Keir Starmer non è più il primo ministro del Regno Unito. Il leader laburista si è dimesso dopo quasi due anni a Downing Street. È il sesto premier in dieci anni, ovvero dal referendum sulla Brexit, a lasciare l’incarico in anticipo.
Il capo del governo uscente ha detto che resterà in carica finché il partito non avrà individuato un successore, con il processo di selezione che inizierà il 9 luglio e dovrebbe concludersi in estate. Al suo posto è già pronto a subentrare Andy Burnham, sindaco di Manchester e figura in forte ascesa nel Labour che nelle prossime ore presterà giuramento da deputato dopo aver vinto a valanga l’elezione suppletiva del 18 giugno a Makerfield. Il suo ritorno in Parlamento era un requisito necessario affinché potesse sostituire Starmer a Downing Street. Messo al sicuro il seggio, il Labour si prepara al cambio della guardia.
L’addio arriva dopo mesi di crisi. Il premier paga la debacle alle elezioni locali di maggio, il crollo dei consensi, le dimissioni di alcuni ministri e un malcontento sempre più evidente per promesse considerate non mantenute. Ma a segnare irrimediabilmente la sua reputazione è stato lo scandalo legato alla nomina dell’ambasciatore britannico a Washington, Peter Mandelson, coinvolto negli Epstein Files. Nel corso del weekend diversi membri del governo e la metà dei parlamentari laburisti avevano chiesto a Starmer di fare un passo indietro per consentire una transizione ordinata al Governo. A quel punto, il primo ministro ha messo da parte ogni resistenza e ha deciso di lasciare.
Le parole di Starmer
Dopo due giorni “di riflessione” con la moglie Victoria nella residenza ufficiale di campagna di Chequers, Starmer si è presentato fuori dal n.10 di Downing Street e, davanti ai giornalisti, all’intero esecutivo e staff riunito, ha annunciato le dimissioni.
“La domanda che ci si pone ora non è chi fosse la persona più adatta a cambiare il Partito Laburista, a portarci al potere e a iniziare l’opera fondamentale per migliorare la vita di milioni di persone. A queste domande è già stata data risposta. La domanda che il mio partito si pone ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e la accetto con serenità. Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo”; ha detto Starmer con la voce rotta dalla commozione. “È stato l’onore della mia vita entrare a Downing Street”, ha aggiunto, rivendicato i risultati raggiunti nel corso dei suoi due anni a Downing Street.“Abbiamo ereditato un Paese in grave difficoltà e abbiamo cercato di cambiare il cambiamento: stop all’austerità, un’economia che funziona, liste di attesa in ospedale ridotte, più diritti per lavoratori, abbiamo recuperato la reputazione del nostro Paese. Ma non è stato possibile andare avanti. Il partito non crede più in me e mi dimetto. Ho informato il re”, ha dichiarato ancora Starmer mentre in sottofondo gli attivisti anti Brexit facevano risuonare l’Inno alla Gioia, proprio alla vigilia del decimo anniversario del referendum.
“Lascio il lavoro più importante del mondo, ma ora mi spetta il lavoro più bello: essere marito della donna che amo e un padre amorevole con i miei figli. Grazie a tutti”, ha concluso.
Il Regno Unito piomba nella crisi politica: i prossimi passi
“Chiederò al comitato esecutivo nazionale del Partito Laburista di definire un calendario, con l’apertura delle candidature il 9 luglio e la conclusione entro la pausa estiva. In caso di competizione, ciò garantirà la presenza di un nuovo leader prima della ripresa dei lavori parlamentari a settembre. Rimarrò in carica come Primo Ministro fino alla conclusione della competizione e farò tutto il possibile per garantire un passaggio di poteri ordinato”. Questa la tabella di marcia annunciata da Starmer. La pausa estiva della Camera dei Comuni inizierà il 16 luglio e quindi, se il 9 luglio Burnham sarà l’unico candidato alla successione, allora la sua strada verso Downing Street sarà spianata.
Il Regno Unito piomba dunque nell’ennesima crisi politica dell’ultimo decennio, ovvero da quando il referendum sulla Brexit ha privato il sistema inglese di una stabilità che per anni era stato il suo marchio di fabbrica e il suo vanto. Nemmeno Starmer, che due anni fa si era insediato con una maggioranza bulgara pari ai due terzi dei seggi a Westminster, è riuscito a restare in piedi, travolto dall’impopolarità e dal crollo di consensi.
Chi è Andy Burnham: “Mi candido alla successione”
A succedere a Starmer sarà con ogni probabilità Andy Burnham, che dopo aver stravinto le elezioni suppletive della settimana scorsa contro il candidato di Reform Uk, si è già ufficialmente candidato alla successione: “Keir ha reso un servizio immenso al nostro Paese e desidero ringraziarlo per la sua leadership e la sua dedizione durante un periodo così difficile. La sua decisione segna l’inizio di una transizione ed è importante che questo processo si svolga in modo ordinato e responsabile. Mi candiderò come parte di questo processo – ha scritto Burnham sui social – Il Paese si aspetta stabilità, serietà e una continua attenzione alle questioni più importanti, ed è ciò che otterrà”.
Burnham ha 56 anni ed è uno dei volti più riconoscibili della sinistra laburista britannica. Esponente della cosiddetta soft left, prima di costruire la sua popolarità lontano da Londra, è stato per anni dentro la macchina di Westminster: deputato del collegio di Leigh dal 2001 al 2017, ha ricoperto incarichi di primo piano nei governi laburisti, diventando Capo Segretario al Tesoro tra il 2007 e il 2008, poi Segretario di Stato per la Cultura, i Media e lo Sport tra il 2008 e il 2009 e infine Segretario di Stato alla Salute dal 2009 al 2010, durante la premiership di Gordon Brown.
Dal 2017 ha guidato la Greater Manchester, trasformando il ruolo di sindaco metropolitano nella piattaforma del suo rilancio nazionale. Da lì si è guadagnato il soprannome di “King of the North”, il Re del Nord, grazie alla capacità di parlare alle aree post-industriali inglesi e di contrapporre al peso politico ed economico di Londra una richiesta di maggiore potere per i territori. Durante gli anni da sindaco ha puntato su rigenerazione urbana, innovazione e maggiore intervento pubblico nei servizi, a partire dai trasporti. La sua immagine si è consolidata anche durante la pandemia, quando si scontrò con il governo conservatore di Boris Johnson sui fondi destinati al territorio.
Burnham non è un outsider. È un politico di lungo corso, cresciuto nel Labour, già candidato in passato alla leadership del partito. Ma negli ultimi anni ha cercato di presentarsi come qualcosa di diverso dalla classe dirigente londinese: un amministratore capace di parlare al Nord, agli elettori operai, ai delusi della politica tradizionale e a quella parte del Labour che teme una disfatta alle prossime elezioni.
(Ultimo aggiornamento: ore 13.20 di lunedì 22 giugno).
