“Quello che stiamo vivendo è qualcosa che non si è vissuto negli ultimi 4 cicli energetici, nel senso dall’inizio degli anni ’80. Stiamo vivendo una crisi che non è iniziata adesso ed è sfociata nella crisi del Golfo Persico ma negli ultimi 5 anni abbiamo avuto il Covid, e in quell’occasione il mondo ha utilizzato le riserve strategiche come sta facendo adesso”, poi la guerra in Ucraina e “questo terzo episodio, in Medio Oriente, e ancora ad oggi sono bloccati circa 9-10 milioni di barili solo per il greggio e non parlo di prodotti”. Lo ha detto l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, in audizione presso la commissione Attività produttive della Camera sul Mercato energetico in Italia e in Europa. “Questi eventi che siamo abituati a vedere uno per uno, come episodi, sono avvenuti in 5 anni e non c’è stato tempo e possibilità di recuperare, le produzioni sono state ridotte, le riserve strategiche si stanno usando con un gradiente anche superiore alla situazione Covid e le mancanze si sono accumulate e non sono state riassorbite”.
Descalzi, la Russia e la coda della guerra in Ucraina
“La coda della guerra Russia-Ucraina porterà ad uno stop completo del gas che arriva all’Europa” e da gennaio “avremo un problema di supply e questo ci troverà in una situazione peggiore di stoccaggi rispetto all’ano scorso. Questa è una preoccupazione per l’Europa che va a gas”, ha detto ancora Descalzi che ha poi proseguito: “Per quanto riguarda l’approvvigionamento di gas, 36 miliardi dalla Russia dovranno essere compensati dagli Stati Uniti o East Asia. Questo ci porta ad avere, da gennaio 2027, un ulteriore problema: la coda della guerra porterà a uno stop completo del gas che arriva all’Europa. E questo ci troverà in una situazione di stoccaggi peggiore dell’anno scorso. Non per l’Italia che è in linea con l’anno scorso al 71-72%, è tutto contrattato” ma “ci sono Paesi europei che sono molto al di sotto. Per l’Europa che va a gas è una preoccupazione, per quella che va a nucleare come la Francia e in parte la Spagna lo è in modo minore anche se ogni Paese deve comunque avere una stabilità”, ha aggiunto.
Descalzi e l’allarme prezzi
Poi Descalzi ha continuato: “Siamo in una situazione, da un punto di vista energetico, che ovviamente il prezzo non ha ancora certificato come un grosso problema perché sono state utilizzati circa 400 milioni di barili di riserve, per i Paesi Ocse, che sono state immesse nel mercato e questo ha permesso di mantenere i prezzi in una range fra i 90 e i 100 dollari”.
E quindi: “Con la firma dell’accordo c’è stata una caduta a 68 dollari, adesso siamo ritornati sugli 85 – ha detto Descalzi – ovviamente perché non c’è stato poi un seguito positivo a quella firma, adesso dall’11 non è passata più neanche una nave per lo stretto, quindi c’è un nuovo blocco. Questo cambia l’ordine delle cose, lo cambia per l’Europa, e lo cambia in questo caso più a livello mondiale”.
Descalzi ha aggiunto che “quando tutto, io spero presto, sarà finito il rischio attribuito a quest’area sarà completamente differente, il rischio vuol dire tantissimo perché vuol dire un costo del denaro più alto, in primis sulle assicurazioni e un’attenzione molto diversa da quella di prima all’investimento. Questo vale non solo per queste aree, ma tutte queste aree che sono chiuse da stretti, ma anche per il Mar Rosso, perché comunque c’è sempre la possibilità che questi stretti vengano utilizzati come aumento di ricatto o come aumenti di richiesta per ottenere qualcosa, ed è quello che sta succedendo”.
Descalzi: c’è carenza di diesel e jet fuel
“In questo momento c’è una mancanza di crudo, non così elevata, ma una mancanza di prodotti estremamente elevata, soprattutto per un mercato importante come quello europeo perché l’Europa ha dismesso moltissima capacità di raffinazione e quindi il nostro problema è che importiamo prodotti”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni sottolineando in particolare che c’è carenza di diesel e jet fuel “di cui c’era una carenza già prima, ma da quando è stato chiuso l’accesso al mercato russo, circa il 60-65% veniva dagli Emirati e in questo caso chi sta compensando adesso sono gli Stati Uniti che hanno le raffinerie che stanno lavorando al massimo”.
