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AlaNera di Vigne del Patrimonio, bollicine in terra etrusca

Rosa e Antonio, una vita spesa a degustare e a raccontare il vino. Poi l’incontro con una collina viterbese e il progetto di riscoprire un terroir antico, facendo un vino nuovo e sorprendente.

AlaNera di Vigne del Patrimonio, bollicine in terra etrusca

Il Centro Italia stupisce sempre più con la sua riuscitissima scommessa sui vini spumanti. Ben note e pluripremiate cantine in Umbria e Abruzzo sono oggi alla pari delle grandi DOCG storicamente vocate al metodo classico.

Resta ancora poco battuto e apprezzato il Lazio, terra di viticoltura antichissima che tuttavia nei secoli si è quasi adagiata sulla sua fama enoica. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa è cambiato. La riscoperta di una tradizione atavica, connaturata a questi luoghi e di un terroir così variegato e prospero, ha portato appassionati e audaci viticoltori a puntare sulla qualità e a produrre vini dalle caratteristiche inaspettate. E allontanandosi dalle note colline romane e dal profumato Frascati DOCG, si scopre a nord della capitale un piccolo paradiso per cuore, occhi e palato. Basta passeggiare tra le verdissime strade che sanno di tufo e storia, per rendersi conto della straordinaria potenzialità di questo territorio. La Tuscia, una volta capitale del regno etrusco, conserva silente e maestosa la bellezza del suo passato e la proietta verso il futuro, pronta a regalare i doni della sua terra a chi saprà coltivarli. Tra i resti antichi e le colline dai suoli ora vulcanici, ora ciottolosi e argillosi, crescono qui vitigni autoctoni e non, ciascuno capace di esprimersi al meglio delle sue potenzialità. E quando il clone giusto incontra un terroir così unico, il risultato non può che sorprendere.

Vigne del Patrimonio è una giovane azienda nata dall’amore per il vino e per le cose preziose. Per anni Rosa Capece e Antonio Pellegrino sognano di produrre il loro vino, precisamente il loro spumante, dopo decenni passati a degustarlo e a raccontarlo da esperti. Come ripetono spesso per fare un buon vino, oltre a buone vigne e alla giusta esposizione, occorre prima farsi una cultura e sviluppare la capacità di immaginare il risultato che si può e si vuole ottenere prima ancora di raccoglier le uve. Per caso, scoprono la Tuscia e ne apprezzano immediatamente le sue interessanti qualità. Studiando l’attitudine e la vocazionalità del territorio, è chiaro fin da subito che ci sia la possibilità di fare ottimi spumanti, anche se nessuno ha mai avuto il coraggio di provarci davvero. Decidono così di esser i primi.

Nel 2007 inizia la loro avventura, aiutati e caldamente incoraggiati da Michele Capece, fratello di Rosa, ora impegnato quasi a tempo pieno nell’azienda di famiglia. Vendono gli amati terreni pugliesi cosparsi di ulivi, a malincuore certo, perché tra quegli uliveti i loro nonni ci avevano speso tutta la vita, ma sicuri che quello che stanno per realizzare regalerà altrettante emozioni. Scommettono tutto sul loro progetto innamorandosi di quella collina a Ischia di Castro piena di erbacce, viti di malvasia mal potate, con un casale diroccato e nemmeno un pozzo per l’acqua. Ma l’ottima esposizione e il suolo tutto vulcanico e calcareo, dallo scheletro importante, promettono bene. Il giorno scassano il terreno, piantano le barbatelle, si consultano con l’agronomo e con l’enologo, il prof. Marco Esti dell’università della Tuscia, ma ascoltano anche i contadini della zona. La notte studiano, studiano moltissimo, perché saper fare un vino non è come recensirlo né è cosa semplice da realizzare, come invece sembra dai libri. E aspettano pazienti, attendendo che quelle verdi foglioline si trasformino in tralci pieni di vita e gemme. Intanto, pensano al nome per la loro azienda. Il legame con il territorio è subito fortissimo e il fascino di questa terra è così potente che Rosa, Antonio e Michele decidono di volerla celebrare a tutto tondo. Scelgono Vigne del Patrimonio perché la denominazione storica dell’attuale Provincia di Viterbo, era “Provincia del Patrimonio di S.Pietro”, nel periodo in cui dal medioevo fino alla nascita dello Stato Italiano la stessa faceva parte dello Stato Pontificio. E poi il logo, che riproduce l’immagine di un leone alato etrusco, ritrovato in una tomba non lontana dalle rovine della rinascimentale “città-modello” di Castro, distrutta nella seconda metà del ‘600 e vicina alle vigne dell’azienda.

Sui quasi 3 ettari della loro piccola azienda, mettono a dimora i giusti cloni di Chardonnay e Pinot Noir, sempre più convinti che l’azienda debba esser tutta dedita alla rifermentazione in bottiglia. Presto, si accorgono però che in alcuni punti della loro proprietà non sarebbe cosa saggia allevare queste cultivar. Poiché è sempre il territorio a comandare, devono modificare i loro piani. Vengono quindi messi a dimora dei filari di Cabernet Franc, un po’ per necessità, un po’ per amore di questo vitigno a bacca rossa. La scelta di assecondare madre natura, non delude: le viti piantate donano grappoli meravigliosi, capaci di dar vita ad un rosso elegante e di sostanza. Nasce così Vepre, l’unico rosso fermo dell’azienda, un Cabernet in purezza che fa un anno di barrique di primo e secondo passaggio. Prende il nome dalla località dove prosperano le sue viti, ma vepre è anche il termine latino che indica un arbusto spontaneo dalle bacche blu che ricordano vagamente gli acini dell’uva. La prima vendemmia nel 2012, è un successo. La fatica non manca mai, soprattutto perché nessuno dei tre abbandona la principale professione che nulla c’entra con la viticoltura, ma i frutti sono così generosi da alleviare ogni stanchezza. La superficie vitata contenuta permette una raccolta manuale certosina, dove è possibile selezionare i grappoli con gli acini migliori. Anche la gestione del vigneto è assolutamente manuale, senza l’uso di macchine e quando possibile senza ricorso a pesticidi o altre sostanze di sintesi, nel pieno rispetto del territorio, della vite e del consumatore.

I mosti perfetti, profumati e zuccherini al punto giusto, vengono fatti fermentare. E poi, si procede con la spumantizzazione. Passano gli autunni, e l’ora del grande salto è arrivata. Si inizia, dopo più di 24 mesi di affinamento sui lieviti, con la sboccatura del Pinot Nero, principe degli spumanti, che dà vita al Rosè AlaRosa. Qualche mese dopo, si sbocca anche quell’elegante Chardonnay, così minerale e fresco, e nasce AlaDoro. Il 2018 è l’anno della sboccatura di AlaNera, il loro primo Blanc de Noir che sosta sui lieviti 60 mesi. Le vendemmie successive sono state altrettanto positive, e la prossima primavera vedrà il terzo millesimo di AlaRosa e AlaDoro, insieme alla seconda generazione di AlaNera.

Vigne del Patrimonio convince perché insegna che la dedizione e la determinazione portano sempre alla creazione di valore. Hanno scommesso su un territorio quasi dimenticato, vincendo non solo perché la Tuscia ha grandi potenzialità, ma soprattutto perché hanno deciso di contribuire nel loro piccolo a rivalutare questo angolo di mondo scegliendo la vinificazione più difficile che esista, quella che richiede più competenza da parte del produttore e qualità da parte delle uve. 

Vedere oggi aziende giovani fare passi così coraggiosi e con lo sguardo fiducioso tutto rivolto al futuro, in un momento storico che suggerirebbe il contrario, è un’esperienza che emoziona, come emozionanti sono i vini che hanno imparato a produrre.

Bottiglia AlaNera Brut

AlaNera, il loro spumante di punta, è come già spiegato un brut Blanc de Noir, lasciato in rifermentazione per 5 anni. È un vino che ha il gusto del luogo, del suolo scuro da cui nasce ed esprime tutta la pazienza e la dedizione di chi lo ha concepito e curato. Al naso, regala un’invitante mineralità di scisto e selce, che si lega alla frutta, alla pasticceria secca e al pepe. La bocca è fresca, sapida, gentilmente fruttata e tostata. Possiede una tessitura quasi tattile, che sostiene per tutto l’assaggio una dialettica nuovamente minerale di gesso, selce e salgemma, qui ancora più espressa che al naso.

La sua eleganza quasi maschile, lo rende perfetto per accompagnare un nobile filetto di tonno con zenzero e olio di sesamo ma anche un coniglio al mirto. La produzione non supera le 1000 bottiglie e il costo è di 42 euro.

Azienda Vinicola Vigne del Patrimonio

Strada Vicinale Vepre, Ischia di Castro 01010 (VT) Lazio
Categoria: Azienda Vinicola
Facebook: www.facebook.com/vignedelpatrimonio/
Mobile: +39 328.65.07.893

Vigne del Patrimonio nasce a Ischia di Castro, splendido borgo costruito su resti etruschi e circondato da una campagna collinare rigogliosa. L’azienda si estende su morbide e soleggiate pendici vulcaniche che, scendendo dal lago di Bolsena, guardano al mare e godono delle brezze che ne risalgono, in un paesaggio dove regna ancora l’armonia della natura.

Con i suoi 3 ettari vitati, oggi si producono 20.000 bottiglie all’anno, ma la recente acquisizione di altri 3 ettari di terreno porterà in pochi anni a raddoppiane queste cifre. L’intenzione di Rosa, Tonino e Michele è comunque quella di fermarsi a piccoli ma ben seguiti numeri. La qualità deve sempre vincere sulla quantità. La produzione è dedicata al metodo classico in tre proposte: AlaDoro, un Blanc de Blanc da Chardonnay, AlaRosa, il Rosé da Pinot Noir e AlaNera, il Blanc de Noir da Pinot Noir. Fa eccezione Vepre, il loro rosso fermo da Cabernet Franc, vitigno che ha dimostrato di esprimersi benissimo in questo territorio. Tutti i vini, sia i tre metodo classico sia il Cabernet Franc, vengono fatti affinare per un anno in bottiglia dopo la sboccatura o dopo l’imbottigliamento prima di esser messi in commercio.

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