Passata la momentanea euforia delle celebrazioni per il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’indipendenza, sembra giunto il momento di tornare a riflettere sul significato degli avvenimenti che caratterizzarono l’America coloniale britannica nell’ultimo quarto del Settecento e portarono alla nascita degli Stati Uniti.
Ha provato a farlo, per esempio, Jennifer Schuessler lo scorso 6 luglio con un articolo sul “New York Times”, How Revolutionary Was the American Revolution?, soffermandosi sugli sforzi di storici conservatori e progressisti rispettivamente per ridimensionare oppure per accentuare la dimensione rivoluzionaria delle vicende di due secoli e mezzo fa, anche alla luce della lettura trionfalistica e per niente problematica diffusa dalla presidenza di Donald Trump.
La questione di fondo, però, va oltre l’interrogativo del titolo di Schuessler e investe il concetto stesso di rivoluzione.
Una “rivoluzione” per convenzione
Schuessler afferma, con un’argomentazione a dir poco lapalissiana, che “il carattere rivoluzionario della rivoluzione americana è insito nel nome stesso”. Definire “rivoluzione” quanto successe alla fine del Settecento sulla costa atlantica dell’America settentrionale, però, è il frutto di una convenzione e della volontà di conformarsi a un uso linguistico consolidato, a prescindere dal manifestarsi di reali mutamenti sociali radicali che, in effetti, non si verificarono.
Questa prassi si affermò quasi subito, fino dalla pubblicazione di una delle iniziali ricostruzioni di tali eventi, la History of the American Revolution, scritta nel 1789, quasi in presa diretta, da David Ramsay, che fu uno dei protagonisti di secondo piano dell’indipendenza. Il volume era stato preceduto quattro anni prima da un’altra sua opera di egual tenore, la History of the Revolution of South Carolina, uscita nel 1785.
Festeggiare il 2 o il 4 luglio?
Ramsay, fu tra i primi a narrare gli avvenimenti del 1776 nei termini di una “rivoluzione” e presentò quest’ultima come l’esito di un’istanza di libertà non solo degli inglesi che vivevano nell’America del Nord, ma anche dell’intera umanità. L’interpretazione di Ramsay si muoveva sulla falsariga di quanto aveva sostenuto Thomas Paine nella più fortunata sintesi delle istanze indipendentiste, Common Sense, un pamphlet dato alle stampe in forma anonima nel gennaio del 1776, mentre lo scontro militare contro le autorità di Londra era ancora agli albori, e divenuto immediatamente un vero e proprio best seller dell’epoca.
Secondo Paine, la ribellione delle tredici colonie contro il sovrano inglese Giorgio III non solo si configurava come un diritto, ma costituiva addirittura un dovere a cui era necessario assolvere nel nome dell’intero genere umano, in quanto l’insurrezione avrebbe dovuto stimolare il sorgere di movimenti per la liberazione di altre nazioni dai regimi monarchici nel resto del mondo e, soprattutto, in Europa.
Non è un caso che il giorno dell’indipendenza venga festeggiato il 4 luglio, anziché due giorni prima. Eppure fu il 2 luglio 1776 che le tredici colonie proclamarono in maniera formale la loro fuoruscita dall’Impero inglese. Quel giorno, infatti, il Congresso continentale, l’assise dei rappresentanti delle colonie ribelli, approvò una laconica risoluzione introdotta dal delegato della Virginia Richard Henry Lee: “Si stabilisce che queste colonie unite sono, e dovrebbero di diritto essere, Stati liberi e indipendenti, che sono svincolate da qualsiasi obbligo di fedeltà alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra loro e lo Stato della Gran Bretagna è e dovrà essere completamente sciolto”.
Convinto che il 2 luglio avesse segnato una svolta significativa, quella stessa sera, John Adams, uno dei delegati nel Massachusetts, scrisse alla moglie che la ricorrenza di quella giornata “sarà celebrata dalle generazioni a venire come un grande anniversario.
Dovrà essere commemorata come il giorno della liberazione […] resa solenne con cerimonie e parate, con spettacoli, giochi, sport, salve di cannone, scampanii, falò e illuminazioni”. Ma Adams si sbagliava. Tutto quello che ipotizzò sarebbe avvenuto il 4 luglio, anziché il 2. Il documento di Lee si limitò a prendere atto di una situazione di fatto. Invece, la successiva Dichiarazione d’indipendenza espresse le motivazioni legali e morali che i coloni addussero per giustificare il loro distacco dall’Impero. In particolare, enunciò i principi – eguaglianza nonché diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità – in nome dei quali le tredici colonie rivendicavano la legittimità della loro costituzione in nazione sovrana.
Tali valori non si limitarono a nobilitare la nascita degli Stati Uniti, ma definirono i fondamenti di un modello di società che avrebbero dovuto ispirare altri popoli a seguire l’esempio delle colonie ribelli. Per questa ragione, la data del 4 luglio è stata preferita al 2 luglio come giorno da celebrare.
Oltre lo scontro militare
Il 4 luglio ha anche finito per prevalere sulla ricorrenza del 19 aprile 1775, quando a Concord e a Lexington, nel Massachusetts, iniziarono i combattimenti tra le truppe regolari inglesi e i ribelli nordamericani. A festeggiare il Patriots’ Day – l’apertura delle ostilità contro l’Inghilterra, cioè l’inizio del conflitto armato – oggi sono solo appena otto dei cinquanta Stati dell’Unione.
Soffermarsi sullo scontro militare – cioè sulla “guerra d’indipendenza”, come la definì già all’inizio dell’Ottocento lo storico italiano Carlo Botta (Storia della guerra d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, 1809) – è decisamente un approccio meno popolare perché distoglie l’attenzione da altre implicazioni.
Parlare di “rivoluzione americana”, infatti, significa anche dare rilievo alla Dichiarazione del 4 luglio 1776, cioè al paradigma attraverso il quale gli Stati Uniti si sono attribuiti il ruolo di faro di libertà per il resto del mondo e hanno al tempo stesso rivendicato la presunta eccezionalità della propria esperienza storica, un qualcosa che avrebbe reso la loro vicenda nazionale diversa dagli avvenimenti di qualsiasi altro Paese.
Il consolidamento dell’interpretazione universalista del 1776
La portata internazionale della “rivoluzione americana” ebbe la propria consacrazione con lo studio in due volumi di Robert R. Palmer The Age of the Democratic Revolution: A Political History of Europe and America, 1760–1800 (1959 e 1964). Secondo Palmer, i sommovimenti dell’America del Nord che portarono alla formazione degli Stati Uniti furono l’atto iniziale di un periodo rivoluzionario che attraversò l’Atlantico per investire poi la Francia nel 1789.
Per la storica e filosofa Hannah Arendt, rispetto a quella francese, “la Rivoluzione americana, nonostante il suo trionfalistico successo, rimase un avvenimento con un’importanza poco più che locale” (On Revolution, 1963): quella francese sarebbe stata sociale e radicale; quella americana politica e conservatrice. Invece, con Palmer, quanto successo negli Stati Uniti ebbe un respiro internazionale e si configurò come l’inizio della modernità, grazie alla diffusione transoceanica di principi democratici, rielaborati in America settentrionale a partire da una matrice europea e riesportati poi nel Vecchio Mondo.
Un’interpretazione globalista, non confinata al mondo atlantico ed estesa col passare del tempo ben oltre la conclusione del Settecento, è stata in seguito proposta da David Armitage (The Declaration of Independence: A Global History, 2007), che ha fatto definitivamente uscire la “rivoluzione americana” dal cono d’ombra di quella francese e l’ha riscattata da quella presunta posizione di marginalità in cui Arendt aveva contribuito a relegarla. Dal Manifesto della provincia delle Fiandre del 4 gennaio 1790 (la rivolta della regione del Belgio contro il dominio austriaco degli Asburgo) alla Dichiarazione d’indipendenza della Rhodesia dal Regno Unito dell’11 novembre 1965, tutti questi documenti avrebbero tratto una qualche ispirazione dal modello statunitense. A detta di Armitage, per paradosso e ironia della storia, il testo anticoloniale del secondo dopoguerra a essere ricalcato nel modo più esplicito sul precedente nordamericano sarebbe stato quello steso dal leader vietnamita Ho Chi Minh al momento del collasso dell’Impero francese in Indocina nel 1945.
La dimensione atlantica, se non addirittura globale in conseguenza della vastità dei domini inglesi alla fine del Settecento, era stata segnalata anche dalla cosiddetta Scuola Imperiale della storiografia statunitense, sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento in coincidenza del riavvicinamento politico, prima ancora che culturale, tra Stati Uniti e Regno Unito. Però, contrariamente alla prospettiva di Armitage, l’esito di questa interpretazione era stato un ridimensionamento del significato della “rivoluzione americana”, derubricata a qualcosa di superfluo se non addirittura di inutile, in quanto attribuita non a una presunta involuzione tirannica e liberticida della politica di Londra verso le colonie, bensì ai più semplici effetti collaterali della rapida crescita delle strutture amministrative di un impero in forte espansione quale era quello inglese.
Una “rivoluzione” conservatrice?
A relativizzare la nozione di “rivoluzione americana” in funzione della valorizzazione del concetto di “guerra d’indipendenza” è soprattutto la consapevolezza di una mancata ristrutturazione radicale della gerarchia sociale nel passaggio dalle tredici colonie agli Stati Uniti.
I Founding Fathers, i padri fondatori della Repubblica, erano membri dell’establishment nordamericano sotto l’autorità inglese e rimasero tali anche dopo il conseguimento dell’indipendenza. Già alla vigilia della prima guerra mondiale, lo storico Charles A. Beard concluse che la “rivoluzione” era stata promossa dai ceti più abbienti per rafforzare il proprio potere e che i delegati alla convenzione di Filadelfia del 1787, incaricati di redigere la Costituzione federale, erano i portavoce delle élites sociali e delle lobby economiche dell’epoca, tutte interessate a proteggere i propri interessi dalle rivendicazioni del popolo (An Economic Interpretation of the Constitution of the United States, 1913). Non a caso, trascorse oltre un anno tra le battaglie di Concord e Lexington e la formalizzazione dell’uscita delle colonie dall’Impero inglese.
L’élite coloniale procrastinò il più a lungo possibile questo momento nel timore che l’indipendenza potesse trasformarsi in una vera rivoluzione, col rischio di perdere il potere che già deteneva. Del resto, il sistema di elezione indiretta del presidente degli Stati Uniti fu concepito per isolare il vertice istituzionale federale dalla popolazione attraverso un doppio filtro. Infatti, i grandi elettori, che tuttora continuano a eleggere formalmente il presidente, in origine erano addirittura designati dalle assemblee legislative dei singoli Stati dell’Unione, elette con suffragio censitario, anziché venire scelti, come avviene oggi, dai votanti.
La lettura di Alexis de Tocqueville (De la démocratie en Amérique, 1835 e 1840) sulla “rivoluzione americana” come mera accelerazione di un processo volto all’instaurazione della sovranità popolare, a differenza di quella francese che aveva rovesciato il feudalesimo, era distorta da quanto egli aveva visto di persona in un viaggio compiuto negli Stati Uniti nel 1831, quando i requisiti censitari per l’accesso al voto erano stati ormai aboliti, almeno per i maschi bianchi, tranne che nella sola Carolina del Sud. I Founding Fathers vollero instaurare una Repubblica, non una democrazia, perché aborrivano quest’ultima forma di governo considerandola la legittimazione dell’arbitrio della maggioranza a scapito delle minoranze.
Il soffocamento degli ideali rivoluzionari nel processo di formazione degli Stati Uniti non sfuggì, invece, a un’altra delle prime interpretazioni degli avvenimenti della fine del Settecento. Nel suo History of the Rise, Progress and Termination of the American Revolution, pubblicato nel 1805, Mercy Otis Warner denunciò il tradimento dei principi del 1776, imputandone la responsabilità soprattutto a John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti (1797-1801).
Una guerra non proprio anticoloniale
È stato pure ridimensionato il carattere anticoloniale della guerra contro l’Inghilterra che avrebbe sancito un proto principio dell’autodeterminazione dei popoli. Ad esempio, secondo Richard W. Van Alstyne (Empire and Independence.The International History of the American Revolution, 1965), lo scontro con Londra sarebbe stato motivato dalla volontà espansionistica dei coloni nordamericani.
Nel 1763, Giorgio III aveva vietato loro di insediarsi a ovest della catena degli Appalachi, nei territori appena strappati alla Francia nella vittoriosa guerra dei Sette Anni, per evitare dispendiosi conflitti militari con i nativi americani che vivevano a ridosso delle tredici colonie nelle zone a est del Mississippi. Tuttavia, speculatori e avventurieri della Virginia avevano messo gli occhi proprio su tale regione e non si facevano problemi a strapparla con le armi agli indigeni. Pertanto, l’uscita dall’Impero sarebbe stata funzionale a rimuovere gli ostacoli politici per sfruttare l’area da cui il sovrano inglese intendeva escluderli.
A dimostrazione del fatto che la guerra contro Londra fosse stata una lotta per la conquista dell’America del Nord e non semplicemente per assicurarsi la libertà dalla madrepatria, nelle successive trattative di pace i neonati Stati Uniti cercarono di conseguire non solo il riconoscimento dell’indipendenza ma anche la regione a est del Mississippi, che alla fine ottennero, nonché la Florida e il Canada, obiettivi che invece non raggiunsero.
L’estenuante trattativa spiegherebbe perché trascorsero quasi due anni tra la resa degli inglesi a Yorktown (19 ottobre 1781) e la firma del trattato di pace (3 settembre 1783).
In questa prospettiva, la guerra per l’indipendenza degli Stati Uniti si trasforma nella guerra per l’assoggettamento dell’America settentrionale.
Gli afroamericani
A confliggere con il concetto di “rivoluzione americana” fu soprattutto il mantenimento della schiavitù. È, infatti, evidente che la sua legalità impediva di rendere universali i principi di eguaglianza e di diritto a vita, libertà e perseguimento della felicità, trasformandoli in privilegi i cui beneficiari erano limitati ai soli individui bianchi.
Non a caso, nei decenni dello schiavismo, gli afroamericani liberi si rifiutavano di festeggiare il 4 luglio. Come affermò nel 1852 Frederick Douglass, il più autorevole abolizionista afro-discendente e lui stesso un ex schiavo fuggito dal suo padrone, in un discorso celebrativo che volle deliberatamente pronunciare il 5 luglio, di fronte a una platea composta quasi esclusivamente da bianchi, il giorno dell’Indipendenza “è vostro, non mio; voi potete gioire, io devo portare il lutto”.
Alla luce delle considerazioni di Douglass, non sembra casuale che Palmer abbia omesso dalle sue “rivoluzioni atlantiche” l’insurrezione degli schiavi afro-discendenti di Saint-Domingue e la conseguente guerra per l’indipendenza di Haiti dalla Francia (1791-1804).
The 1619 Project
La prolungata esclusione degli afroamericani dal godimento dei diritti proclamati dal preambolo della Dichiarazione d’indipendenza, prima per la sopravvivenza della schiavitù fino al 1865 e poi per l’attuazione della segregazione razziale negli Stati del Sud fino alla metà degli anni Sessanta del Novecento, ha recentemente comportato una ridefinizione del momento della nascita degli Stati Uniti.
The 1619 Project, coordinato dalla giornalista afroamericana Nikole Hannah-Jones e diffuso attraverso il “New York Times” nel 2019, ha inteso retrodatare le scaturigini del sorgere della nazione dal 4 luglio 1776 al 20 agosto 1619, il giorno in cui – per convenzione – i primi africani deportati furono fatti sbarcare a Jamestown, in Virginia, in quella che era ancora l’America coloniale inglese.
Secondo questa interpretazione, sarebbe stata la lotta plurisecolare degli afroamericani per emanciparsi dalla schiavitù e per conseguire l’effettiva parità con i bianchi a realizzare quei valori di libertà ed eguaglianza su cui si fondano gli Stati Uniti e che la Dichiarazione d’indipendenza proclamava solo in astratto e a esclusivo vantaggio della componente euro-discendente della società americana.
Il rigetto della cesura del 4 luglio 1776 è talmente radicale in questa visione che The 1619 Project si è spinto ad affermare, contro ogni evidenza storica, che la guerra d’indipendenza contro l’Inghilterra sarebbe stata motivata dalla volontà dei coloni nordamericani di uscire dall’impero prima che Londra decidesse di abolire la schiavitù.
Pertanto, l’indipendenza, anziché promuovere la libertà e l’eguaglianza, avrebbe segnato una battuta d’arresto della loro diffusione, in quanto la separazione delle tredici colonie da Londra avrebbe avuto come principale scopo quello di impedire l’affrancamento degli schiavi.
The 1619 Project ha pure cercato di ridimensionare i fondamenti europei della società statunitense, di cui costituzionalismo inglese, repubblicanesimo e contrattualismo giusnaturalistico sono componenti integranti proprio attraverso la Dichiarazione d’indipendenza, come teorizzato quasi sessant’anni fa da Bernard Bailyn (The Ideological Origins of the American Revolution, 1967).
“Rivoluzione americana” e guerre culturali
The 1619 Project è il prodotto più recente di una svolta storiografica che è maturata a partire dagli anni Sessanta del Novecento e si è interrogata sulla portata effettiva dei valori formulati nella Dichiarazione d’indipendenza nonché sulla misura del ridimensionamento del loro universalismo in ragione di razza, ceto e genere.
Le interpretazioni della rivoluzione americana sono così diventate anche un ambito per definire i connotati della società americana e chi sia legittimato a farne parte. Non a caso, per ribadire la matrice europea degli Stati Uniti e lasciare il contributo afroamericano ai margini, in contrapposizione a The 1619 Project, Trump ha promosso il 1776 Report, reso pubblico il 18 gennaio 2021, due giorni prima della conclusione del suo primo mandato.
Proprio in previsione del 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’indipendenza, con la sua esaltazione del 1776 quale momento di nascita della nazione statunitense, il rapporto del 2021 ha mirato a promuovere un’interpretazione “patriottica” della storia del Paese, con al centro la componente euro-discendente degli Stati Uniti, depurandola di aspetti come il razzismo sistemico e la presunta eccessiva attenzione per la schiavitù degli afroamericani.
La visione “patriottica” del conflitto contro l’Inghilterra ipotizza pure una coesione tra i nordamericani che in realtà non ci fu. Come ha ricostruito, tra gli altri, Holger Hoock (Scars of Independence: America’s Violent Birth, 2017), la “rivoluzione americana” fu anche una brutale guerra civile che contrappose gli indipendentisti ai lealisti, rimasti fedeli a Giorgio III.
Questi ultimi ammontavano a circa un quinto della popolazione nordamericana, erano presenti soprattutto nel Sud e nella colonia di New York e annoveravano in particolare le minoranze etniche di ceppo non anglo-sassone, gran parte degli schiavi afroamericani (a cui le autorità inglesi promisero l’affrancamento se avessero imbracciato le armi contro i padroni che si erano ribellati alla Corona) nonché numerose tribù native, come i Cherokee, che attribuivano alla politica del governo di Londra maggiori garanzie per la salvaguardia dei loro territori dalle mire espansionistiche dei coloni. Altri due quinti dei nordamericani – soprattutto i quaccheri, in quanto pacifisti, presenti in larga misura in Pennsylvania – cercarono di restare estranei al conflitto.
L’America della “rivoluzione” ebbe, quindi, molteplici facce. Del resto, sebbene alla fine della guerra d’indipendenza alcune decine di migliaia di lealisti avessero preso la via del Canada al seguito delle truppe inglesi sconfitte, l’indipendenza non riuscì a forgiare un’identità nazionale. La contrapposizione all’interno dell’Unione tra gli Stati schiavisti e quelli che avevano abolito la schiavitù dopo l’indipendenza rese impossibile la formazione di un’identità nazionale vera e propria, almeno fino alla conclusione della guerra civile (1861-1865) e alla conseguente liberazione degli afroamericani ancora in catene.
Per dare conto di questa complessità, la Smithsonian Institution – il principale network museale statunitense – aveva progettato di ricordare il 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza con mostre ed eventi raggruppati sotto un titolo quanto mai evocativo: Many Americas, Many 1776s (molte Americhe, molti 1776). L’enfasi sul pluralismo e sulla molteplicità dei punti di vista sarebbe, però, entrata facilmente in collisione con il pensiero unico trumpiano. Del resto, già in occasione dell’anniversario del 4 luglio dello scorso anno, il tycoon aveva denunciato l’esistenza di una “rivoluzione culturale di sinistra” che, a suo dire, sarebbe stata intenzionata a “rovesciare la rivoluzione americana”.
Per questa ragione, titolo e contenuti delle iniziative della Smithsonian Institution sono stati riformulati in un molto più rassicurante: Our Shared Future: 250 (il nostro futuro condiviso: 250).
In questo modo, il significato da attribuire alla “rivoluzione americana” è diventato pure uno dei terreni di scontro delle “guerre culturali”, il conflitto di valori tra tradizione conservatrice e visione progressista che ha contribuito ad acuire le odierne fratture della società statunitense.
