Nel Documento di Finanza Pubblica (DFP) presentato nei giorni scorsi dal governo, oltre alla raccolta delle tabelle e dei grafici, sono inclusi un rapporto sull’attuazione del Pnrr ed un’analisi delle tendenze della spesa pubblica. In quest’ambito non poteva mancare un capitolo dedicato alle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico italiano.
In premessa viene precisato che le previsioni di medio e lungo periodo presentate sono state elaborate secondo l’impostazione consolidata adottata in passato. E si aggiunge di seguito che il presupposto è che gli effetti derivanti dall’attuale contesto di incertezza abbiano un impatto di breve periodo e temporaneo e non modifichino i parametri strutturali sottostanti agli scenari macroeconomici e demografici di riferimento. Vedremo andando avanti che queste indicazioni non sono di prammatica, ma rappresentano un avvertimento ed una sottolineatura di carattere politico, perché la Rgs è consapevole: a) di come si è chiusa la discussione in tema di pensioni in sede di bilancio 2026; b) di quanto è avvenuto dopo per iniziativa delle opposizioni e delle incertezze manifestate dal governo che lo hanno portato a promettere di tenere conto, nel prossimo bilancio, delle modifiche suggerite ancorché connotate di effetti critici per la sostenibilità del sistema.
Alla luce di un approccio assunto a normativa vigente e con riferimento alle ipotesi dello scenario nazionale base (gli andamenti demografici, le variabili economiche e dell’occupazione, prospettati) le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico italiano vengono elaborate sulla base dei seguenti indicatori: per quanto riguarda il quadro macroeconomico, nel periodo 2026-2027, le ipotesi di crescita sono coerenti con quelle delineate nell’ambito del quadro macroeconomico tendenziale.
Nell’orizzonte di previsione di medio-lungo periodo (2028-2070), il tasso di crescita del PIL reale si attesta attorno allo 0,5 per cento medio annuo. Rispetto al 2026, alla fine dell’orizzonte di previsione il tasso di occupazione nella fascia di età 15-64 anni aumenta di 4,4 punti percentuali. La previsione della spesa pensionistica tiene conto, quindi, della procedura introdotta per il periodico aggiornamento dei requisiti di accesso al pensionamento alle variazioni della speranza di vita misurata dall’Istat e dei coefficienti di trasformazione in funzione dei relativi parametri demografici; il che. È dovuto alla legge n. 213 del 2023 che ha anticipato al 2024 la chiusura del periodo di disapplicazione dell’adeguamento di tali requisiti alla variazione della speranza di vita.
Il rapporto tra spesa pensionistica e Pil
A questo punto il documento passa in rassegna all’incidenza della spesa sul Pil a partire dal periodo precedente la riforma Fornero del 2011. Nel 2010, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil, già in crescita negli anni precedenti anche a causa alla fase acuta della recessione, continua ad aumentare in ragione dell’ulteriore fase di contrazione. Dal 2015, in presenza di un andamento di ciclo economico più favorevole e della graduale prosecuzione del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento, il rapporto fra spesa pensionistica e Pil si riduce per circa un triennio, attestandosi al 15,1 per cento nel 2017-2018. Negli anni dal 2019 al 2022, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil aumenta prima repentinamente, raggiungendo il 16,9 per cento nel 2020, e poi si riduce nei due anni seguenti, per poi riprendere a crescere. La spesa in rapporto al Pil cresce significativamente a causa della forte contrazione del Pil dovuta agli effetti della fase iniziale e più acuta dell’emergenza sanitaria, recuperati nel biennio 2021-2022. Nel biennio 2023-2024, tenuto anche conto dell’elevato livello dell’indicizzazione (imputabile al significativo incremento del tasso di inflazione registrato a partire dalla fine del 2021 al 2023), la spesa in rapporto al Pil aumenta, portandosi al 15,3 per cento alla fine del biennio.
Tale andamento è condizionato anche dall’applicazione delle misure in ambito previdenziale contenute nel decreto-legge n. 4 del 2019 e relative proroghe, le quali, favorendo il pensionamento anticipato, determinano, in particolare per gli anni 2019-2021, un sostanziale incremento del numero di pensioni in rapporto al numero di occupati e il protrarsi, a livello finanziario, degli effetti di onerosità connessi al pluriennale periodo di anticipo del pensionamento.
Arrivano le pensioni del baby boom
In seguito, la crescita del rapporto tra spesa per pensioni e Pil accelera fino a raggiungere il 17,1 per cento nel 2041, livello sul quale si mantiene per il successivo triennio. Tale dinamica è essenzialmente dovuta all’incremento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati indotto dalla transizione demografica dovuto all’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom, solo parzialmente compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dall’effetto del contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. Dal 2045 in poi, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil diminuisce, prima gradualmente e poi rapidamente, portandosi al 16,2 per cento nel 2050. Nell’ultimo decennio di previsione, il rapporto tra spesa e PIL presenta una leggera flessione, prima di convergere al 14,0 per cento nel 2070. La rapida riduzione nell’ultima fase del periodo di previsione è determinata, oltre che dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo con relativo aggiornamento dei coefficienti di trasformazione, dalla stabilizzazione, e successiva inversione di tendenza, del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati. Tale andamento risente sia della progressiva uscita delle generazioni del baby boom, sia degli effetti dell’adeguamento automatico dei requisiti minimi di pensionamento in funzione della speranza di vita. Cumulativamente, la minore incidenza della spesa in rapporto al PIL derivante dal complessivo processo di riforma avviato nel 2004 ammonta a oltre 60 punti percentuali di Pil al 2060.
Il Pd come la Lega
All’inizio dell’anno, il Pd ha presentato una mozione alla Camera, a prima firma della capogruppo Chiara Braga e sottoscritto da esponenti della segreteria come Maria Cecilia Guerra, in cui vengono ripresi tutti i vecchi argomenti di Salvini, con l’obiettivo di ringalluzzire la Lega e mettere in difficoltà il governo. Il Carroccio, dopo il duro scontro sul tema con il “suo” ministro Giorgetti, aveva approvato la legge di Bilancio affiancandola a un ordine del giorno che impegnava il governo a trovare le risorse per tagliare l’aumento dei requisiti pensionistici legato alla dinamica demografica. Come nel film ‘’Tutti a casa’’ di Mario Monicelli, quando il tenente Alberto Innocenzi (Alberto Sordi), nel caos dell’8 settembre 1943, telefona al comando per avvertire che ‘’i tedeschi si sono alleati con gli americani’’.
Presi di sorpresa, i gruppi di centrodestra hanno imbastito una mozione che ammiccava a vaghe disponibilità di revisione del meccanismo di indicizzazione. C’era solo un punto a destare preoccupazioni, comune alla linea del Campo largo, laddove il testo del centrodestra ribadiva che “l’azione del governo in materia previdenziale si era ispirata al principio del leale affidamento dei cittadini”. Si percepiva in questa affermazione l’idea che non dovrebbero essere tutelati solo i diritti acquisiti, ma anche le aspettative delle persone sulla immutabilità delle regole e dei requisiti.
Con questi chiari di luna si comprendono i motivi delle sottolineature contenute nel Dfp riferite ai parametri e alle norme vigenti come se si volesse indicare che al di fuori da quello scenario non vi sarebbe più la garanzia di mantenere la curva della spesa sul Pil entro i limiti indicati. Più in generale, le preoccupazioni sulla spesa pensionistica si collocano in un contesto di equivoci. L’insistenza del governo italiano in sede europea per una sospensione o una flessibilità del patto di stabilità risponde ad un’intenzione ben poco recondita: quella di predisporre una legge di bilancio ‘’elettorale’’ dopo che è venuto meno l’anticipo del rientro dalla procedura di inflazione. Infatti, se dovesse intensificarsi la crisi energetica in parallelo con la guerra, prima che un problema di costo ci sarebbe un gap di quantità del prodotto che richiederebbe in primo luogo misure di risparmio e di priorità nell’utilizzo. Di conseguenza, in una legge di bilancio ‘’elettorale’’ è difficile resistere al ‘’richiamo’’ della foresta delle pensioni. Ma occorre farlo.
