025 l’importo delle pensioni liquidate a titolo di invalidità, vecchiaia e superstiti (le pensioni previdenziali) è stato in media di 1.876,1 euro al mese ma per le donne è stato di 1.491,7, inferiore, quindi, del 34% ai 2.260,6 euro medi mensili degli uomini. Premesso che non ha molto senso accorpare in una media complessiva l’importo di trattamenti specifici connotati da regole e requisiti differenti, la tabella e il grafico consentono di annotare gli importi medi dei diversi regimi, delle tipologie di trattamento nonché i dati della serie storica.

Queste ultime considerazioni ci conducono direttamente ad un altro aspetto che trova ampio spazio nel dibattito, sul quale si sono catapultati i media per commentare il Rendiconto sociale 2025: il gap di genere (che arriva al 45%). Quanto si affronta questo argomento ci cospargiamo il capo di cenere che se si avesse a che fare con il reato di femminicidio ad opera del sistema pensionistico, mentre a determinare il famigerato gap ci sono degli elementi oggettivi scolpiti nella realtà lavorativa e sociale: la questione del differenziale non riguarda le regole del pensionamento ma la situazione più generale della donna che, prima di trovare e accettare un posto di lavoro, deve essere messa nelle condizioni di potervi accedere in base al ruolo che è costretta a svolgere nell’ambito familiare; non c’è soltanto la diversa condizione della donna nel mercato del lavoro per quanto riguarda il livello della retribuzione o la natura del rapporto di lavoro; c’è soprattutto – per le difficoltà della conciliazione dei tempi di lavoro e di vita – una permanenza nella vita attiva della lavoratrice che, in media, è di nove anni inferiore a quella dei trentotto degli uomini.

Peraltro il 75% delle donne non supera in media i 25 anni. Ciò significa che i lavoratori – soprattutto delle generazioni baby boomers – sono in grado di far valere al momento del pensionamento (a prescindere dall’età anagrafica) lunghi periodi di anzianità di servizio coperte da contributi (per il trattamento anticipato occorrono 42 anni e 10 mesi) che consentono pensioni più elevate; le lavoratrici, invece, finiscono per avvalersi dei requisiti della vecchiaia (un minimo di venti anni di versamenti a 67 anni di età): in sostanza vanno in pensione più tardi con un trattamento più basso. Basta vedere i dati di genere relativi ai differenti trattamenti pensionistici nello stock delle pensioni vigenti nel 2025 nei regimi privati. Nel pubblico impiego sono invece prevalenti le pensioni anticipate al femminile per motivi evidenti; nel settore le lavoratrici godono di una continuità e di una stabilità simile a quella dei colleghi maschi. Da sottolineare, per banali motivi di longevità, il monopolio delle donne per quanto riguarda il trattamento ai superstiti.

Molto interessanti sono i dati riguardanti i sistemi di calcolo delle pensioni liquidate negli ultimi anni, da cui emerge un lento progredire verso il calcolo contributivo integrale, quando la curva della spesa comincerà ad abbassarsi rispetto al picco del 17% sul Pil nel 2036, per poi ridursi e stabilizzarsi intorno al 13,7% nel 2070. Questi dati forniscono quali effetti sarebbero prodotti se prevalessero le soluzioni sostenute in alcuni ambienti che vorrebbero scambiare la questione dell’età pensionabile con l’applicazione integrale del calcolo contributivo.

Il Rendiconto fornisce – sempre col limite dei dati medi – delle statistiche sulle retribuzioni vigenti per settori e genere che potrebbero riportare alla realtà un dibattito – di spessore ideologico – sull’introduzione del salario minimo legale che, come è noto, interesserebbe solo il settore privato. Oltre ovviamente ad avere contezza di quanto influisce il gap di genere, in particolare in alcuni comparti.

I differenziali più evidenti emergono nei settori più qualificati come i servizi di informazione e comunicazione (23,1%), le attività finanziarie e assicurative (31,6%), quelle immobiliari (40,1%) e professionali scientifiche e tecniche (34,2%), le attività artistiche, sportive, di intrattenimento (30,6%); il che rispetto al dato della retribuzione media dove il gap è del 25,7%. Il gap è significativo anche nel pubblico impiego, dove evidentemente pesano più che un differenziale retributivo a parità di condizioni (come viene denunciato nei settori privati), questioni di inquadramento e di carriera.

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