L’indagine della Procura di Milano sulla privatizzazione del Monte dei Paschi e sulla scalata della banca senese e dei suoi principali partner privati (Caltagirone e Delfin) è benvenuta, ma chiariamolo subito senza mezzi termini: questa non è materia da tifoserie da stadio. I dubbi e i sospetti sulle modalità e su un possibile “concerto” con cui sono avvenute le due operazioni che hanno terremotato la finanza italiana sono più che leciti. Le sentenze però lasciamole alla magistratura e alle Autorità di vigilanza.
Semmai colpisce un fatto: il timing ,che è sempre un fattore decisivo e più che mai in finanza. Un conto era intervenire prima che la scalata a Mediobanca si compisse, come aveva inizialmente promesso la Procura di Milano, e un conto è farlo adesso quando i buoi sono già scappati dalla stalla. Non è la stessa cosa, a prescindere da quello che succederà e che per ora è difficile immaginare, sia che tutto finisca in un nulla di fatto sia che la magistratura sia in grado di dimostrare che sono stati commessi reati e che il “concerto” tra soci non era solo un’ipotesi.
Oltre al ritardo con cui si accendono i riflettori sulla scalata a Mediobanca, senza minimamente voler anticipare giudizi sommari, una cosa però è certa: che la bocciatura del Golden power con cui il Governo ha intralciato la scalata di Unicredit a Banco Bpm e i dubbi sulle modalità della privatizzazione del Monte dei Paschi e la scalata della banca senese a Mediobanca, con l’esplicito endorsement del Governo, gettano un’ombra sul corretto funzionamento del mercato in Italia. E allora non meravigliamoci se molte aziende del Made in Italy non vanno in Borsa e se molti risparmiatori preferiscono investire all’estero.