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Toyota, l’ad Sato lancia l’allarme sull’auto giapponese: “Se non cambiamo, non sopravviveremo”

L’ad Koji Sato lancia l’allarme sul futuro dell’auto giapponese e chiede ai costruttori di condividere componenti e standard per ridurre i costi e investire in software, batterie e guida assistita, mentre la concorrenza cinese avanza sui mercati globali

Toyota, l’ad Sato lancia l’allarme sull’auto giapponese: “Se non cambiamo, non sopravviveremo”

L’industria automobilistica giapponese deve cambiare rapidamente oppure rischia di non riuscire a sostenere la trasformazione tecnologica in corso. A lanciare l’avvertimento è Koji Sato, vicepresidente e chief industry officer di Toyota, oltre che presidente della Japan Automobile Manufacturers Association (Jama), l’organizzazione che rappresenta i principali costruttori del Paese.

Se le cose non cambiano, non sopravviveremo“, ha affermato Sato durante un incontro con i fornitori. Un messaggio rivolto non soltanto a Toyota, ma all’intero sistema produttivo giapponese, alle prese con investimenti sempre più onerosi nell’elettrificazione, nello sviluppo del software, nelle batterie e nei sistemi avanzati di assistenza alla guida.

Sato chiama l’industria dell’auto giapponese a cambiare modello

Secondo Sato, il settore automobilistico nipponico sta attraversando una trasformazione di portata eccezionale. I marchi storici non devono soltanto aggiornare le proprie gamme, ma ripensare il modo in cui progettano, acquistano e producono i veicoli. “Abbiamo una forte percezione di crisi: l’industria automobilistica giapponese sta attraversando un enorme periodo di trasformazione”, ha spiegato il manager. La risposta proposta passa attraverso una collaborazione più stretta tra Toyota, Nissan, Honda, Mazda, Subaru, Mitsubishi e Suzuki.

L’idea è limitare la concorrenza sulle parti tecniche che non influenzano direttamente le scelte dei clienti, mantenendo invece la competizione su design, prestazioni, software, motorizzazioni e servizi digitali. Una svolta che permetterebbe alle aziende di ridurre la complessità industriale senza rinunciare alla propria identità.

Dai cablaggi agli acciai, la rivoluzione dei componenti comuni

Il progetto sostenuto da Sato punta alla definizione di standard condivisi per componenti e materiali utilizzati da tutti i costruttori, come cablaggi elettrici, acciai e materie plastiche. Oggi ogni casa automobilistica richiede specifiche differenti, costringendo i fornitori a moltiplicare varianti, linee produttive e processi. Il caso più evidente è quello dei cablaggi. Le aziende della filiera devono realizzarne circa 70.000 versioni diverse per rispondere alle esigenze dei singoli marchi e modelli. Una frammentazione che ostacola l’automazione, aumenta i costi e sottrae risorse all’innovazione.

Secondo Sato, uniformare le architetture di base potrebbe aumentare di oltre dieci volte la produttività in questo comparto. Non si tratterebbe di costruire automobili tutte uguali, ma di condividere gli elementi invisibili agli automobilisti, concentrando gli investimenti sulle caratteristiche che determinano realmente il valore di un veicolo.

Le priorità dei consumatori si sono infatti spostate verso software più avanzati, sistemi di guida assistita, batterie capaci di ricaricarsi più velocemente e un’offerta articolata di propulsori. È su questi fronti che, nella visione di Toyota, i marchi devono continuare a differenziarsi.

La Cina avanza e ridisegna gli equilibri mondiali

Sato non presenta il piano come una risposta esclusivamente difensiva nei confronti dei produttori cinesi. Riconosce però che il Giappone deve imparare dalla rapidità con cui le aziende del Dragone sviluppano tecnologie, progettano nuovi modelli e li portano sul mercato. La pressione competitiva è ormai evidente. A maggio i gruppi cinesi hanno superato per la prima volta in assoluto i costruttori giapponesi nelle vendite sul mercato europeo: Geely, Saic Motor, Byd, Chery e Leapmotor hanno venduto complessivamente 138.140, superando le 130.424 unità registrate nello stesso periodo da Toyota, Suzuki, Honda, Nissan, Mazda e Mitsubishi.

Le difficoltà si manifestano anche in Cina, dove i costruttori giapponesi hanno perso terreno nella prima metà del 2026. Le vendite di Toyota sono diminuite del 17%, mentre quelle di Honda hanno registrato una contrazione del 35%. L’avanzata dei veicoli elettrici cinesi sta inoltre modificando gli equilibri in mercati nei quali i marchi nipponici erano tradizionalmente forti, come il Sud-Est asiatico e l’Australia.

Auto giapponese: la sfida va oltre la produzione

La standardizzazione dei componenti rappresenta soltanto una parte della strategia promossa dalla Jama. Il piano comprende anche interventi per rendere più efficiente la logistica, assicurare l’accesso alle materie prime strategiche, rafforzare il riciclo e sviluppare le infrastrutture necessarie alla guida autonoma. Sato chiede inoltre una semplificazione del sistema fiscale giapponese applicato all’automobile e nuove politiche per attirare ingegneri, tecnici e competenze digitali. L’obiettivo è rafforzare l’intero ecosistema industriale, non soltanto i bilanci delle singole aziende.

“Questo è esattamente il momento per svilupparsi ulteriormente ed evolvere attraverso le sfide e le iniziative di riforma che l’intero settore automotive deve affrontare”, ha dichiarato Sato.

Per Sato non c’è più tempo da perdere. La sfida è enorme ma senza una svolta industriale, i costruttori giapponesi rischiano di arrivare in ritardo nella corsa che deciderà il futuro dell’auto.

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