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Francia al bivio tra scioperi e nuovo governo: il giorno decisivo è lunedì 22 settembre

Il nuovo premier incaricato Sebastien Lecornu sta ancora trattando con le forze parlamentari. Secondo un sondaggio l’86% dei francesi approva le proposte dei socialisti. Lunedì si riunisce l’Assemblée Nationale

Francia al bivio tra scioperi e nuovo governo: il giorno decisivo è lunedì 22 settembre

“Non ne possiamo più di questa notte senza fine che è il macronismo”. A questo grido i sindacati francesi oggi sono in sciopero per protestare un po’ contro tutto: l’instabilità politica, la crisi economica, i salari, le tasse, ma soprattutto per ribadire, dopo gli scontri della scorsa settimana che hanno portato a centinaia di arresti in tutto il Paese, l’ormai totale insofferenza verso il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, che rimarrà in carica fino al 2027 ma che di fatto è sfiduciato dagli elettori. Secondo un recente sondaggio, il 77% dei francesi non approva più Macron e i suoi acrobatici tentativi di formare maggioranze in Parlamento e governi: negli ultimi due anni ne sono caduti ben quattro, l’ultimo quello di François Bayrou che ha smascherato pubblicamente i profondi problemi finanziari del Paese, ipotizzando una manovra da lacrime e sangue che ovviamente è stata respinta da Parlamento e opinione pubblica.

Macron, che in Europa è leader ma che tra le mura domestiche non riesce più a convincere, ci prova di nuovo, questa volta con il giovane fedelissimo Sebastien Lecornu, che in questo contesto di altissima tensione sociale sta cercando comunque a formare un governo. Dovrà però farlo tenendo conto delle opposizioni e soprattutto di quel Partito socialista che nel primo mandato di Macron era praticamente sparito, scendendo al 5-6%, ma che oggi è di nuovo il primo partito di Francia, all’interno di una coalizione guidata dal radicale Jean Luc Melenchon. Lecornu dovrà necessariamente mediare con le posizioni più a sinistra, che secondo un recente sondaggio Ifop ai francesi convincono eccome, ad incominciare dalla famosa tassa del 2% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro (cosiddetta imposta Zucman), che piace all’86% degli intervistati, mentre il 79% è favorevole alla riduzione degli aiuti pubblici per le grandi imprese, altra pratica nella quale la Francia – e non solo l’Italia – è specializzata.

Insomma la stella polare del nuovo governo dovrà essere la giustizia fiscale. Già durante le proteste dello scorso 10 settembre lo slogan puntava infatti sull’arricchimento dei milionari e sui sacrifici richiesti invece a chi a meno, e dunque per ricomporre la frattura sociale – e anche risanare i disastrati conti pubblici – l’area centrista e moderata che fa capo a Lecornu e Macron dovrà rassegnarsi. La Francia ha urgente bisogno di riconquistare credibilità anche a livello finanziario: nelle ultime settimane non sono stati pochi i segnali dei mercati, dallo spread OAT-Bund salito quasi ai livelli del nostro Btp, fino al declassamento del rating di Fitch. Parigi non è più tripla A dal 2014 e ormai si trova a livello A+, cioè a metà strada tra il punteggio più e alto e la fascia più bassa dell’investment grade, dove si trova l’Italia. Tra ottobre e novembre arriveranno anche la valutazioni di Standard & Poor’s e Moody’s, che dovrebbero pure loro ridimensionare l’affidabilità del debito francese.

Proprio l’Italia è stata citata da Le Monde, in un articolo dove si analizzano i punti in comune con l’estrema destra francese. Al momento la leader Marine Le Pen è ineleggibile, ma pure il Rassemblement National e non solo i socialisti sta mettendo sotto pressione Macron, invocando le elezioni anticipate o comunque pretendendo dal nuovo esecutivo “rigore e serietà fiscali”, che secondo il quotidiano sarebbero ispirati proprio al modello del governo Meloni. Ma sempre Le Monde ritiene che dietro al modello italiano difeso dall’ultradestra transalpina si nasconda in realtà “una deriva illiberale”, e che “il presunto successo dei metodi di Giorgia Meloni sembra più la recitazione di un copione che non la realtà”. In questo scenario il 39 enne Lecornu sta completando le consultazioni: ad oltre una settimana dalla sua nomina il governo non è stato ancora formato e le opposizioni minacciano di non dare la fiducia. Il giorno decisivo sarà lunedì 22 settembre, quando si esprimerà il Parlamento.

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