In Sudamerica lo definiscono il “Bukele colombiano”, paragonandolo al presidente di El Salvador che è diventato il riferimento delle destre securitarie dell’area, ma per noi europei va benissimo anche il paragone con Donald Trump: il candidato di estrema destra Abelardo De La Espriella, 47enne leader del Movimiento de Salvación Nacional, ha vinto a sorpresa il primo turno delle elezioni presidenziali della Colombia, domenica 31 maggio, con il 43,7% dei voti. Il favorito della vigilia, il socialista espressione del governo uscente Ivan Cepeda, si è posizionato al secondo posto col 40,9%. La partita dunque è ancora aperta: il ballottaggio si terrà il 21 giugno, ma ora la vittoria di De La Espriella non sembra più così improbabile.
La rimonta di De La Espriella: ad aprile i sondaggi lo davano al 21,5%
Il sorpasso del primo turno ha infatti il sapore della sconfitta per Cepeda e il presidente uscente Gustavo Petro, che ha appena guidato il primo governo di sinistra della storia del Paese latinoamericano: gli ultimi sondaggi davano il candidato governista al 45% e De La Espriella solo al 31,6%, anche se in rimonta rispetto al 21,5% rilevato ad aprile. Ora pare dunque meno probabile un secondo governo di sinistra in Colombia: nonostante tutti gli sforzi fatti da Petro per ridurre la povertà, ad incominciare dall’aver aumentato il salario minimo del 24%, Petro ha pagato lo scontro aperto con Trump, prima sui dazi che hanno indebolito l’export colombiano verso il suo primo partner commerciale (Bogotà spedisce negli Usa quasi un prodotto esportato su tre) e poi sulla questione del narcotraffico, sulla quale il presidente statunitense ha minacciato di fargli fare la fine di Nicolas Maduro in Venezuela.
De La Espriella si ispira a Bukele e a Trump. Al ballottaggio decisivi i voti del centro
La pace con Washington è stata signata a febbraio con la visita di Petro alla Casa Bianca, ma non c’è dubbio che il tycoon stia facendo il tifo per l’outsider De La Espriella, che proprio a lui – e a Bukele – dice di ispirarsi: decisivi al ballottaggio saranno i voti della candidata del centrodestra moderato, la senatrice Paloma Valencia, che col 7% ottenuto al primo turno sarà l’ago della bilancia. Valencia rappresenta l’eredità politica dell’ex presidente Alvaro Uribe, e durante la campagna elettorale si è duramente scontrata soprattutto con De La Espriella, accusandolo di essere “dalla parte dei banditi”. A sostenere al contrario la fulgida ascesa del sovranista è stata l’emergenza sicurezza: a dieci anni dall’accordo con le Farc, in Colombia è di nuovo esplosa la violenza, con una crescita preoccupante di omicidi e sequestri di persona.
De La Espriella ha vinto promettendo un giro di vite contro la criminalità
In uno scenario del genere fanno facilmente presa le ricette facili dell’estrema destra: De La Espriella, avvocato che non ha mai ricoperto alcuna carica elettiva, promette di legalizzare il possesso di armi e di costruire mega-prigioni dove i detenuti verrebbero nutriti solo con “pane e acqua”, sul modello proprio di El Salvador. Ad esultare per la parziale vittoria di De La Espriella è stato per primo il presidente argentino Javier Milei: “Se questo risultato si ripeterà al secondo turno, non ho dubbi che la Colombia rientrerà nella comunità delle nazioni libere e riprenderà un percorso incentrato sulla difesa della vita, della libertà e della proprietà”, ha scritto su X il discusso leader turboliberista.
Il presidente uscente Petro denuncia brogli, ma senza fornire prove
Da parte sua, il presidente uscente Petro non ha riconosciuto il risultato del primo turno, lamentando brogli ma senza fornire prove dei presunti 800.000 voti falsificati. In ogni caso, una vittoria di De La Espriella sposterebbe gli equilibri politici in Sudamerica, portando il continente ancora più a destra e ancora più vicino a Donald Trump. Tutte le recenti elezioni hanno infatti visto trionfare esponenti di destra o di estrema destra, da Milei in Argentina a Rodrigo Paz in Bolivia e Josè Antonio Kast in Cile, ad eccezione di Yamandù Orsi in Uruguay. Se dovesse cadere anche la Colombia, rimarrebbero nell’area soltanto due grandi Paesi a guida progressista: il Brasile di Lula, che però è in scadenza di mandato (si vota ad ottobre) e il Messico di Claudia Sheinbaum.