A Donald Trump non piace essere giudicato. È troppo egocentrico e presuntuoso per accettare di venire valutato ed appare meno che mai disposto a ricevere critiche.
Lo scorso 20 febbraio, la Corte Suprema – con una maggioranza di sei membri contro tre – ha dichiarato illegittimo il ricorso del presidente all’International Emergency Economic Powers Act del 1977 per imporre dazi doganali globali in tempo di pace nel cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile 2025 e ha ribadito che la regolamentazione del commercio è una prerogativa del Congresso e non della Casa Bianca.
All’annuncio della decisione, il tycoon è esploso in una serie di esternazioni senza precedenti contro i sei giudici che avevano emesso la sentenza. In particolare, li ha definiti “una disgrazia per la nostra nazione”, “folli”, “zerbini dei democratici radicali di sinistra” nonché “privi di patriottismo”, oltre a stigmatizzare il loro verdetto come una decisione “ridicola”.
Le nomine giudiziarie e il retaggio del tycoon
Le rabbiose invettive di Trump dimostrano che il presidente, nonostante il suo disprezzo palese e incontrollato per la magistratura, ha comunque bisogno dei giudici e, dunque, manifesta il proprio risentimento quando non sono allineati sulle sue posizioni.
Svanita l’irrealistica aspirazione a conseguire il Premio Nobel per la Pace, soprattutto dopo l’attacco all’Iran del 28 febbraio, The Donald è ben conscio del fatto che la sua eredità politica non è funzione solo della possibilità di attuare la propria agenda legislativa, ma dipende anche e soprattutto dalla capacità di riorientare in senso conservatore la società statunitense per gli anni a venire, pure dopo la conclusione del suo secondo mandato, grazie all’attuazione di una giurisprudenza reazionaria.
Questa consapevolezza era emersa già il 20 gennaio 2021, nel momento in cui, con l’ignominiosa conclusione della prima amministrazione in seguito al tentativo di fomentare un’insurrezione il 6 gennaio precedente per impedire la certificazione ufficiale dell’elezione di Joe Biden, la carriera politica del tycoon pareva terminata una volta per tutte senza alcuna opportunità di tornare in gioco.
Così, rivolgendosi ai propri sostenitori pochi minuti prima dell’insediamento formale di Biden alla Casa Bianca, Trump aveva affermato che il principale e più duraturo lascito della sua presidenza era stato la nomina di “tre grandi giudici della Corte Suprema”.
In effetti, con la designazione di Neil M. Gorsuch nel 2017, Brett M. Kavanaugh nel 2018 e Amy Coney Barrett nel 2020 – andatisi ad aggiungere a tre altri membri nominati in precedenza da predecessori repubblicani di The Donald (Clarence Thomas da George H. W. Bush nel 1991, nonché John Roberts e Samuel Alito da George W. Bush nel 2005) – il tycoon è riuscito a instaurare alla Corte Suprema una maggioranza conservatrice che ha esercitato la sua influenza ben oltre la conclusione del suo primo mandato.
L’esito di questo sviluppo si manifestò in modo particolarmente evidente e rilevante già nel giugno del 2022, nel corso della presidenza di Biden. Nell’arco di appena due giorni la Corte Suprema invalidò una legge dello Stato di New York, in vigore dal lontano 1911, che vietava di portare armi tenute nascoste in luoghi pubblici senza una specifica autorizzazione delle autorità competenti, e rovesciò la sentenza sul caso Roe v. Wade del 1973, stabilendo che l’interruzione volontaria della gravidanza non è un diritto delle donne tutelato a livello federale.
Trump e il futuro della Corte Suprema
Dopo aver rimodellato la Corte Suprema con le tre nomine effettuate durante il primo mandato, la priorità di Trump in campo giudiziario nella sua seconda amministrazione è quella di porre le condizioni per mantenere il più a lungo possibile l’orientamento conservatore del massimo tribunale.
Il fatto che tutti i giudici federali, compresi i componenti della Corte Suprema, possano esercitare il proprio incarico a vita non aiuta necessariamente il tycoon a realizzare il suo proposito. Tra i membri conservatori Alito ha appena compiuto 76 anni e Thomas ne raggiungerà 78 alla fine del mese prossimo.
In passato due giudici, Oliver Wendell Holmes nel 1932 e John Paul Stevens nel 2010, rimasero al loro posto fino a 90 anni, età raggiunta la quale scelsero di dimettersi. Tuttavia, sono stati un’eccezione, in quanto l’età media dei componenti della Corte Suprema al momento della morte o del ritiro era intorno ai 70 anni negli anni Trenta del Novecento ed è salita a 80 anni nell’ultimo quarto di secolo, secondo i calcoli dell’agenzia Reuters. In base a queste stesse statistiche, quindi, Alito e Thomas sarebbero vicini all’uscita di scena.
Per tale ragione, Trump sta esercitando, con insolita discrezione, pressioni su entrambi affinché rinuncino al mandato in tempo utile affinché possa essere lo stesso tycoon a sostituirli con giuristi relativamente giovani, tali da restare in carica per qualche decennio, e vi sia ancora una maggioranza repubblicana in Senato per confermare le loro nomine.
Al momento, il partito del presidente controlla 53 seggi nel ramo alto del Congresso, contro 45 dei democratici e 2 di indipendenti che in genere si schierano contro The Donald. Con l’indice di approvazione di Trump in caduta libera (pari ad appena il 37% alla fine di aprile, rispetto al 42% conseguito sia da Biden sia dallo stesso tycoon nel medesimo periodo dei rispettivi mandati nel 2022 e nel 2018) si profila una débâcle del partito repubblicano nelle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre.
Il Senato si rinnoverà per un terzo. Dei 35 seggi in ballottaggio, solo 13 sono nelle mani dei democratici, mentre 22 sono detenuti dai repubblicani. Il partito di Trump rischia, quindi, di perdere la maggioranza al Senato e conseguentemente il margine di cui gode adesso per approvare eventuali giudici designati da The Donald.
Pertanto, la sicurezza di stabilizzare l’attuale orientamento conservatore nella giurisprudenza della Corte Suprema comporterebbe che Alito e Thomas si dimettessero in estate, dopo la conclusione della sessione di giugno, quanto è attesa la sentenza sulla costituzionalità del decreto presidenziale che intende ridimensionare lo jus soli per impedire ai figli degli immigrati irregolari nati in territorio statunitense di ottenere la cittadinanza americana, in modo che la maggioranza repubblicana del Senato uscente possa ratificare le nomine dei sostituti scelti da Trump.
Il caso di Ruth Bader Ginsburg
Il precedente che Trump vuole esplicitamente evitare è quello che vide come protagonista Ruth Bader Ginsburg. Icona del femminismo e, in particolare, delle posizioni “pro choice” sul diritto delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza, Ginsburg venne nominata alla Corte Suprema dal democratico Bill Clinton nel 1993.
Nel 2010, quando il già menzionato giudice Stevens rinunciò allo scranno perché a 90 anni di età concluse che fosse arrivato il momento di ritirarsi a vita privata, a 77 anni Ginsburg divenne il membro più anziano della Corte Suprema.
Nel 2014, nonostante fosse malata di cancro, l’ormai ultraottantenne Ginsburg respinse più volte il suggerimento di dimettersi che le venne perfino dal presidente Barack Obama.
I sondaggi indicavano che il partito democratico avrebbe perduto la maggioranza al Senato nelle elezioni di metà mandato del 2014 (esito che in effetti si verificò) e Obama desiderava che Ginsburg si ritirasse mentre disponeva ancora dei voti nel ramo alto del Congresso per ottenere la conferma di un giudice progressista che ne prendesse il posto. Ginsburg diffidava di Obama e ipotizzava che il moderatismo del presidente lo avrebbe condotto a scegliere un giudice altrettanto moderato. Affermò pure che preferiva aspettare l’elezione di Hillary Clinton alla Casa Bianca nel 2016 prima di rinunciare al seggio.
Sulla posizione di Ginsburg, tuttavia, giocò un ruolo rilevante una sfrenata ambizione personale, espressa in parte dalla volontà alquanto velleitaria di battere il record dei quasi 35 anni di mandato del giudice Stevens, dopo aver superato i 23 anni di servizio del giudice Louis Brandeis, in carica dal 1916 al 1939, il suo modello iniziale, a cui era accomunata anche per il fatto che erano entrambi ebrei.
Reputandosi indispensabile per impedire il rovesciamento della sentenza Roe v. Wade, Ginsburg rimase al proprio posto alla Corte Suprema fino alla morte, sopraggiunta il 18 settembre 2020, a 87 anni.
Al tempo, il presidente era Trump, che ebbe così l’opportunità di sostituirla con Barrett, un’inveterata antiabortista che risultò poi determinante per il verdetto sul caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization con cui nel 2022 venne annullata la sentenza Roe v.Wade.
Fu l’eterogenesi dei fini: l’attaccamento alla carica da parte della paladina dell’interruzione volontaria della gravidanza contribuì indirettamente alla cancellazione della tutela federale sul diritto delle donne ad abortire.
Breyer e la lezione di Ginsburg
Della vicenda di Ginsburg fece tesoro il giudice Stephen Breyer, pure lui designato alla Corte Suprema da Clinton, ma nel 1994. In previsione della perdita della maggioranza democratica al Senato nelle elezioni di midterm del 2022, Breyer, che aveva all’epoca 83 anni, si dimise prima del voto.
Con questa scelta dei tempi, consentì a Biden di nominare al suo posto la progressista Ketanji Brown Jackson (incidentalmente l’unica donna afroamericana a sedere finora alla Corte Suprema) prima che la conferma della sua sostituta potesse essere bloccata dall’assunzione del controllo del Senato da parte dei repubblicani nel 2023.
Il precedente di Thurgood Marshall
Quello di Ginsburg non è stato l’unico caso in cui un componente della Corte Suprema ha finito per essere sostituito con un giudice dalle posizioni giurisprudenziali sostanzialmente opposte.
Prima di lei era successo con Thurgood Marshall. Avvocato di punta della National Association for the Advancement of Colored People, la principale organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, Marshall era divenuto una celebrità nazionale dopo aver patrocinato i genitori di Linda Brown nella causa che nel 1954 si era conclusa con uno storico verdetto che aveva sancito l’incostituzionalità della segregazione razziale nelle scuole pubbliche.
Nel 1967 il democratico Lyndon B. Johnson lo aveva nominato alla Corte Suprema, rendendolo il primo membro afroamericano. Nel 1991 Marshall si dimise per motivi di salute e il presidente dell’epoca, George H. W. Bush, lo rimpiazzò con il conservatore Thomas. Tuttavia, i percorsi di Ginsburg e Marshall non sono equiparabili.
Nei dieci anni precedenti alla rinuncia al seggio di Marshall gli Stati Uniti erano stati governati da due repubblicani, prima Ronald Reagan e poi Bush Sr. Affinché il suo sostituto venisse designato da un democratico e fosse quindi un altro progressista, Marshall avrebbe dovuto dimettersi addirittura tra il 1977 e il 1980, quando l’inquilino della Casa Bianca era Jimmy Carter.
Gli ipotetici candidati di Trump
A differenza di quanto aveva fatto nel corso delle campagne elettorali del 2016 e del 2020, in quella del 2024 Trump non ha diffuso una lista di suoi possibili candidati per colmare eventuali vacanze alla Corte Suprema.
I nomi che circolano tra gli osservatori del sistema giudiziario spaziano dal senatore del Texas Ted Cruz al governatore della Florida Ron DeSancis e includono ovviamente numerosi giuristi di professione che, oltre ad avere maggiore esperienza di pratica legale, hanno dalla loro il vantaggio di essere relativamente giovani e quindi di ottemperare al desiderio del tycoon di influenzare a lungo la giurisprudenza con le proprie nomine, addirittura per quaranta anni, come ha affermato con una delle sue abituali iperboli in un’intervista a Fox News lo scorso 22 aprile.
Questi ultimi comprendono Neomi Rao e Kathryn Kimball Mizelle. Rao, cinquantatreenne, è una trumpiana doc. Nel 2019, per esempio, fu l’unica voce di dissenso all’interno della corte d’appello del Distretto di Columbia che aveva ingiunto a The Donald di consegnare documenti finanziari personali al Congresso.
Mizelle, oggi appena trentottenne, come giudice federale distrettuale, si pronunciò contro l’obbligo di indossare mascherine su aerei e su altri mezzi pubblici al tempo della pandemia del Covid-19 e contro il divieto di portare armi negli uffici postali.
Un altro “papabile” per la Corte Suprema è James Ho, coetaneo di Rao e attualmente giudice della corte d’appello del quinto circuito federale, immigrato da bambino da Taiwan e naturalizzato cittadino statunitense a nove anni.
Usato sicuro
L’assenza di una rosa ufficiale di possibili candidati, l’imprevedibilità di Trump e la sua tendenza a compiere scelte avventate suscitano perplessità anche tra i conservatori riguardo alla strategia di indurre Thomas e Alito a dimettersi prima delle elezioni di midterm di quest’anno.
Significativo in proposito appare un editoriale del “New York Sun”, uscito lo scorso fine settimana (The Drums for Thomas and Alito, 24-26 aprile). L’articolo ha elogiato i due giudici, sottolineando soprattutto come il loro comprovato e pluridecennale conservatorismo sia una garanzia per il futuro rispetto alla visione giurisprudenziale di possibili “neofiti non collaudati”.
Il “New York Sun” si è spinto perfino a lodare l’attività extragiudiziaria di Thomas come conferenziere, incensando un suo recente discorso alla Facoltà di Legge della University of Texas, nel quale ha sostenuto che il progressismo sarebbe incompatibile con i principi della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, di cui quest’anno ricorre il 250° anniversario.
In effetti, Thomas e Alito si sono dimostrati molto più disposti ad abbracciare le posizioni di Trump dei giudici nominati dallo stesso tycoon. Per esempio, nel dibattimento in aula sul decreto presidenziale che comporta un drastico ridimensionamento dello jus soli, Kavanaugh si è mostrato scettico sulla costituzionalità del provvedimento di The Donald.
Inoltre, Gorsuch e Barrett hanno fatto fronte comune con Roberts e le progressiste Jackson, Sonia Somomayor ed Elena Kagan nel bocciare i dazi globali di Trump, inducendo quest’ultimo a dirsi “disgustato” dal loro comportamento. Invece, in un’opinione di minoranza, Thomas e Alito hanno sostenuto la piena legittimità del ricorso all’International Emergency Economic Powers Act da parte del presidente.
Proprio mercoledì scorso Alito ha avuto l’occasione di reiterare il proprio conservatorismo. Ha, infatti, redatto il verdetto con il quale la Corte Suprema ha cassato la configurazione delle circoscrizioni elettorali per la Camera dei Rappresentanti di Washington nello Stato della Louisiana, perché uno dei distretti era stato disegnato per assicurare che i residenti afroamericani fossero in maggioranza tra la popolazione e, quindi, per rendere quasi sicura l’elezione di un candidato afrodiscendente.
Lungi da prevenire la discriminazione degli afroamericani, secondo Alito, il criterio dell’appartenenza razziale nel definire le circoscrizioni violava immotivatamente il principio della pari opportunità ed era quindi incostituzionale.
A chi solleva obiezioni sull’età avanzata di Thomas e Alito e vorrebbe addirittura introdurre un’età pensionabile obbligatoria per i membri della Corte Suprema, il “New York Sun” risponde scherzosamente di essere favorevole al mandato a vita dei giudici, a condizione che abbiano almeno 75 anni.
Si tratta di un’argomentazione che – per quanto ironica – può essere difficilmente confutata da un presidente come Trump che sta per compiere 80 anni.
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Stefano Luconi
Insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).
