Martedì scorso Abdul El-Sayed, un epidemiologo musulmano figlio di una coppia di immigrati egiziani, ha conseguito la nomination democratica per uno dei due seggi del Michigan al Senato federale. Ha battuto Haley Stevens, deputata uscente alla Camera di Washington, con il 48,5% dei voti, rispetto al 47,5% andato alla sua sfidante e al 4% confluito su una terza candidata, Mallory McMorrow.
La pagina Facebook di Islam Channel, una televisione satellitare con sede a Londra, interpreta la vittoria di El-Sayed soprattutto come una sconfitta dell’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), una lobby che, secondo una stima del “New York Times”, avrebbe finanziato con circa 32 milioni di dollari la campagna di Stevens attraverso lo United Democratic Project, un Political Action Commitee (PAC) collegato a questa organizzazione (Jennifer Medina e Theodore Schleifer, After Michigan Loss AIPAC Weighs a Second Effort to Defeat El-Sayed, 5 agosto).
Numerosi osservatori hanno espresso una valutazione analoga, ancorché in modo meno esplicito e diretto. Lo stesso El-Sayed, in un’intervista pubblicata dalla rivista iperprogressista “Mother Jones” alla vigilia delle elezioni, ha presentato il voto del giorno successivo come uno scontro tra lui e l’Aipac, anziché tra lui e Stevens.
El-Sayed e la lobby islamica
Sostenitore della causa palestinese, assertore della tesi che nella Striscia di Gaza sia stato messo in atto un “genocidio” da parte dell’IDF e inveterato critico dei presunti condizionamenti di Benjamin Netanyahu sulla politica mediorientale di Donald Trump, El-Sayed ha posizioni inequivocabilmente contrarie agli interessi dello Stato di Israele. A fronte del ristretto margine di vantaggio su Stevens, il suo successo è stato indubbiamente favorito dal fatto che il Michigan è il sesto Stato dell’Unione per numero di musulmani e il secondo per popolazione di origine o ascendenza araba.
Non a caso, negli ultimi giorni di campagna elettorale, il Council on American-Islamic Relations, un’associazione di attivisti musulmani, si è dedicato a mobilitare migliaia di elettori di fede islamica in appoggio a El-Sayed attraverso chiamate telefoniche robotizzate. È presto per valutare quanto la sua candidatura possa costituire un’effettiva svolta nell’orientamento di politica estera del partito democratico o addirittura degli Stati Uniti, come alcuni commentatori suggeriscono forse con eccessiva fretta. Un reale cambiamento dipenderà in larga misura dalla capacità di El-Sayed di conquistare il seggio al Senato nelle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre.
Nondimeno, il forte coinvolgimento dell’Aipac nelle primarie del partito democratico nel Michigan induce a tornare a interrogarsi sul peso che gruppi di pressione portavoce di interessi di Paesi o entità straniere riescono a esercitare nella politica statunitense, fra l’altro alla luce del sole e nel pieno rispetto della legislazione americana.
Una nazione di immigrati e dei loro gruppi di pressione
Gli Stati Uniti si sono configurati come una società multietnica fin dalla loro nascita. Secondo il primo censimento, effettuato nel 1790 a meno di dieci anni dal conseguimento formale dell’Indipendenza da Londra nel 1783, gli abitanti di ascendenza inglese erano solo il 48% della popolazione totale.
Dalla fine del Settecento, gli immigrati che intendono conseguire la cittadinanza americana debbono giurare di rinunciare a qualsiasi forma di fedeltà alla nazione natale. Tuttavia, una completa rescissione di tali legami si è dimostrata in genere impossibile pure per gli appartenenti alle generazioni immediatamente successive a quelle degli immigrati, anche in ragione di fattori banali come la solidarietà verso persone con le stesse radici etniche e il fatto di mantenere parenti e amici nella terra di provenienza.
Tale condizione ha favorito il sorgere negli Stati Uniti di organizzazioni volte a ottenere da Washington politiche e programmi favorevoli agli interessi dei Paesi di origine dei loro associati. Il modo di operare di questi gruppi è stato quello di mobilitare i votanti delle rispettive minoranze nazionali per esercitare pressioni sulla Casa Bianca nonché sui senatori e deputati al Congresso oppure per sostenere alle elezioni candidati disposti ad accogliere le richieste di queste associazioni.
L’attivismo delle lobby etniche
Queste dinamiche sono attive da lunga data. Per esempio, alla metà dell’Ottocento, gli esuli risorgimentali italiani rifugiatisi negli Stati Uniti soprattutto dopo il fallimento moti del biennio 1848-1849 cercarono, ancorché invano, di ottenere l’appoggio del governo di Washington all’unificazione politica della loro terra d’origine. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, gli americani di ascendenza tedesca e irlandese si attivarono per la conservazione della neutralità degli Stati Uniti: i primi per scongiurare l’intervento contro la Germania, i secondi nella speranza che – senza l’appoggio di Washington – il Regno Unito sarebbe stato sconfitto e si sarebbero venute a creare le condizioni per l’indipendenza dell’Irlanda da Londra.
Gli italo-americani, invece, non si accontentarono che Washington fosse entrata in guerra contro la sola Germania il 6 aprile 1917 ed esercitarono pressioni affinché gli Stati Uniti aprissero le ostilità anche contro l’Austria-Ungheria, cioè contro l’Impero che assoggettava le “terre irredente” del Trentino e della Venezia Giulia.
L’attività di lobby degli italo-americani proseguì nel primo dopoguerra. Passarono in maggioranza al partito repubblicano nelle elezioni presidenziali del 1920 per vendicarsi del democratico Woodrow Wilson che, alla conferenza di pace di Parigi, si era opposto all’assegnazione di Fiume all’Italia. Poi minacciarono di fare altrettanto nelle consultazioni del 1936 se il presidente democratico Franklin Delano Roosevelt e il suo partito, in maggioranza in entrambi i rami del Congresso, avessero varato sanzioni contro il regime fascista come ritorsione per l’invasione italiana dell’Etiopia l’anno precedente. Dopo la conclusione della seconda guerra mondiale gli italo-americani si mobilitarono contro l’imposizione di una pace punitiva all’Italia, per un aumento dei visti di immigrazione a disposizione dei cittadini italiani e per l’inclusione del loro Paese d’origine tra i beneficiari degli aiuti del Piano Marshall e tra i membri della Nato. Pressioni di natura simile hanno caratterizzato anche minoranze etniche numericamente più contenute degli italo-americani, stimati nell’ordine di cinque milioni negli anni a cavallo del secondo conflitto mondiale.
Un caso particolarmente significativo è stato quello degli americani di ascendenza armena, un gruppo etnico di meno di 80.000 individui nel 1919 e di poco più di mezzo milione oggi: per decenni, fino a una dichiarazione in tal senso di Joe Biden nel 2021, si sono battuti affinché gli Stati Uniti definissero ufficialmente “genocidio” l’uccisione di circa un milione e mezzo di armeni da parte dell’Impero turco durante la prima guerra mondiale.
Pluridecennale è stata anche l’azione della cosiddetta China Lobby, con obiettivi che sono mutati nel corso del tempo e hanno avuto alterni esiti: appoggio alla Cina in seguito all’aggressione giapponese del 1937, sostegno ai nazionalisti di Chiang Kai-Shek contro i comunisti di Mao Zedong durante la guerra civile, riconoscimento esclusivo della Repubblica di Cina dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, difesa dell’indipendenza di Taiwan.
Un’analoga costanza di impegno ha caratterizzato gli irlandesi-americani. In particolare, con il riesplodere degli scontri tra unionisti e nazionalisti nell’Irlanda del Nord negli anni Settanta, gli irlandesi-americani formarono nel 1974 l’Irish National Caucus, ancora oggi attivo, per bilanciare l’influenza inglese nel Congresso di Washington e appoggiare candidati favorevoli all’unificazione di una Irlanda indipendente dal Regno Unito.
Invece, la Cuban American National Foundation, sorta tra gli esuli cubani e i loro figli, spinge dal 1981 il governo statunitense e il Congresso ad attuare politiche volte a far cadere il regime di Fidel Castro, soprattutto attraverso una ferrea applicazione di sanzioni economiche.
L’American Israel Public Affairs Committee
L’Aipac, che dichiara di avere quasi sette milioni di aderenti, viene considerata il più influente di questi gruppi di pressione.
Costituita nel 1956 come sviluppo dell’American Zionist Committee for Public Affairs, che era sorto nel 1954, opera da settant’anni con l’obiettivo di favorire il sostegno diplomatico, politico e militare degli Stati Uniti a Israele. La sua importanza è frutto principalmente dei finanziamenti che è in grado di erogare nelle campagne elettorali, non in forma diretta ma per mezzo dei PAC a essa connessi.
Il suo potere si è accresciuto a partire dalla guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) – che vide Israele contrapposto a Egitto, Giordania e Siria – grazie agli ingenti contributi, raccolti tra i cittadini statunitensi ebrei. L’elargizione di questi fondi ha permesso per anni l’elezione di politici schierati con Israele e la sconfitta di candidati con agende legislative di orientamento diverso. Più che la possibilità di indirizzare il voto dell’elettorato ebreo, è il denaro che l’Aipac è in grado di mettere in campo ad averle dato forza politica.
Gli ebrei, infatti, si schiarano tendenzialmente in larga maggioranza con il partito democratico (malgrado il comprovato programma filoisraeliano di Trump, il tycoon ottenne solo il 36% del loro voto nel 2024) e sono una minoranza (il 2,4% a livello nazionale) che di solito non riesce fare la differenza, salvo che in casi di testa a testa nei due Stati dove sono maggiormente concentrati: New York (9%) e New Jersey (6%). Di contro, nella campagna per le elezioni di midterm di quest’anno l’Aipac ha già raccolto oltre 104 milioni di dollari. Tuttavia, come il risultato del Michigan contribuisce a dimostrare, malgrado la grande disponibilità finanziaria, la capacità dell’AIPAC di influenzare la politica statunitense pare in fase calante da un decennio a questa parte.
L’esempio più significativo in proposito giunse nel 2015. L’Aipac, infatti, non riuscì a impedire che il presidente democratico Barack Obama firmasse il Joint Comprehensive Plan of Action, l’intesa sulla limitazione all’arricchimento dell’uranio di Teheran in cambio di una progressiva attenuazione delle sanzioni internazionali, che era stata fortemente avversata da Israele per la presunta inaffidabilità del regime iraniano nel rispettare i patti, ma aveva ottenuto il via libera dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dalla Germania e dall’Unione Europea.
Il ritiro unilaterale dall’accordo da parte di Trump nel maggio del 2018 segnò una temporanea rinascita dell’influenza dell’AIPAC e un suo parziale riallineamento verso il partito repubblicano a fronte di un tradizionale approccio bipartisan per cui questo gruppo di pressione opera indistintamente con democratici e repubblicani.
Il voto delle minoranze nazionali durante la guerra fredda e negli anni successivi
Alla conferma del democratico Harry S. Truman alla Casa Bianca nel 1948 concorse, in una certa misura, il voto degli italo-americani, grati al presidente per gli aiuti forniti all’Italia attraverso il Piano Marshall e quello degli ebrei, memori del riconoscimento dello Stato di Israele da parte del governo di Washington ad appena undici minuti dalla sua proclamazione.
Quattro anni dopo, l’elezione del repubblicano Dwight D. Eisenhower fu attribuita, almeno in parte, al suo impegno a liberare i Paesi dell’Europa orientale dal giogo del comunismo. Tale promessa gli fece conquistare l’appoggio delle minoranze etniche provenienti da quelle nazioni. Fu, ad esempio, il caso degli americani di ascendenza polacca, che abbandonarono il partito democratico perché imputarono a Roosevelt di avere consentito l’instaurazione di un regime di stampo sovietico a Varsavia con gli accordi di Yalta del 1945.
Con il dipanarsi della guerra fredda, però, le questioni legate alla sicurezza nazionale divennero prioritarie nel determinare l’esito delle elezioni rispetto alle rivendicazioni delle lobby etniche. Queste ultime sono tornate ad avere un qualche rilievo dopo la conclusione del confronto tra i due blocchi.
Un esempio fu la sconfitta del democratico Al Gore, vicepresidente uscente dell’amministrazione Clinton, in Florida nel 2000 e la conseguente elezione del repubblicano George W. Bush alla Casa Bianca in un testa a testa in cui a fare la differenza furono appena 537 voti popolari su un totale di quasi sei milioni in questo Stato. A far prevalere Bush in Florida fu il sostegno dell’elettorato cubano-americano per rivalsa contro la decisione del governo federale di autorizzare il rimpatrio di Elián Gonzáles, un bambino di sei anni in fuga dal regime di Castro.
Il ragazzino era stato temporaneamente affidato a parenti che vivevano a Miami dopo la morte della madre nel naufragio dell’imbarcazione di fortuna con la quale i due avevano cercato di raggiungere gli Stati Uniti. Il padre – rimasto a Cuba – aveva preteso il ritorno di Elián sull’isola e l’amministrazione Clinton aveva alla fine acconsentito alla richiesta, suscitando l’indignazione della lobby anti-castrista statunitense largamente presente e attiva in Florida.
Il precedente del Michigan
Qualcosa di simile accadde nel 2024 proprio nel Michigan. Trump strappò lo Stato alla democratica Kamala Harris per poco più di 80.000 voti popolari. Nelle precedenti primarie democratiche per la Casa Bianca, oltre 100.000 elettori – pari al 13,2% del totale dei votanti e residenti in prevalenza della contea di Wayne, dove è concentrata la comunità araba dello Stato – avevano inviato alla convenzione nazionale un gruppo di delegati che si erano impegnati a non conferire la candidatura per un secondo mandato a Biden, al tempo ancora in corsa per la conferma alla Casa Bianca.
Tale scelta fu espressione del dissenso dalla politica dell’amministrazione Biden, di cui Harris era la vicepresidente, che non era riuscita a negoziare un cessate il fuoco a Gaza e aveva consentito i bombardamenti di Israele contro i militanti di Hamas, andati a colpire anche migliaia di civili palestinesi.
È presumibile che, nelle consultazioni di novembre, molti di questi elettori scontenti si fossero astenuti oppure avessero votato per Trump o per candidati di terzi partiti allo scopo di manifestare con forza ancora maggiore la propria protesta per i fallimenti della politica mediorientale del governo federale.
Non a caso, a Dearborn, un sobborgo di Detroit in cui quasi i due terzi degli abitanti erano di ascendenza araba, Harris conquistò appena 15.000 voti, rispetto ai 31.000 conseguiti da Biden nel 2020, contro i 18.000 ricevuti da Trump, che ne aveva ottenuti invece 13.000 quattro anni prima, e i 7.600 assegnati a Jill Stein, la candidata del Green Party.
Nel complesso dello Stato, Stein ricevette 44.600 voti ed altri 6.600 andarono al candidato indipendente Cornel West, che era affiancato per la vicepresidenza da Melina Abdullah, prima donna mussulmana a correre per la seconda carica federale.
Inoltre, nella ripartizione del XII collegio della Camera dei Rappresentanti corrispondente alla città di Dearborn, la democratica Rashida Tlaib, figlia di immigrati palestinesi e voce fortemente critica della politica dell’amministrazione Biden riguardo alla crisi nella Striscia di Gaza, fu confermata a Washington con più di 24.000 voti, oltre una volta e mezza quelli raccolti da Harris nella medesima area.
Oltre El-Sayed
Nel partito democratico sta emergendo una crescente spaccatura tra la componente moderata e quella progressista di ispirazione socialdemocratica.
I repubblicani sono divisi tra anti-trumpiani da sempre, seguaci del tycoon “senza se e senza ma” nonché MAGA duri e puri. Questi ultimi contestano a The Donald di essersi rimangiato la promessa di pubblicare integralmente i dossier del miliardario pedofilo Jeffrey Epstein e di avere abbandonato i propositi iniziali del programma di “America First” per darsi ad avventure militari in Venezuela e soprattutto in Iran che hanno distolto risorse dalla risoluzione dei problemi interni del Paese, se non li hanno addirittura aggravati.
Alcuni trumpiani pentiti – come il giornalista Tucker Carlson, l’ex deputata della Georgia Marjorie Taylor Greene e il deputato uscente del Kentucky Thomas Massie – stanno addirittura valutando l’ipotesi di dare vita a un partito conservatore alternativo. È ipotizzabile che, nel contesto della frammentazione dei due maggiori partiti, l’identità etnica, le questioni a essa legate e i gruppi di pressione portavoce di interessi stranieri possano assumere un rilievo nelle scelte di voto e nell’esito delle elezioni, come è accaduto per gli arabo-americani e la politica mediorientale di Washington in Michigan.
Tali dinamiche, però, non vanno necessariamente nella direzione di un cambiamento. Mentre l’Aipac si prepara a dare battaglia per impedire l’elezione di El-Sayed a novembre, la lobby filoisraeliana ha già conseguito alcuni successi nel medesimo giorno della sconfitta di Stevens.
Per esempio, nello stesso Michigan, Jeremy Moss ha conquistato la candidatura democratica per il seggio che Stevens ha lasciato libero alla Camera, sconfiggendo Aisha Farooqi, fautrice dell’interruzione delle forniture militari statunitensi a Israele.
Inoltre, il sostegno dell’Aipac, manifestato con un finanziamento di oltre due milioni di dollari, ha contribuito alla vittoria di Wesley Bell, che si è assicurato la nomination democratica per il seggio alla Camera del I distretto del Missouri. Bell ha battuto con largo margine (59% contro 37%) l’ex deputata Cori Bush, nota per le critiche a Israele sulla questione di Gaza. Più in generale, l’Aipac si attribuisce la vittoria di trenta candidati nella tornata di primarie svoltesi il 4 agosto in Kansas, Michigan, Missouri e Stato di Washington.
La lobby filopalestinese U.S. Campaign for Palestinian Rights sostiene di aver portato alle elezioni di midterm undici candidati. Insomma, i giochi sono ancora aperti. Ma bisognerà anche vedere quanto gli statunitensi, che votano nelle primarie in misura molto più contenuta rispetto alla partecipazione alle elezioni di novembre, si sentano realmente coinvolti nelle vicende mediorientali e non siano invece più semplicemente interessati alle loro ripercussioni sul prezzo dei carburanti e indirettamente dei generi alimentari.
