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Intelligenza artificiale, perché la corsa fa paura. Anche Bill Gates avverte: “Servono regole prima che sia troppo tardi”

L’IA accelera tra allarmi sulla sicurezza e corsa globale allo sviluppo. Bill Gates chiede di prepararsi a governarne gli effetti prima che la tecnologia corra più veloce delle regole • BIG TECH Allarme IA, cosa sta succedendo di Redazione FIRSTonline

Intelligenza artificiale, perché la corsa fa paura. Anche Bill Gates avverte: “Servono regole prima che sia troppo tardi”

L’intelligenza artificiale corre veloce. Forse troppo. A dirlo, nelle ultime settimane, non sono soltanto i suoi critici, ma anche alcune delle persone che stanno costruendo i modelli più avanzati. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto alle Big Tech di rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli di frontiera. A sorpresa, sulla necessità di una maggiore prudenza si sono allineati anche Sam Altman, ceo di OpenAI, ed Elon Musk.

Rallentare, però, non è semplice. Sullo sfondo c’è la competizione tra Stati Uniti e Cina. In una telefonata con Jensen Huang, ceo di Nvidia, Donald Trump ha definito una “bufala” i timori sull’IA e criticato la richiesta di Amodei. La sua posizione è netta: chi vincerà la corsa all’intelligenza artificiale “vincerà tutto”. Una linea lontana da quella delle Nazioni Unite, che chiedono regole e coordinamento internazionale. Anche Pechino considera l’IA un rischio per la sicurezza, ma al tempo stesso un terreno decisivo della competizione tecnologica globale.

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L’IA corre, ma aumentano anche gli allarmi: ecco perché

Perché tanta preoccupazione? Non solo perché i sistemi diventano più potenti, ma anche più autonomi. La prospettiva è quella di un’IA capace di contribuire allo sviluppo di versioni sempre più avanzate di sé, il cosiddetto recursive self-improvement, accelerando il progresso oltre la capacità umana di seguirlo e controllarlo. C’è poi il rischio del “disallineamento“: un sistema potrebbe perseguire un obiettivo in modo efficace, ma attraverso strategie non previste dagli sviluppatori o incompatibili con gli interessi umani. Alcuni esperimenti hanno già mostrato modelli capaci di tentare di aggirare istruzioni o vincoli.

È anche per questo che cresce l’allarme tra i ricercatori. Jacob Coxon, di Anthropic, ha lasciato l’azienda avvertendo che l’IA potrebbe arrivare a rappresentare una minaccia esistenziale entro dieci anni. Prima di lui, nel 2024, Jan Leike aveva lasciato OpenAI denunciando la crescente priorità accordata ai prodotti rispetto alla sicurezza, mentre Ilya Sutskever aveva abbandonato la società dopo aver lavorato sui problemi legati all’allineamento e alla superintelligenza.

Il problema è che la corsa all’IA non riguarda soltanto la sicurezza, ma anche il vantaggio tecnologico ed economico. Gli Stati Uniti temono di perdere terreno rispetto alla Cina e, secondo un rapporto di Nsa, Cisa e Fbi citato nel dibattito americano, laboratori cinesi avrebbero utilizzato su larga scala la “distillazione”, interrogando milioni di volte i modelli occidentali per sfruttarne le risposte nell’addestramento di sistemi propri e ridurre così i costi di sviluppo.

A spingere sull’acceleratore sono anche gli enormi investimenti necessari per modelli e data center: fermarsi avrebbe un costo per le aziende e potrebbe lasciare spazio ai concorrenti. Anche una moratoria avrebbe un effetto ambivalente: potrebbe aumentare la sicurezza, ma rendere più difficile l’ingresso di startup e progetti open source, rafforzando i grandi gruppi già dominanti.

Bill Gates: “Questa volta la trasformazione è diversa”

È dentro questo scenario che acquistano particolare peso le parole di Bill Gates. Nel suo ultimo intervento su Gates Notes, il fondatore di Microsoft sostiene che siamo entrati in una fase diversa dalle precedenti trasformazioni tecnologiche: l’IA si diffonde molto più rapidamente e può intervenire su un numero enorme di attività e professioni.

La sua posizione non è fermare l’innovazione, ma prepararsi alle sue conseguenze. “L’IA potrebbe diventare il più grande strumento di uguaglianza mai inventato oppure la peggiore fonte di ingiustizia”, scrive Gates. La tecnologia può produrre enormi benefici, ma senza regole e strumenti adeguati rischia anche di ampliare le disuguaglianze.

Il primo terreno di confronto è il lavoro. A essere esposti non sono solo i mestieri ripetitivi: l’IA può incidere anche sulle professioni qualificate, soprattutto sulle posizioni iniziali e intermedie, rendendo più difficile per i giovani entrare nel mercato e costruire esperienza. E il problema non è soltanto economico: il lavoro offre reddito, ma anche identità, relazioni e senso di partecipazione alla società. Per questo Gates insiste sulla necessità di intervenire prima che la trasformazione sia compiuta: “Non abbiamo il lusso di muoverci lentamente”.

Dai deepfake alla sanità: il doppio volto dell’IA

Per Gates, guardare all’intelligenza artificiale solo attraverso i rischi sarebbe un errore. La stessa tecnologia che può mettere sotto pressione milioni di posti di lavoro può accelerare la ricerca scientifica, contribuire allo sviluppo di farmaci e vaccini, migliorare la sanità e rendere più efficienti agricoltura e servizi pubblici nei Paesi a basso reddito.

L’IA può inoltre sostenere istruzione, salute mentale, piccole imprese e persone con disabilità, oltre a liberare tempo dalle attività ripetitive. Ma questi benefici non arriveranno automaticamente: serviranno investimenti, politiche pubbliche e interventi filantropici per evitare che restino concentrati nelle mani di pochi.

È in questa direzione che si inserisce l’impegno della Gates Foundation, che ha annunciato un investimento di 1 miliardo di dollari in due anni per portare l’IA nei Paesi più poveri: il 40% dei fondi andrà alla sanità, il 40% all’istruzione, il 10% all’agricoltura e il restante 10% alle infrastrutture locali per i dati. L’obiettivo è anche rendere i modelli più efficaci nelle lingue meno rappresentate di Africa e Asia, sostenendo strumenti diagnostici, ricerca di farmaci e vaccini e applicazioni agricole.

Il punto, quindi, non è solo quanto velocemente i modelli diventeranno più potenti, ma quanto velocemente la società riuscirà a sviluppare gli strumenti per governarli e verificarne i risultati.

La vera sfida è governare la corsa dell’intelligenza artificiale

Per Gates, la risposta passa da sicurezza, protezione sociale e regole. Da qui la proposta di iniziare a decidere che cosa lasciare agli esseri umani anche quando le macchine sarebbero in grado di farlo. È il principio che Gates definisce “Human Reserved”. L’idea si accompagna alla necessità di ripensare anche la fiscalità, con possibili tasse sui robot e sull’utilizzo dell’IA per finanziare la riqualificazione dei lavoratori e sostenere le comunità più esposte alla trasformazione.

Sul piano internazionale, Gates immagina forme di cooperazione tra governi e istituzioni per affrontare rischi che nessun Paese può gestire da solo: dalla sicurezza dei modelli alle conseguenze energetiche dei data center, fino all’uso dell’IA per attacchi informatici, sorveglianza, disinformazione o applicazioni militari. Gates avverte che nessun governo è oggi sufficientemente preparato a gestire una trasformazione di questa portata.

La contraddizione resta: tutti riconoscono la necessità di governare l’IA, ma nessuno vuole essere il primo a rallentare mentre gli altri continuano a correre. Per questo l’avvertimento di Gates non è tanto un invito a frenare quanto a prepararsi. La domanda, ormai, non è se l’IA cambierà il mondo, ma se istituzioni, imprese e società saranno abbastanza veloci da costruire le regole necessarie. “Avete la possibilità di agire ora”, scrive Gates. Perché rallentare la tecnologia potrebbe non essere la soluzione, ma arrivare tardi a governarla sarebbe certamente un errore.

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