La data del referendum sulla riforma della giustizia torna in discussione. L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha accolto il nuovo quesito promosso dal comitato dei quindici giuristi sostenuto da oltre 500mila firme, riformulando il testo già ammesso lo scorso novembre. Una decisione che non incide solo sul contenuto della consultazione, ma che rimette in discussione anche la data del voto, fissata al momento per il 22 e 23 marzo.
Con l’ordinanza depositata, la Cassazione ha dichiarato superato il precedente quesito e ne ha formalizzato uno nuovo, disponendo la comunicazione immediata al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Presidente del Consiglio e al Presidente della Corte costituzionale. Un passaggio che attiva una catena di valutazioni istituzionali e introduce un precedente senza eguali nella storia referendaria italiana.
Un quesito riscritto, mai accaduto prima a campagna avviata
Il nodo centrale della decisione riguarda la riscrittura del quesito referendario. La versione originaria si limitava a chiedere l’approvazione della legge costituzionale richiamandone esclusivamente il titolo. Il nuovo testo, invece, esplicita in modo diretto l’impatto della riforma sulla Carta, indicando gli articoli della Costituzione che uscirebbero modificati, qualora passasse il sì nelle urne.
Il quesito ora sottoposto agli elettori recita infatti: “Approvate il testo della legge di revisione degli articoli 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?”.
Secondo la Cassazione, la modifica non ha carattere meramente formale. L’indicazione puntuale delle disposizioni costituzionali coinvolte rende il quesito più conforme al dettato normativo e più trasparente per l’elettore. Da qui la presa d’atto che il quesito approvato in precedenza “si intende venuto meno” e che la richiesta avanzata dai cittadini conserva piena legittimità, pur essendo intervenuta successivamente a quella parlamentare.
La stessa ordinanza riconosce il carattere eccezionale della decisione: una riformulazione del quesito con la campagna referendaria già avviata non trova precedenti nella prassi referendaria italiana.
Le firme non erano inutili: il richiamo della Cassazione
Nel motivare la decisione, la Cassazione entra anche nel merito del contenzioso istituzionale aperto nelle scorse settimane. I giudici censurano la sentenza del Tar del Lazio che aveva escluso l’interesse del comitato promotore delle 500mila firme, parlando di un’indebita interferenza nella sfera di competenza riservata all’Ufficio centrale per il referendum.
Secondo la Suprema corte, la facoltà riconosciuta dalla Costituzione ai cittadini di promuovere un referendum non può essere compressa dal solo fatto che un’altra richiesta sia stata presentata in precedenza da soggetti diversi. Le firme, dunque, non erano un atto superfluo né un espediente procedurale, ma un’iniziativa pienamente legittima, ora recepita con effetti concreti sull’architettura della consultazione.
Data confermata: Mattarella firma il decreto, nessuno slittamento
Il nodo sulla data del voto è stato sciolto nel pomeriggio. Il Consiglio dei ministri ha recepito l’ordinanza della Cassazione e ha deliberato una precisazione formale del quesito, senza procedere a una nuova indizione del referendum. Su questa base, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto, confermando lo svolgimento della consultazione nei giorni 22 e 23 marzo 2026.
Dal Quirinale viene chiarito che la soluzione adottata è “giuridicamente ineccepibile”: l’oggetto del referendum resta identico e il quesito non viene modificato nella sostanza, ma soltanto integrato con l’indicazione puntuale degli articoli della Costituzione interessati dalla riforma. Una scelta che consente di mantenere fermo il decreto di indizione già adottato a gennaio, evitando la riapertura dei termini e la ripartenza della campagna referendaria.
La decisione è maturata dopo un confronto istituzionale tra il Capo dello Stato e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e chiude, almeno sul piano formale, l’ipotesi di slittamento del voto che si era aperta dopo la riformulazione del quesito da parte dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione.
Resta tuttavia il terreno dello scontro politico. Le opposizioni parlano di forzatura istituzionale e contestano la scelta di non concedere nuovi tempi di campagna, mentre una parte dei promotori non esclude iniziative davanti alla Consulta. Ma sul calendario, ora, la linea è tracciata: gli elettori saranno chiamati alle urne il 22 e 23 marzo.
Ultimo aggiornamento ore 16,50
