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Volkswagen chiuderà 4 fabbriche in Germania: 100 mila posti in bilico. Sul piano Blume “rischio maxi conflitto sociale”

Riunione decisiva a Wolfsburg sul piano di ristrutturazione Volkswagen: possibili chiusure in Germania, nuovi tagli e proteste dei sindacati. Cosa può succedere

Volkswagen chiuderà 4 fabbriche in Germania: 100 mila posti in bilico. Sul piano Blume “rischio maxi conflitto sociale”

Riunione del consiglio di sorveglianza di Volkswagen a Wolfsburg per esaminare il nuovo piano di ristrutturazione dell’amministratore delegato Oliver Blume. Sul tavolo ci sono la possibile chiusura di quattro stabilimenti tedeschi, nuovi tagli all’occupazione e una profonda revisione del modello industriale e organizzativo del maggiore costruttore automobilistico europeo. Il confronto si protrae in un clima di forte tensione. Nei principali siti tedeschi del gruppo, infattim sono in corso le proteste organizzate da Ig Metall, mentre a Wolfsburg centinaia di lavoratori hanno manifestato con bandiere sindacali, fischietti e uno striscione con la scritta “forti insieme”. Su piano Blume l’ira dei sindacati: “C’è il rischio di un maxi conflitto sociale”,

Le indicazioni più importanti potrebbero arrivare soltanto nelle prossime ore. Resta però incerto un punto: se, cioè, il consiglio affronterà già oggi una votazione formale sui punti più controversi. La riunione potrebbe limitarsi ad aprire un negoziato destinato a proseguire per mesi tra management, sindacati, azionisti e rappresentanti politici.

Quattro stabilimenti tedeschi rischiano la chiusura

Il piano attribuito a Blume prevede una forte riduzione della capacità produttiva in Germania. Secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, la produzione negli stabilimenti di Zwickau ed Emden potrebbe terminare dal 2031. L’anno successivo toccherebbe al sito dei veicoli commerciali di Hannover, mentre nel 2034 potrebbe essere fermato lo stabilimento Audi di Neckarsulm. Nei quattro impianti lavorano complessivamente circa 40 mila persone. Il progetto comprenderebbe inoltre altri 50 mila tagli entro il 2030, che si aggiungerebbero alle riduzioni già pianificate e porterebbero il totale potenziale a circa 100 mila posti di lavoro nel mondo.

Per Volkswagen si tratterebbe della più ampia ristrutturazione della sua storia recente. Alla fine del 2024 il gruppo aveva già raggiunto con i sindacati un accordo per ridurre di 35 mila unità l’occupazione in Germania entro il 2030, attraverso uscite concordate e senza chiusure dirette degli stabilimenti. Il nuovo scenario rimetterebbe in discussione quell’equilibrio, aprendo una vertenza molto più dura.

La società ha confermato la necessità di intervenire sulla capacità in eccesso. Un portavoce ha spiegato che Volkswagen sta riducendo la complessità, concentrando gli investimenti sulle tecnologie considerate strategiche e semplificando le strutture societarie. “E sì, dovremo anche ridurre la capacità in eccesso”, ha dichiarato.

Cina, dazi e sovracapacità spingono Volkswagen a cambiare

Alla base del piano c’è il peggioramento delle condizioni industriali e commerciali. Volkswagen deve affrontare la crescente pressione dei concorrenti cinesi, il rallentamento del mercato in Cina, i dazi statunitensi sulle importazioni e gli elevati costi del lavoro e dell’energia in Europa. Il modello che ha sostenuto per decenni l’espansione del gruppo appare sempre più difficile da mantenere. Negli anni di maggiore crescita Volkswagen produceva quasi 11 milioni di veicoli all’anno e impiegava circa 670 mila persone. Oggi i volumi restano inferiori, mentre la rete produttiva tedesca continua a essere dimensionata per livelli di domanda che non sono più stati recuperati dopo la pandemia.

Secondo i dati di Mobility Global, nel 2026 gli stabilimenti automobilistici tedeschi del gruppo lavoreranno mediamente all’81% della capacità standard. Entro la fine del decennio il dato potrebbe scendere al 73%, anche dopo la prevista uscita dello stabilimento di Osnabrück dalla rete produttiva. Il caso più delicato è quello di Zwickau. Quest’anno il sito dovrebbe operare all’88% della capacità, la percentuale più elevata tra i quattro impianti a rischio, ma entro il 2030 il tasso di utilizzo potrebbe crollare al 42%, anche per effetto del trasferimento della produzione della Id.3 a Wolfsburg.

Blume punta a portare il margine operativo del gruppo al 9% entro il 2030, più che triplicando il livello attuale. Il progetto comprenderebbe anche una riduzione degli investimenti da 180 a 135 miliardi di euro nel periodo 2027-2031. Parte della produzione potrebbe inoltre essere trasferita dagli impianti tedeschi verso siti dell’Europa orientale, come Bratislava e Győr, dove i costi sono inferiori.

Sindacati e Bassa Sassonia alzano il muro

L’attuazione del piano si scontra con la particolare struttura di governo di Volkswagen. Nel consiglio di sorveglianza siedono i rappresentanti delle famiglie Porsche e Piëch, dei lavoratori, del Land della Bassa Sassonia e degli altri azionisti del gruppo. Un sistema di equilibri che rende difficile approvare le decisioni più controverse senza un compromesso.

La componente dei lavoratori dispone attualmente di dieci seggi, mentre il fronte degli azionisti ne occupa nove dopo il ritiro di Susanne Wiegand. Blume deve quindi convincere almeno una parte dei rappresentanti sindacali per ottenere il via libera al proprio progetto. Ig Metall ha mobilitato i dipendenti in circa venti stabilimenti del gruppo, coinvolgendo anche i siti di Audi, Porsche e Man. La presidente del sindacato, Christiane Benner, ha rivolto un messaggio ai vertici: “Non sotto i nostri occhi”. Secondo Benner, i lavoratori hanno già sostenuto sacrifici significativi e non possono pagare per gli errori degli ultimi anni. “Nei momenti difficili restiamo uniti e chiediamo al gruppo e alla politica idee e progetti per garantire il pieno utilizzo dei nostri stabilimenti e proteggerci dalla concorrenza sleale”, ha affermato.

Anche il governo della Bassa Sassonia, che detiene il 20% dei diritti di voto di Volkswagen, si è schierato contro le chiusure. Le indiscrezioni secondo cui il Land sarebbe pronto ad accettare la dismissione di alcuni siti sono state definite da una fonte governativa “totale assurdità”. La cosiddetta legge Volkswagen richiede inoltre una maggioranza dei due terzi per alcune decisioni relative agli stabilimenti. Questo rende molto difficile procedere contro l’opposizione congiunta dei sindacati e della Bassa Sassonia. Zwickau e Neckarsulm non rientrano direttamente in questa tutela, ma la loro eventuale chiusura provocherebbe comunque una forte reazione politica e sociale.

Il consiglio apre una trattativa destinata a durare

La riunione in corso a Wolfsburg potrebbe rappresentare soprattutto l’avvio di un lungo confronto. Appare improbabile che l’intero piano venga approvato in una sola giornata, mentre non è escluso che i temi più esplosivi vengano rinviati o non siano sottoposti subito a votazione. La ristrutturazione non riguarda soltanto gli stabilimenti e l’occupazione. Blume starebbe valutando anche una revisione della struttura societaria, con una maggiore autonomia per alcune divisioni e una possibile separazione tra il marchio principale, il comparto componenti e altre attività del gruppo (come i gioielli del gruppo Ducati e Lamborghini). Una trasformazione che potrebbe incidere anche sul peso della Bassa Sassonia nelle future decisioni industriali.

Per i siti destinati a perdere la produzione automobilistica vengono intanto studiate soluzioni alternative. Tra le ipotesi figura la cessione ad aziende del settore della difesa, una strada già presa in considerazione per Osnabrück, dove Volkswagen cerca da tempo un partner industriale. Al momento, però, non risultano accordi definitivi.

Il consiglio di sorveglianza deve quindi trovare un equilibrio tra la necessità di ridurre i costi e la volontà di difendere il peso industriale della Germania. Le eventuali indicazioni ufficiali sono attese al termine della riunione, ma la partita sul futuro di Volkswagen è destinata a proseguire ben oltre la giornata di oggi.

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