Roberto D’Alimonte, politologo fiorentino che insegna alla Luiss, studioso in particolare dei sistemi elettorali, sa bene che quando manca un partito capace di proporre una visione realistica per far uscire il Paese dallo stallo economico e sociale in cui si trova da molti anni, il sistema elettorale, da solo, non può cambiare le nostre sorti. Eppure si parla da qualche mese di modificare l’attuale sistema – il Rosatellum – che prevede una quota di collegi uninominali, in un sistema proporzionale con premio alla coalizione che risulta avere più voti.
Professor D’Alimonte, a che punto siamo con la discussione sul nuovo sistema elettorale? Facciamo una ricognizione prima ancora di prendere in considerazione le conseguenze della scissione di Vannacci dalla Lega e i risultati del referendum sulla Giustizia che potrebbero modificare le opinioni dei partiti su vari punti della legge elettorale.
“Bisogna considerare che il ritorno dell’attenzione sulla legge elettorale nasce nella maggioranza dalla considerazione che la saldatura del cosìddetto campo largo a sinistra metterebbe in forse molti collegi uninominali, soprattutto al Sud, che nelle elezioni precedenti erano stati vinti dal centrodestra perché Pd e 5 Stelle si erano presentati divisi. Se molti di questi collegi fossero in bilico ci sarebbe il rischio che nessuna delle due coalizioni avrebbe la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere, e di conseguenza non si potrebbe fare un governo. All’insegna quindi di garantire la stabilità governativa (che come vendiamo è necessaria per migliorare la nostra economia, ma da sola non sufficiente) è nata l’idea di abolire i collegi uninominali e passare ad un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione vincente. I partiti sono quindi indotti a fare accordi prima delle elezioni per poter avere il premio di maggioranza e a vincolarsi per il successivo governo. È bene ricordare che questo sistema non è una novità per il nostro Paese essendo grosso modo in vigore in molti enti locali dove nel complesso sembra assicurare una stabilità di governo”.
Da quello che per il momento è trapelato sembra che ci siano ancora molti punti aperti sia tra i partiti della maggioranza che tra questi e le forze di opposizione che quando si decidono assetti istituzionali dovrebbero essere pienamente coinvolte.
“In effetti le discussioni, prima ancora della scissione Vannacci e del referendum avevano lasciati aperti vari punti a cominciare da quello del livello della soglia minima da raggiungere per poter godere del premio. La Corte Costituzionale , chiamata in causa dopo che nel 2013 il Pd guidato da Bersani con il 29% dei voti prese il 54% dei seggi, con un regalo troppo grande. La Corte ha fatto capire che occorre una soglia minima del 40% per far scattare il premio e quindi i proponenti dovrebbero decidere a quale livello fissare questa soglia, e collegare a questa l’entità del premio che in genere si aggira sul 54-55% dei seggi parlamentari. Poi bisogna stabilire lo sbarramento per accedere al Parlamento per i singoli partiti. E qui pure si tratta di decidere se bisogna stare bassi oppure andare verso il 5% come in Germania”.
Nel caso in cui nessuna coalizione raggiungesse la soglia minima per far scattare il premio, cosa succederebbe?
“In questo caso, peraltro giudicato improbabile stando ai sondaggi, secondo la mia opinione bisognerebbe fare il ballottaggio tra le due prime coalizioni e a quel punto ci sarebbe un vincitore sicuro. Ma questa soluzione non piace a tutti, soprattutto ai partiti di destra, e quindi ci sarebbe un ritorno al proporzionale con il governo che nascerebbe dagli accordi tra i partiti da fare in Parlamento, una specie di sistema tedesco, che però, stando ai numeri attuali dei sondaggi renderebbe estremamente difficile fare un governo”.
Così però si favorirebbe il taglio delle ali estreme eliminando i partiti che in entrambe le coalizioni hanno posizioni in politica estera incompatibili con le tradizioni del Paese. Penso alla Lega e ai 5 Stelle che sono pro Putin e contro l’Europa e che rappresenterebbero una bella palla al piede per la coalizione che dovesse vincere. Insomma alla stabilità parlamentare corrisponderebbe una stabilità politica reale di un governo che dovrebbe affrontare molti dei nodi strutturali che tengono bloccate le potenziali di crescita del nostro Paese.
“Se stiamo ai sondaggi si vede che non c’è al momento la possibilità di varare governi con maggioranze solide senza le formazioni di destra e di sinistra presenti in entrambe le coalizioni. A meno che non si faccia come in Germania, dove democristiani e socialdemocratici sono insieme al governo. Noi però non siamo la Germania. Ma per completare l’elenco dei punti aperti nelle attuali discussioni sulla riforma elettorale bisognerebbe decidere se introdurre le preferenze, elemento certo importante per richiamare un po’ di astenuti alle urne. E infine, ma non ultimo in ordine di importanza, bisognerebbe decidere se mettere il nome del candidato premier sulla scheda della coalizione. Giorgia Meloni sarebbe favorevole ma gli altri ritengono che così il suo partito avrebbe un vantaggio troppo grande”.
Sembra che siamo ancora lontani dal trovare la quadra. E poi c’è la politica corrente che getta nuove incertezze. Da un lato decidere se il nuovo partito di Vannacci entrerebbe nella coalizione di destra oppure no, mentre dall’altro c’è l’incognita delle conseguenze politiche del referendum. Nel caso di vittoria del Sì, a suo parere, Meloni tenterebbe di accelerare il ricorso ad elezioni politiche?
“Escluderei che Meloni possa volere elezioni anticipate sia perché non credo che commetterebbe lo stesso errore di Salvini con il proclama del Papeete, sia perché il presidente Mattarella non le concederebbe. Per Vannacci si vedrà strada facendo se quel 3% che oggi gli attribuiscono i sondaggi terrà nel tempo o meno. I precedenti di partiti di ultra destra non sono confortanti : tutti sono naufragati nelle urne”.
Secondo lei, dopo una campagna elettorale che appare davvero sopra le righe da entrambi gli schieramenti, chi alla fine prevarrà al referendum anche considerando che la percentuale di coloro che andranno a votare non sarà altissima?
“I sondaggi sul referendum sono vari e non molto attendibili. Credo che alla fine vincerà il Sì perché la sfiducia degli elettori nei confronti della Giustizia è oggi molto forte e questo appare come un passo non certo risolutivo ma tale da ridurre il peso delle correnti politiche in seno alla magistratura”.
È chiaro che sia il nostro sistema politico sia quello economico appaiono impantanati e provocano grande insoddisfazione tra la popolazione che non solo non va a votare ma quando ci va manifesta una mobilità mai vista nella prima Repubblica. Prima c’è stato Berlusconi, poi Grillo, poi Salvini. Da ultimo Meloni. In teoria quindi sarebbe possibile la nascita di un forte raggruppamento centrale capace di emarginare gli estremisti di destra e di sinistra e varare un progetto veramente riformatore per far uscire il Paese dalle secche.
“In teoria si potrebbe uscire da coalizioni eterogenee divise su questioni fondamentali come la politica estera, ma ci vorrebbero figure nuove, carismatiche, capaci di intercettare la diffusa insoddisfazione e la grande volontà di cambiare dei nostri elettori, anche se pochi sanno in quale direzione si dovrebbe andare. Calenda è piazzato al centro liberale e riformista, ma non ha quella credibilità necessaria a cambiare il sistema politico. Potrà giocare un ruolo importante, ma sarà chiamato a scelte molto difficili che non può sbagliare per non ripetere la vicenda del sodalizio con Renzi. L’osservazione del passato ci dice che gli elettori si sono spostati in massa quando hanno intravisto facce nuove ed idee nuove. Ma su questo al momento non si possono fare previsioni”.