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Scalata Mps a Mediobanca: tutti i guai della lunga mano della politica e del sovranismo bancario

Le indagini della Procura di Milano sulla scalata di Mps e dei suoi soci Caltagirone e Delfin a Mediobanca con l’occhio a Generali aprono nuovi squarci sui terremoti della finanza italiana dove preponderante è stato il ruolo del Governo che da arbitro si è fatto giocatore

Scalata Mps a Mediobanca: tutti i guai della lunga mano della politica e del sovranismo bancario

In questi ultimi anni vi è stato un intenso movimento tra le banche italiane. In questo contesto si notano manovre per formare il terzo polo, alle spalle delle più grandi banche, Intesa Sanpaolo ed Unicredit. Al riguardo il nostro governo ha un comportamento particolare, da un lato, si libera del peso di una banca come il Monte dei Paschi che era stata nazionalizzata per il cumulo di crediti deteriorati e dall’altro favorisce, di fatto, alcuni imprenditori, molto noti nel panorama italiano.

Nel 2016 la Banca Centrale Europea e l’Autorità Bancaria Europea, sottoponendo a uno stress test diversi istituti di credito europei, hanno scoperto che Banca del Monte dei Paschi di Siena, banca dalle antiche origini, stava affogando su un cumulo di crediti deteriorati, maturati nel tempo: da qui la necessità di un salvataggio. Le autorità europee hanno, quindi, imposto alla banca Mps di effettuare un aumento di capitale ma nessuna istituzione privata ha voluto mettere i soldi nella banca senese; quindi, lo Stato è dovuto intervenire tramite una “ricapitalizzazione precauzionale”, sotto il controllo dell’Unione Europea per le norme sugli aiuti di stato.

Il ruolo di Caltagirone e degli eredi Del Vecchio

Successivamente, vi sono stati conferimenti da privati e istituzioni e, in particolare, dalla Bpm e dalla sua controllata Anima. Il 13 novembre 2024 si lancia un’ultra sottoscrizione di azioni Mps per 15%. Soddisfazione del Tesoro che consegue un obiettivo importante, riduce all’11,7% il suo impegno in Bps. A questo punto si pensava che la Bpm, avendo acquistato parte importante delle partecipazioni della Mps, fosse il soggetto destinato a concorre per formare il terzo polo. Invece, vi è un colpo di scena.

Il 15% del capitale viene sottoscritto – come si è detto – per il 9% dalle banche, Bpm e Anima, mentre il rimanente viene ripartito tra l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone e i rissosi eredi di Del Vecchio, entrambi possiedono già quote di Mediobanca e Generali e di quest’ultima tendono ad averne il controllo.

L’assalto a Mediobanca: la mossa a sorpresa di Mps

Il 24 gennaio 2025 il Monte dei Pachi di Siena tende a scalare addirittura Mediobanca, lanciando una offerta pubblica di scambio. Con una prosa insolita per quell’ambiente, che Enrico Cuccia voleva felpato, il CdA di Mediobanca non si è limitato a respingere l’offerta pubblica di scambio, considerata ostile e distruttrice di valore. Non ci vuole molta fantasia per decretare la motivazione vera, a stento nascosta in quelle righe: Mediobanca non si piega all’assalto della politica e della presidente del Consiglio. Caltagirone e Delfin, insomma, sono i due veicoli usati dal governo per allungare le mani su Piazzetta Cuccia e da lì rimbalzare fino a Trieste per il boccone più ghiotto.

Dal giorno dell’annuncio Mps ha perso intorno al 14%, confermando così lo scetticismo che gli analisti hanno manifestato fin dalla prima ora. Come possono crearsi sinergie fra due istituti con storie tanto diverse, con attività tanto differenti, con quadri e dirigenti cresciuti secondo attitudini per certi versi inconciliabili, sono i punti su cui si sono soffermati gli osservatori. La vigilanza europea, e quindi quella domestica è sperabile che facciano chiarezza su un’operazione che presenta qualche interrogativo per quanto riguarda la sua conformità alle regole europee e a quelle del mercato.

La permanenza dello Stato in Mps e il revival del “sovranismo bancario”

Fra gli azionisti di Mps c’è anche lo Stato, titolare dell’11,5%, intervenuto nel 2016 per ricapitalizzare Mps. Sarebbe dovuto uscirne a missione compiuta. Non lo ha fatto, violando così la natura di ‘temporaneità’ che la presenza pubblica doveva avere nella ricapitalizzazione precauzionale. A distanza di nove anni, lo Stato è sempre lì. Si è scelta un’altra strada. Si è preferito invocare una fantomatica tutela del risparmio degli italiani (o del debito pubblico?) per affermare un ‘sovranismo bancario’ senza capo né coda. Con la prospettiva, per niente esaltante, di riportare una larga fetta del sistema del credito sotto l’ala protettiva della politica.

Mediobanca, nata come istituto speciale nel 1946, era diretta dal mitico Enrico Cuccia. Nei primi anni aveva il monopolio nel collocamento delle azioni, in seguito assunse il ruolo di grande protagonista della finanza italiana. I grandi gruppi industriali italiani facevano, infatti, spesso riferimento alla banca milanese. A Cuccia succede Maranghi e poi la coppia dei suoi collaboratori: Renato Pagliaro presidente e Alberto Nagel quale amministratore delegato.

Nell’agosto di quest’anno Nagel prova un ultimo tentativo di difesa presentando agli azionisti una possibile acquisizione di Banca Generali S.p.A, tentativo che si rivelerà inutile poiché il governo fece scendere in campo gli enti previdenziali (Enasarco, Enpam e Cassa Forense). Nagel perderà nettamente ai voti nell’assemblea del 21 agosto sancendo di fatto la vittoria di Banca Monte dei Paschi di Siena.

Da mesi di approfondimento la procura di Miano sta lavorando sul presunto accordo per conquistare Siena, lanciando l’OPA su Piazzetta Cuccia. Indagati Caltagirone, Milleri e Lovaglio. La difesa: abbiamo rispettato nelle operazioni le regole del mercato. Si avviano, intanto, interrogazioni in Parlamento.

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