Condividi

Pensioni: Itinerari previdenziali smonta i luoghi comuni e le false narrazioni su prestazioni e gender gap

Il Rapporto Itinerari Previdenziali fa luce sulla reale situazione delle pensioni: non è vero che un pensionato su tre vive con meno di 1.000 euro perché molti sono titolari di più pensioni mentre il gender gap riflette soprattutto le disuguaglianze del mercato del lavoro, non del sistema previdenziale

Pensioni: Itinerari previdenziali smonta i luoghi comuni e le false narrazioni su prestazioni e gender gap

Itinerari previdenziali, il Centro Studi di cui è presidente Alberto Brambilla, prosegue, nei suoi Rapporti periodici, nelle meritoria opera di sfoltimento della “selva oscura” dei miti e dei luoghi comuni che dissimulano la funzione effettiva del sistema pensionistico (con i suoi corollari assistenziali) e che finiscono per alimentare la falsa narrazione che indentifica la condizione del pensionato con quella del povero, pur contravvenendo ad una montagna di dati a conferma del fatto che tra gli anziani è meno diffusa la povertà che tra i giovani e i minori.

Ovviamente, anche tra gli anziani e i pensionati (le due qualifiche non coincidono in tutti i casi) esistono condizioni di indigenza, ma il sistema pensionistico/assistenziale costituisce, pur con i suoi limiti, un usbergo di civiltà.

Prestazioni e redditi: come leggere davvero i dati sulle pensioni

La prima questione affrontata nel XVI Rapporto riguarda l’inadeguatezza dell’importo delle prestazioni. La semplificazione mediatica dei dati si esprime, ad ogni pubblicazione dell’Osservatorio Inps, in questi termini: “Nel nostro Paese quasi un pensionato su tre prende meno di 1.000 euro”. Una chiave di lettura molto diffusa, che include – secondo Itinerari previdenziali – qualche verità ma anche numerose imprecisioni, sotto il profilo sia tecnico sia comunicativo. Ai fini di una corretta informazione sul tema dell’adeguatezza delle prestazioni – è la precisazione del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – occorre distinguere tra importo medio della prestazione pensionistica e reddito pensionistico medio per pensionato: uno stesso soggetto può essere infatti destinatario di più prestazioni, tanto che a fronte di oltre 23 milioni di trattamenti erogati l’Italia conta 16,3 milioni di pensionati.

Ecco perché il dato relativo al reddito pensionistico sarebbe da considerarsi quello più corretto, per quanto spesso si dia impropriamente maggiore risalto all’importo medio della prestazione, ottenuto dividendo il valore totale della spesa previdenziale (364,132 miliardi di euro per il 2024) per il numero delle prestazioni e non per il numero dei pensionati. Secondo quest’ultima impostazione risulterebbe che, in media, ogni pensionato italiano percepisce 1,411 prestazioni: nel dettaglio, il 68,1% dei beneficiari percepisce 1 prestazione, il 24% ne percepisce 2, il 6,7% è beneficiario di 3 prestazioni e l’1,2% è destinatario di 4 o più prestazioni.

È quindi certamente vero che le singole prestazioni al di sotto o comunque prossime ai 1.000 euro (per praticità, si considerino come soglia i trattamenti di importo fino a 2 volte il Trattamento Minimo) sono circa 14,4 milioni, dunque oltre il 60% delle prestazioni in pagamento, ma lo è altrettanto che i pensionati corrispondenti sono circa 6,068 su 16,305 milioni (il 37,2% del totale), peraltro quasi tutti percettori di trattamenti di carattere assistenziale, vale a dire non sorrette da contribuzione o sostenute solo in parte da contributi. Ma il Rapporto non esita a misurarsi con un’altra questione imbalsamata nel novero dei luoghi comuni: il gender gap ovvero i dati su importi e redditi per genere che penalizzerebbero le donne. Certo, problemi ne esistono. Con riferimento al 2024, le donne – che rappresentano il 51,4% del totale pensionati – hanno percepito il 44,1% dell’importo lordo pagato per il complesso delle prestazioni: 160.540 milioni di euro, contro i 203.592 degli uomini.

Sul totale delle prestazioni (previdenziali, assistenziali e indennitarie) il reddito pensionistico pro capite annuo delle pensionate ammonta a 19.140 euro, valore che nel caso dei pensionati sale invece fino a 25.712. La differenza c’è e si vede a occhio nudo. Ma vanno considerati altri aspetti specifici. Innanzitutto, le pensionate registrano un maggior numero di prestazioni a testa: in media 1,5 contro le 1,32 degli uomini. Nel dettaglio, le donne rappresentano il 58% dei titolari di 2 pensioni, il 68,3% dei titolari di 3 pensioni e il 68,9% dei percettori di 4 e più trattamenti.

Il vero nodo: le disuguaglianze nel mercato del lavoro

A determinare il gap – secondo il XIII Rapporto – è poi la tipologia delle prestazioni. Le donne prevalgono ad esempio nel caso di trattamenti ai superstiti (circa l’85,7%) e di prestazioni prodotte da “contribuzione volontaria”, solitamente di importo modesto a causa di bassi livelli contributivi, ma più frequentemente degli uomini beneficiano di integrazioni al minimo (83,6%), maggiorazioni sociali (62,2%), importi aggiuntivi, quattordicesime mensilità e altre misure di matrice assistenziale a carico della fiscalità generale. Se, pertanto, è corretto affermare, con un’elementare operazione di divisione, che le lavoratrici ricevono prestazioni inferiori agli uomini secondo Itinerari previdenziali nel precisare che non è il sistema previdenziale italiano di per sé penalizzante nei confronti delle donne. Le differenze di reddito pensionistico tra generi riflettono semmai l’andamento di un mercato del lavoro in progressivo miglioramento ma tuttora caratterizzato, soprattutto al Sud, da tassi di occupazione e livelli retributivi, e di carriera, poco favorevoli alle lavoratrici.

Anzi, premesso che ormai da diversi anni l’età pensionabile è stata uniformata per entrambi i sessi, l’ordinamento italiano – ricorda il Rapporto – riserva ancora alla platea femminile qualche modesta agevolazione (dall’anzianità contributiva ridotta di un anno per la pensione anticipata passando agli “sconti” per le madri che accedono alla pensione di vecchiaia con il sistema contributivo). È pertanto il gender gap esistente nel mercato del lavoro a proiettarsi sul sistema pensionistico, che non è – come molti fingono di credere – una sorta di “vendicatore mascherato” pronto a porre riparo a tutti i torti subiti durante la vita lavorativa.

Commenta