Allo scoccare della mezzanotte tra ieri e oggi, Trump ha rinnovato il suo famoso tabellone dei dazi imponendo nuove tariffe del 10% e del 12,5% su merci provenienti da 60 partner commerciali, tra cui Cina, Unione Europea, Giappone, India, Regno Unito, Canada e Messico. Secondo la Casa Bianca, le misure puntano a contrastare il presunto lavoro forzato. Alle ore 00.01 (ora di New York) era venuta a scadere, dopo 150 giorni, una tariffa globale temporanea del 10% e i nuovi dazi sono entrati in vigore nello stesso identico momento, con l’esenzione per le merci in transito fino alle 00.01 del 28 luglio.
“Gli Stati Uniti hanno imposto un divieto di importazione di manodopera da quasi un secolo e lo applicano rigorosamente. È giunto il momento che anche i nostri partner commerciali facciano lo stesso”, ha dichiarato in un comunicato Jamieson Greer, rappresentante per il commercio degli Stati Uniti. “L’azione odierna darà inizio a correggere quella che è al contempo una violazione dei diritti umani e una pratica commerciale distorsiva, al fine di migliorare il benessere dei lavoratori in tutto il mondo.”
L’introduzione di nuove tariffe era attesa, ma i partner commerciali di tutto il mondo si sono uniti nel contestarne fermamente la giustificazione. Alcuni, tuttavia, hanno osservato che avrebbero avuto un impatto minimo sulle tariffe attuali. Sui mercati finanziari, più concentrati sul conflitto in Medio Oriente, non si sono registrate reazioni immediate significative.
Raffica di esenzioni: dal petrolio alle auto ai diamanti
Le nuove tariffe, annunciate stanotte in un avviso pubblicato sul Registro Federale, coprono il 99,4% delle importazioni statunitensi, ma includono numerose esenzioni per determinati prodotti. Tra questi prodotti ci sono petrolio e gas, fertilizzanti, alcuni prodotti alimentari. Inoltre tra elesenzioni compaiono beni già soggetti alle tariffe di sicurezza nazionale previste dalla Sezione 232, come automobili, acciaio, alluminio e rame, ha affermato il funzionario. Saranno esentati anche gli aeromobili e i relativi componenti, insieme ai minerali critici.
Ci sono stati anche dei vincitori. L’Antwerp World Diamond Centre ha affermato che il ripristino dell’esenzione rappresenta una notizia significativa per il settore locale dei diamanti. Nel 2024 il Belgio ha esportato diamanti lavorati negli Stati Uniti per un valore di 2,1 miliardi di dollari. L’esenzione era scaduta dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva annullato i dazi globali imposti da Trump a febbraio.
Trump dribbla la Corte Suprema
Ci riprova dunque Trump, nel cercare di ripristinare la sua visione elettorale di una tariffa quasi globale, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti lo scorso febbraio aveva annullato i dazi “reciproci” dal 10% al 50%, imposti lo scorso anno in base a una legge sullo stato di emergenza nazionale per cercare di ridurre il deficit commerciale statunitense.
Imposti ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, i nuovi dazi consentono all’amministrazione di mantenere un livello tariffario minimo praticamente su tutte le importazioni statunitensi, nonostante la battuta d’arresto della Corte Suprema. È inoltre probabile che questi dazi affrontino meno rischi legali rispetto a quelli annullati a febbraio, poiché la Sezione 301 ha resistito a precedenti ricorsi giudiziari.
Ecco le nuove tariffe. Per l’Ue ammontano al 10% o al 12,5%
Gli Stati Uniti hanno imposto un dazio del 10% sulle merci provenienti da Argentina, Bangladesh, Gran Bretagna, Cambogia, Canada, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, India, Indonesia, Giordania, Malesia, Messico, Pakistan, Sri Lanka, Trinidad e Tobago.
All’Unione europea, a Taiwan, al Giappone, alla Corea del Sud e alla Svizzera sono state assegnate tariffe che, sommate alle tariffe preesistenti previste dal regime della nazione più favorita, ammontano al 10% o al 12,5%. Agli altri 38 Paesi è stata assegnata un’aliquota del 12,5%. Tra questi figurano il Vietnam, che questa settimana ha emanato un nuovo decreto che stabilisce norme più dettagliate per vietare l’importazione di merci prodotte con il lavoro forzato, e la Cina, accusata dagli Stati Uniti di detenere la minoranza uigura (un’etnia turcofona e musulmana) in campi di lavoro: Pechino respinge l’accusa. Funzionari dell’amministrazione Trump hanno comunicato alle controparti cinesi l‘intenzione di riportare le tariffe sui prodotti cinesi, introdotte durante il secondo mandato di Trump, al 20%, livello concordato nell’accordo commerciale con il presidente cinese Xi Jinping nel novembre 2025, senza tuttavia superarlo. Prima della mossa di stanotte l’aliquota tariffaria cinese era scesa al 10%, escludendo il 25% imposto durante il primo mandato di Trump sui prodotti industriali.
Le reazioni: tariffe attese, ma le motivazioni sono ingiustificate
I commenti alla nuova imposizione non si sono fatti attendere. In generale i partner commerciali attendevano l’entità delle tariffe, ma in coro hanno contestato le motivazioni contenute nel provvedimento, poichè fanno riferimento al lavoro forzato. Alcuni, inoltre, hanno osservato che dovrebbero avere un impatto minimo sulle tariffe attuali.
Greer aveva precedentemente promesso, che per i paesi con accordi commerciali con Washington, che prevedono un tetto massimo alle tariffe statunitensi, i nuovi dazi sul lavoro forzato non avrebbero superato tali limiti, un punto che l’UE ha sottolineato nella sua risposta. “L‘Unione Europea prende atto positivamente del fatto che questo risultato è in linea con gli impegni tariffari statunitensi concordati nell’ambito della Dichiarazione congiunta Ue-Usa”, ha affermato un portavoce della Commissione europea, aggiungendo che ciò fornisce un “impulso positivo” per proseguire il lavoro volto a esplorare ulteriori esenzioni tariffarie e ad approfondire la cooperazione. L’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas, ha contestato le motivazioni addotte dagli Stati Uniti per imporre nuovi dazi sui prodotti europei, definendo “infondate” le accuse secondo cui l’Ue non disporrebbe di adeguati strumenti contro il lavoro forzato. “Questo non si può dire dell’Unione europea”, ha dichiarato Kallas a Reuters, ripresa da diversi media asiatici, a margine della riunione dei ministri degli Esteri dell’Asean a Manila. “Se si confrontano le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti, noi abbiamo ferie retribuite e condizioni di lavoro molto buone per i nostri dipendenti. Quindi questa motivazione non ha alcun fondamento”. Kallas ha aggiunto che Bruxelles chiederà chiarimenti a Washington, sottolineando che l’Unione europea ha rispettato gli impegni previsti dall’accordo commerciale transatlantico raggiunto lo scorso anno e che i nuovi dazi rappresentano “una sorpresa negativa”.”Avevamo un accordo con gli Stati Uniti e noi abbiamo rispettato la nostra parte dell’intesa”, ha affermato l’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera. E ha concluso: “Per questo è una sorpresa negativa vedere che quell’accordo non viene rispettato”.
Pur contestando le accuse alla base dell’indagine sul lavoro forzato, il governo svizzero ha anche affermato che gli Stati Uniti stanno rispettando gli impegni presi in passato sui tetti tariffari, nel loro caso fino al 12,5%. La Gran Bretagna ha affermato che la decisione non avrebbe avuto effetti negativi. “Questo annuncio non comporta alcun cambiamento negativo per le aziende del Regno Unito in relazione alle tariffe doganali. Il nostro accordo con gli Stati Uniti rimane in vigore e oggi constatiamo un miglioramento delle nostre condizioni commerciali, con l’azzeramento delle tariffe su whisky e tecnologie mediche”, ha dichiarato un portavoce del governo.
Il Giappone ha espresso “rammarico” per i nuovi dazi annunciati dagli Stati Uniti, che includono Tokyo tra i partner commerciali colpiti da tariffe del 12,5% su alcuni prodotti. “L’industria e il commercio giapponesi sono condotti secondo le regole internazionali. Il Giappone si rammarica che questa misura imponga dazi solo perché non esiste un divieto sulle importazioni di beni realizzati con lavoro forzato”, ha dichiarato il portavoce del governo Minoru Kihara aggiungendo che l’accordo commerciale raggiunto lo scorso anno tra Tokyo e Washington resta valido e che gli Stati Uniti hanno confermato di non voler imporre ulteriori tariffe al Giappone, oltre a quanto previsto dall’intesa. Il Giappone aveva accettato di investire 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti entro il 2029 in cambio della riduzione delle tariffe minacciate da Washington dal 25% al 15%, nell’ambito dell’accordo bilaterale concluso nel 2025.
Proteste più forti si sono alzate da alcuni altri partner commerciali. Australia e Brasile hanno definito le nuove tariffe ingiustificate e hanno affermato che si adopereranno per ottenerne la rimozione, mentre la Norvegia ha dichiarato che non vi è “alcun fondamento” per esse .Il primo ministro neozelandese Christopher Luxon ha definito “estremamente deludenti” i nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti nei confronti della Nuova Zelanda e di altri 59 Paesi per presunte preoccupazioni legate al lavoro forzato. “L’indagine statunitense non ha fornito prove significative a sostegno delle accuse relative al lavoro forzato”, ha scritto Luxon su X. “I dazi non sono la soluzione: aumentano i costi e l’incertezza per le imprese”, ha aggiunto. Le nuove tariffe, entrate in vigore oggi, variano tra il 10% e il 12,5% e riguardano anche grandi economie come Cina, India e Unione europea. Per la Nuova Zelanda è prevista un’aliquota del 12,5%.
Il Canada, colpito lunedì scorso dai nuovi dazi imposti da Trump su merci per un valore di 20 miliardi di dollari, ha reagito con relativa cautela. “Continueremo a collaborare in modo costruttivo con gli Stati Uniti su questa questione, così come su altre questioni in sospeso, nelle prossime settimane, a reciproco vantaggio dei nostri cittadini”, ha dichiarato Dominic LeBlanc, ministro canadese responsabile del commercio con gli Stati Uniti.
