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Cultura e impresa: nemiche o amiche? La chiave è una sintesi propulsiva tra le due

Nel suo ultimo libro, il presidente di Museimpresa, Antonio Calabrò, spiega come l’impresa e la cultura devono cambiare nel profondo per affrontare sfide nuove e inedite

Cultura e impresa: nemiche o amiche? La chiave è una sintesi propulsiva tra le due

Prendendo a prestito una espressione di moda qualche tempo fa, si potrebbe dire che l’Italia è diventata un paese industriale “a sua insaputa”. Il nuovo libro di Antonio Calabrò “L’avvenire della memoria – Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione” Egeo editore, si impegna a fare incontrare le due culture, quella dell’impresa e quella classica, letteraria, musicale, sociale e politica, che sono state per lungo tempo separate, se non nemiche. Operazione non certo facile, resa ancora più difficile perché viviamo in un periodo di grandi trasformazioni dove sia l’impresa che la cultura devono cambiare nel profondo per affrontare sfide nuove e inedite.

L’industria come centro di cultura generale

Calabrò guarda ai problemi con una buona dose di ottimismo. Non si nasconde le difficoltà che hanno radici nella nostra storia culturale e politica né sottovaluta i problemi del presente dell’economia e della società democratiche occidentali, ma sottolinea il ruolo dell’industria, non solo come produttrice di ricchezza, ma come centro di elaborazione culturale, di innovazione che potrebbe trasferire sull’intera società la forza della sua visione del futuro, del suo stile di rapportarsi con i problemi, dei suoi valori di impegno e responsabilità, in una parola di cultura generale.

I cittadini tra illusioni e frustrazioni

Purtroppo, fin dall’inizio del secolo scorso, e in maniera sorprendente con maggiore intensità negli ultimi venti o trent’anni, in Italia la cultura generale sia della classe imprenditoriale che dei cittadini, si è sempre più distaccata da quei valori positivi di innovazione e di merito che la comunità che vive in azienda dovrebbe coltivare in massimo grado. Gli imprenditori sembrano incapaci di battersi per quel “riformismo lungimirante“ che, come afferma Calabrò, dovrebbe essere alla base di quella ricostruzione della fiducia nelle istituzioni e nell’innovazione che è alla base di una vera ripresa della crescita con equità. I comuni cittadini si dibattono tra illusioni e frustrazioni. Sono scontenti, ma forse più che scontenti del loro presente, sono impauriti per il futuro loro e dei loro figli. Si sbattono qua e là alla perenne ricerca di qualcosa di rassicurante e finiscono, come ha scritto Elio Vittorini di “udire in ogni raglio d’asino lo squillo dell’avvenire”.

Solo così si spiegano gli erratici comportamenti elettorali. Prima abbiamo avuto Grillo, poi Salvini, ora sembra sia la volta di Meloni. Ancora prima c’è stata la fascinazione per Berlusconi che ha incantato anche gli imprenditori dicendosi liberale, ma poi nei suoi anni di governo si è ben guardato dal promuovere il mercato, il merito, l’imprenditoria più moderna.

In passato la cultura d’impresa ha trovato spazi di espressione

Nel secondo dopoguerra abbiamo lottato tutti insieme per trasformare la nostra società. L’industria era ritenuta un punto di forza, un ascensore sociale, un creatore di modernità. La cultura d’impresa non era retorica, ma ritenuta un elemento positivo per contribuire al riscatto morale e civile della nazione, oltre che ovviamente al progresso economico. Proprio in quel periodo molte grandi imprese intrapresero varie iniziative culturali sia come sponsor, sia come organizzatori di centri culturali intorno ai quali far fiorire il dibattito. Nascono così varie riviste che non sono organi di propaganda commerciale ma che hanno il ruolo di scambio di esperienze culturali. Non a caso Alberto Pirelli nel 1948, presentando il primo numero della Rivista Pirelli, afferma “veniamo a conversare con voi (intellettuali) a nome di un’azienda che per somma di intelligenze e lavoro……… sente di poter dire una parola utile”.

Ma le cose non sono andate in questo modo. Negli anni ‘70 quasi tutte le riviste hanno chiuso. Si è affermata una cultura “contro” sia per motivi politici legati all’ideologia marxista, sia per un diffuso scetticismo sull’efficacia delle regole del mercato per creare e diffondere benessere. I politici non sono stati “lungimiranti” ed anzi con l’affermarsi del marketing, il presentismo è diventata la regola generale.

È necessario “un nuovo umanesimo digitale”

Per superare questa situazione di stallo, Calabrò offre numerosi spunti che dovrebbero convincere il lettore sulla convenienza del cambiamento. La tecnologia evolve sia in campo medico, sia nel digitale, sia nell’intelligenza artificiale. Le città cambiando diventano più belle e vivibili, basta guardare Milano. Bisogna insomma organizzare un nuovo racconto di un futuro possibile e migliore.

L’impressione però è che gli imprenditori, forse a causa del piccolo numero di grandi aziende private rimaste, abbiano smarrito il senso dei propri diritti e soprattutto dei propri doveri, e quindi non siano più disponibili a fare dure battaglie per riaffermare gli uni e gli altri. Le cose, come il passato insegna, si devono sempre conquistare al prezzo di dure lotte culturali e sociali.

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