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Europa, solo se più unita può resistere al bullismo delle grandi potenze. Lorenzo Bini Smaghi lo dimostra nel libro-manifesto “Da soli”

Il convincente libro di Bini Smaghi spiega in modo chiaro perché l’Unione Europea, pur avendo tutte le carte per essere una grande potenza globale, finisce spesso per giocare in difesa, stretta tra le pressioni di Usa, Cina e Russia, il ritorno dei nazionalismi interni e un sistema economico e finanziario ancora troppo frammentato per giocare alla pari

Europa, solo se più unita può resistere al bullismo delle grandi potenze. Lorenzo Bini Smaghi lo dimostra nel libro-manifesto “Da soli”

“Sulla carta non c’è motivo per cui l’Unione europea non possa essere una grande potenza in grado di difendersi da sola dal bullismo delle altre.” Usa, Cina e Russia lo hanno capito perfettamente, tanto che tutte, in modi diversi, portano avanti azioni mirate ad indebolire le istituzioni comunitarie e a favorire i nazionalismi dei singoli paesi. Lorenzo Bini Smaghi, economista, ex membro del Comitato esecutivo della Bce, è attualmente presidente della grande banca francese Société Générale, in un agile volume illustra con chiarezza la sfida che noi europei abbiamo di fronte e “come” affrontarla per superare la prova. Il libro, edito da Rizzoli, si intitola “Da soli – gli europei alla prova di Trump nelle sfide dell’economia globale”, e dimostra con un linguaggio comprensibile anche ai non economisti e ai non esperti di geopolitica, che la tentazione di vari paesi di contare solo su se stessi non risolve il problema ed anzi crea pericolose illusioni che provocheranno costi economici e sociali ancora più elevati in seguito per uscire dall’impasse. L’esempio della Brexit è lì a dimostrare che i singoli paesi non riescono a far fronte ai radicali cambiamenti della logica politica imposta dai paesi maggiori.

Bruxelles e Stati nazionali: il freno politico all’integrazione Ue

Gli ostacoli sono principalmente di natura politica: nessun governo si vuole privare di una parte dei propri poteri a favore di Bruxelles. È la logica del tacchino che non vota a favore del Natale. E in questo i politici sono spesso appoggiati da una parte rilevante della classe dirigente e da una massa notevole della popolazione che, percependo il pericolo di venir aggrediti dai paesi maggiori, richiede protezione all’autorità più vicina, più antica, quella che crede di conoscere meglio, e cioè lo Stato nazionale. E questo provoca dal punto di vista politico il risorgere del nazionalismo che è anche un rifugiarsi nella propria identità per difendersi dal bullismo imperiale delle maggiori potenze, mentre sul piano economico si punta alla ricerca di una autonomia strategica che nega la convenienza all’interscambio multilaterale di beni e servizi e rischia, nei casi peggiori, di sfociare in una pericolosa autarchia.

Usa e Cina: la nuova geopolitica ridisegna il ruolo dell’Europa

Bini Smaghi dedica i primi capitoli del libro a spiegare le ragioni di fondo che hanno portato agli eccessi sia verbali che fattuali di Trump per sovvertire l’ordine economico preesistente fondato dagli stessi Stati Uniti nell’immediato dopoguerra. E soprattutto viene contrastata l’illusione, nutrita da molti leader europei, che, passato Trump, si possa tornare alla situazione precedente. La nostalgia del passato non è una soluzione perché le ragioni di fondo del cambio della politica Usa preesistevano all’attuale presidente e sono destinate a permanere dopo di lui. Ed esse consistono soprattutto nel fatto che tutti gli americani pensano che la loro sfida prioritaria sia con la Cina che punta a superare gli stessi Stati Uniti come reddito e come influenza nel mondo. In questo quadro l’Europa non è più fondamentale come quando l’antagonista principale era l’Unione Sovietica, ed anzi è un peso che va ridimensionato colpendo le autorità di Bruxelles e trattando quindi con i singoli paesi molto più piccoli e quindi malleabili.

Non che le decisioni di Trump siano convincenti sia dal punto di vista politico sia sotto il profilo economico. Il palese appoggio a Putin contro la volontà europea non sembra aver portato grandi vantaggi agli Usa, mentre sui dazi, il debito americano, la posizione del dollaro e l’inflazione interna non si può dire che in questo primo anno la presidenza americana abbia riportato grandi successi. Anzi le oscillazioni del pensiero presidenziale su questioni fondamentali come il grande debito federale americano, l’autonomia della Fed, l’interventismo politico sulle aziende che viola i principi liberali, hanno generato un forte aumento dell’incertezza che certo non favorisce il business e gli investimenti aziendali.

Europa finanziaria: il paradosso del risparmio “in fuga”

Il cuore del libro di Bini Smaghi sta nell’analisi della situazione finanziaria e bancaria tra le due sponde dell’Atlantico. Il giudizio è netto: “l’atteggiamento protezionistico dei governi europei nel campo finanziario, motivato con l’obiettivo di difendere il risparmio nazionale, ha prodotto il risultato di consegnare tale risparmio agli americani: asset manager, banche d’investimento, banche depositarie, private equity, private debt, venture capital, tutto è Made in Usa. Le banche nostrane si limitano a fornire la rete di distribuzione.”

I governi hanno ostacolato la crescita dimensionale delle banche bloccando fusioni transfrontaliere, e spesso anche all’interno del singolo paese come avvenuto in Italia dove il ministro Giorgetti ha bloccato l’Opa di UniCredit su Pop Milano. Se a questo si aggiunge il fatto che in Ue c’è una iperregolamentazione del settore bancario derivante essenzialmente dall’ossessione delle autorità vigilanti per la “stabilità”, allora si crea un sistema bancario fatto da aziende relativamente piccole e molto capitalizzate che devono sopportare oneri rilevanti e che rendono meno conveniente l’investimento nel settore bancario da parte dei risparmiatori e quindi spingono le aziende di credito a rimborsare quote del proprio capitale. Il risultato finale è che le banche stanno riducendo il credito all’economia, cosa particolarmente grave per un sistema bancocentrico dove cioè il credito all’economia è concesso in misura rilevante proprio dalle banche. Infatti tra il 2019 e il 2025 il credito bancario al settore privato si è ridotto del 5% in termini reali nell’area dell’euro mentre negli Usa è aumentato del 10%.

Europa frammentata: tra nazionalismi, antitrust e occasioni mancate

Un nazionalismo illusorio e alla fine dannoso ha impedito finora all’Europa di dotarsi di poteri sufficienti per costruire un vero mercato finanziario integrato capace di fare da contraltare al mercato Usa, un sistema bancario composto da aziende di dimensioni adeguate a poter competere con i giganti mondiali d’oltreoceano. Mancano anche aziende europee abbastanza grandi per poter stare su tutti i mercati. Ciò è dovuto anche ad una valutazione errata dell’antitrust europeo ed alle gelosie dei vari governi che scoraggiano la formazione di aziende veramente europee. Eppure quando questo si è fatto i risultati sono stati molto positivi. Si pensi al mercato dell’aeronautica civile e (forse ora anche militare) dove l’industria europea ha conquistato un ruolo mondiale. Ci vuole quindi una vera e propria strategia comune di crescita delle imprese bancarie e industriali, mentre la sola deregolamentazione non basta in quanto si rischierebbe di favorire le aziende già ora più forti che sono quelle americane.

Europa: grande potenza economica, piccola potenza geopolitica

L’Europa che oggi è basata principalmente sul sistema confederale, cioè sul potere dei singoli Stati, è sostanzialmente irrilevante nelle grandi partite geopolitiche che si stanno giocando nel mondo. Spesso le classi politiche dei singoli paesi cercano (a volte con successo) di scaricare i loro insuccessi economici, ma anche politici, sulle autorità europee che mettono vincoli e non aiutano i cittadini. Il dibattito di questi giorni in Italia sulla necessità di uno sfondamento del bilancio dello Stato è un buon esempio della tendenza dei politici più demagogici di dire “è colpa dell’Europa” se qualcosa non si può fare. Eppure è chiaro che senza un rafforzamento delle strutture federali l’Europa è destinata ad essere tagliata fuori dai tavoli in cui si decidono i destini di tutti. Ed è proprio vero che se non siedi al tavolo, allora vuol dire che sei nel menu.

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